Mistica e devozione: analisi del codice F.C. 2159


ciudadIl codice A.C. 214 (F.C. 2159) conservato presso l’Archivio Storico della Pontificia Università Gregoriana, a Roma, è una sorta di devozionale che consta di scritti mistici, preghiere, consigli evangelici, raccolta di testi spirituali (“dictames, sentenças e avisos uteis”) di diversi autori (“varios autores e SS. Padres”). Purtroppo finora non è stato possibile reperire l’autore, ma sappiamo che si tratta di un religioso della Compagnia di Gesù della Provincia del Brasile (c. 1). Il codice, in lingua portoghese, consta di 182 carte senza numerazione coeva. La legatura è in pelle, senza alcuna identificazione esterna e misura 15,2 cm x 10 cm. Dalla calligrafia elegante e dal portoghese raffinato si evince che si tratta di un autore dotto ed erudito. Sul foglio di guardia iniziale troviamo una annotazione a matita che identifica il codice come “Meditazio[n]e sulla vita di Gesù” e lo situa nel XVIII secolo.

La prima parte contiene il libro “Mistica Ciudad de Dios”, di suor Maria d’Agreda nel 1650. In questa opera, l’autore racconta di aver trovato la “devozione alla Corte Celeste”, in onore ai 34 anni in cui Cristo è vissuto in questo mondo, come si legge nella “Mistica Ciudad de Dios”, L. 3, cap. 12, p. 2, n. 144. Tale devozione consta della recita di 34.000 Padre nostro, Ave Maria e Gloria Patri. Ad ogni mille preghiere corrisponde una meditazione di un brano della vita di Gesù e una messa, o un digiuno o una elemosina. Così alla fine della devozione saranno 34 meditazioni, 34 digiuni o messe o elemosine (cc. 9-9v). Siccome nel libro che possedeva l’autore non ha trovano le 34 meditazioni che la devozione esige, lui stesso ha composto le meditazioni segnalando il passo corrispondente nel libro di suor Maria d’Agreda.

Suor Maria de Jesus de Agreda (Agreda, 2 aprile 1602 – 24 maggio 1665) è una mistica spagnola appartenente all’Ordine delle Monache Concezioniste Francescane. All’età di 12 anni si fece monaca, insieme alla madre e alla sorella nella loro casa trasformata in convento e dedicato all’Immacolata Concezione, l’8 dicembre 1618. Molto presto la sua fama si diffuse per tutta l’Europa. Basti pensare alle centinaia di lettere scambiate con Filippo IV. Durante la sua vita marcata dalle penitenze, Maria de Jesus d’Agreda ebbe molte sofferenze e malattie. Allo stesso tempo, ebbe un’intensa vita mistica, contrassegnata da estasi, visioni e bilocazioni. Infatti è conosciuta come la “Signora vestita d’azzurro”. Questa storia riguarda la missione francescana al nord del Messico (attuali Texas, California, New Messico e Arizona), nel XVII secolo. I primi missionari trovarono l’ostilità da parte dei belligeranti indiani Apaches, Navajos e Comanches che massacrarono i frati. Nel 1622, i francescani, guidati dal padre Alonso de Benavides, tentarono ancora un avvicinamento agli indiani. Impiantarono allora una missione fortificata nella speranza di stabilire una missione per l’evangelizzazione di quei popoli. Inaspettatamente riceverono la visita degli Xumanas, una tribù tra le più grandi ed aggressive. Questa volta non venivano in guerra ma desiderosi di ricevere il battesimo e gli altri sacramenti. Per quanto riguardava la catechesi erano stati già istruiti dalla “Signora vestiva d’azzurro”, come poi è stato confermato dai religiosi. Ella da qualche tempo appariva tra loro, li esortava e li istruiva nella loro lingua e compiva miracoli. La descrizione dalla “Signora d’azzurro” fatta dagli Xumanas corrispondeva a suor Maria de Jesus d’Agreda, che in quella occasione aveva soltanto vent’anni. Nelle sue lettere, infatti, la monaca di Agreda, mai uscita dal suo convento, descrive l’America come se ci fosse stata. Il fatto della bilocazione di suor Maria d’Agreda è stato oggetto di indagine da parte dell’Inquisizione spagnola che concluse che tali fatti straordinari erano realmente accaduti. Suor Maria dichiarò durante gli interrogatori di aver visitato centinaia di volte le terre americane, ma che non sapeva come fossero avvenuti questi viaggi. La sua opera “Mistica Ciudad de Dios” finì nell’Indice dei libri proibiti, per poi essere approvata dall’Inquisizione nel 1686. Tradotta in diverse lingue, continuò ad essere pubblicata fino ai nostri giorni. Il P. José Jiménez Samaniego (1622-1692) ne ha scritto la biografia.

Relativamente al codice studiato, segue poi l’indice delle indulgenze dal pontificato di Clemente XIII (1758-1769) in poi. In seguito troviamo consigli per la vita cristiana e per acquisire le virtù, al modo di una imitatio Christi. Infatti, in questa parte si usa la prima persona singolare che si propone di osservare e di vivere le virtù: “Propozitos e dittames que deve ter hum Religiozo p[ar]a alcançar a perfeição e a santid[ad]e” (cc. 75-100v); “Meyos p[ar]a se vencere[m] varias tentações” (cc. 100v-108v); “Quatro couzas q[ue] deve tirar hum Noviço por frutto do seu noviciado p[ar]a toda a vida” (cc. 109-110).

Un’altra opera citata e trascritta sono le “Maximas Espirituais p[ar]a dezengano das Almaz” (cc. 110v-131v), del Padre Antonio Arbiol y Diez (Zaragoza, 1651 – 31 gennaio 1726) nel 1706. Si tratta di un sacerdote-francescano spagnolo della Regolare Osservanza di San Francesco. Il libro tratta della preghiera, in particolare, sugli errori che si commettono nel pregare e gli errori nella spiritualità. Ai numeri 154 e 155 (cc. 130v.131) viene citato il libro “Mistica Ciudad de Dios”, di suor Maria de Jesus (1. p. n. 617. cfr. 618. 641. 642).

Il codice trascrive inoltre anche brani dell’opera del P. Manoel Bernardes (Lisboa 1644 – 1710), “Luz e Calor: obra espiritual para os que tratão do exercicio de virtudes, e caminho de perfeição”, pubblicada nel 1696 (cc. 131v-135v; 154-159v). P. Bernardes fu un sacerdote dell’Oratorio di San Filippo Neri ed è paragonato al P. Antonio Vieira come modello di oratoria sacra. Le sue opere sono piene di sentimento religioso, spirituale e mistico. Il brano riportato sul codice appartiene alla prima parte dell’opera che è divisa in Luz (prima parte) e Calor (seconda parte). Alle cc. 136-154 sono trascritti brani tratti dagli scritti del padre gesuita João Eusebio Nieremberge (Madrid 1595-1658): “Ditames de Espirito e Perfeição tirados das obras do Ilustrado Padre João Euzebio Nieremberge da Comp[anhi]a de IESVS”. La sua intera opera risente del fatto che quando aveva 16 anni cadde molto malato. Da quell’esperienza trae i temi fondamentali della sua opera: la miseria dell’uomo, il peccato, la morte e la Bellezza divina. Seguono “Synonymos moraes p[ar]a conhecim[en]to das couzas (cc. 159v 161). La prosa del codice è interrotta della “Regra de viver em paz” (cc. 161-161v), di D. Fr. João Soares , pubblicata nel 1560 in Coimbra, composta in forma di poesia per aiutare nella catechesi. D. Fr. Soares ha ricevuto l’abito religioso dell’Ordine degli Eremiti di S. Agostino nell’11 aprile 1523 e poi fu vescovo di Coimbra.

Seguono “Decimas de Dezengano ao peccador, compostas por hum Santo Bispo”. In realtà si tratta di un sacerdote spagnolo dell’Ordine di Santiagofatti, Pedro Calderón de la Barca (Madrid 17 gennaio 1600 – 25 maggio 1681), conosciuto come scrittore barocco del “Secolo d’Oro”, in modo particolare per il suo teatro. Il codice si chiude con le “Settas de dezengano ao pecador” (cc. 178-180).

Paulo Renato Bellini

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