Cosa aprovata e bona: un “libro di segreti”


rm1628_curia_fc2193_1Il codice F.C. 2193 dell’APUG, un ricettario chimico-medico di piccolo formato, è risultato di particolare interesse a causa del testo tradito, di argomento insolito tra i documenti dell’Archivio,[1] e all’arco cronologico in cui è collocabile, tra fine Cinquecento e inizio Seicento. Il manoscritto è stato analizzato sotto vari aspetti (codicologico e paleografico, ma anche e soprattutto filologico e linguistico), e i dati sono confluiti in una tesi di laurea magistrale, assieme alla trascrizione della prima delle due unità codicologiche che lo compongono (cc. 1-102). Rimandando alla scheda di Manus per la descrizione esterna, si vogliono riassumere qui in breve le riflessioni relative al contenuto della prima unità, su cui l’analisi interna si è focalizzata.

Definire il volume un ricettario chimico-medico è in realtà una semplificazione: se nella seconda unità codicologica si hanno quasi solo ricette in latino di chimica e alchimia, nella prima prevalgono testi in volgare e di natura molto più varia, che l’avvicinano al genere dei cosiddetti ‘libri di segreti’.[2] Gli argomenti trattati nelle ricette sono molteplici, e si avvicendano senza una particolare ratio: la chimica oscilla tra conoscenza alchemica (a questa tipologia vanno ricondotti i pochi testi in latino), tecnica e contraffazione; mentre la farmaceutica da un lato è ancora legata alle tradizioni popolari, dall’altra si apre a innovazioni moderne. A questo proposito è particolarmente significativa l’altezza cronologica in cui le ricette possono essere collocate, tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo: un periodo in cui la maggiore diffusione della cultura pratica, l’ampliamento delle conoscenze botaniche (grazie alle scoperte geografiche e ai volgarizzamenti di Plinio e Dioscoride) e la diffusione di nuove teorie medico-chimiche convivono con ingenuità e convinzioni radicate da lungo tempo. Così nelle carte di questo manoscritto si possono trovare distillati di sterco di pecora, decotti di piante del nuovo mondo (ad esempio la china), panacee a base di minerali ed elementi chimici puri.

Anche l’uso del volgare è di particolare interesse, in un arco cronologico (e in un ambiente socioculturale) in cui l’italiano è tutt’altro che stabile: l’analisi ha messo in luce da un lato un certo aggiornamento lessicale da parte di chi scrisse queste ricette (è frequente il ricorso a tecnicismi la cui prima attestazione è cinquecentesca), mentre soprattutto sul piano fonetico ha fornito ulteriori elementi a favore di quella che è emersa come la caratteristica saliente delle cc. 1-102: la varietà.

Tale varietà non è solo di contenuti, come si è potuto vedere, ma è anche varietà di autori, di tempi, di luoghi, e non da ultimo di lingua. Nei titoli o in coda ai testi vengono citati in tutto più di una ventina di personaggi cui si riconosce la paternità delle ricette tradite, e ugualmente si danno riferimenti a diversi luoghi d’Italia e ad un arco cronologico che abbraccia l’intero XVI secolo (dall’unica data espressa, 1509, alla copia da una stampa del 1583); inoltre varianti linguistiche e lessicali, assieme ai pochi elementi dialettali riscontrati, conducono di ricetta in ricetta a una diversa area linguistica della penisola da cui l’autore doveva provenire. La scrittura, al contrario, è sempre uguale: la mano A verga tutto il testo in un’italica piuttosto impostata e rigida, ma l’abbondanza di correzioni (dello stesso A o di una mano B, che oltre a correggere punteggiatura, grammatica, lessico e contenuti integra anche porzioni di testo deperdito) e la presenza di numerosi errori di trascrizione non lasciano dubbi sul fatto che il manoscritto sia una copia. Fortunatamente lo scrivente dimostra una marcata passività nei confronti del testo, incappando spesso in errori di lettura facilmente evitabili ma, d’altro canto, preservando così le scelte linguistiche del modello. Quanto a quest’ultimo, la varietà (e in maniera stringente la varietà fonetica e lessicale) di cui si è detto fa pensare che si debba parlare piuttosto di modelli: è probabile infatti che A abbia trascritto in un piccolo e compatto volume ricette singole (o in piccoli nuclei) scritte su carte sciolte, fascicoli, ritagli di carta, supporti d’occasione, dando così vita più a un ‘centone’ di segreti che a un libro vero e proprio.

[1] Un codice affine per formato e tipologia testuale è F.C. 2193, mentre nel composito miscellaneo APUG 260 sono raccolte molte carte sciolte e fascicoletti contenenti ricette su svariati argomenti: si rimanda comunque al soggettario per l’elenco dei codici di chimica, medicina e farmacia: http://www.unigre.it/archivioimg/Cataloghi/Soggettario.htm .

[2] Si tratta di un genere molto in voga nell’età moderna, che proprio a partire dal XVI secolo conosce una notevole spinta divulgativa grazie alla stampa e all’impiego della lingua volgare: per una panoramica sulla fortuna dei libri di segreti cfr. J. Ferguson, Bibliographical notes on histories of inventions and books of secrets,  2 voll., London 1981.

Ruben Celani*

* L’articolo fa riferimento alla tesi “Cosa aprovata e bona”. Chimica e medicina popolare nel codice F.C. 2193 (Corso di Laurea magistrale in Archivistica e Biblioteconomia)

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