Pietro Fabro o l’arte del montaggio


«E’ un inganno (come i ritratti di Campion e di Toledo nella stessa collezione Hamy). La testa d’un altro Padre è stata incollata nell’ovale d’un altro rame, il tutto pesantemente acquarellato. Il nome posto sotto è fatto da pezzi staccati e incollati.» (Edmond Lamalle SJ)

Fabro Pietro 09P. Edmond Lamalle SJ (1900-1989), uno tra gli archivisti del ventesimo secolo più rilevanti dell’Archivum Romanum Societatis Iesu, aggiunse una nota a quest’immagine di Pietro Fabro (Villaret, 13 aprile 1506 – Roma, 1º agosto 1546) che ben potrebbe rappresentare la complessità della costruzione compiuta intorno a chi è stato il primo sacerdote tra i compagni di Ignazio di Loyola. L’operazione che descrive Lamalle ha tutte le caratteristiche di un montaggio e questo assemblaggio si rende ancora più inquietante trattandosi del Fabro, di cui la storia afferma non esista un ritratto fidedigno. E non sarà questa l’unica assenza.

Di Pietro Fabro si conservano diverse fonti scritte: più di un centinaio di epistole, istruzioni e diverso materiale raccolto in vista della sua beatificazione (1872). Tra questi documenti il più celebre è il suo Memoriale (1542-1545). Questo materiale rimase inedito fino al 1914 anno in cui si decise di pubblicarlo nei Monumenta Historica Societatis Iesu¹. In quell’anno la Compagnia di Gesù celebrava il primo centenario della sua restaurazione. Non sarebbe difficile supporre che il motivo di dare alle stampe le testimonianze di chi era stato contestimone della fondazione dell’Ordine era quello di costruire una continuità con la storia della Compagnia drammaticamente interrotta tra il 1773 e il 1814.

Più che su queste carte, l’identità istituzionale prova a ricostituirsi intorno all’operazione biografica che, in parte, si abbevera tra le antiche carte ma in definitiva realizza una sorta di montaggio che obbedisce a precise semantiche sociali che lo regolano. Normalmente la narrazione biografica è considerata avulsa dal sistema sociale in cui è stata prodotta, sia quella che fino al XIX secolo si denominava Vita come quella che oggi chiamiamo biografia. Sarebbe interessante descrivere e analizzare l’insistenza di ogni generazione nel riproporre la narrazione biografica di quei personaggi disegnati per incarnare delle distinzioni funzionali, in quanto auto-osservazioni del sistema, piuttosto che considerarle come rinnovate battaglie per la verità. Se si condividessero ingenuamente i criteri della storiografia greca e medievale, in virtù dei quali il valore del racconto risiede nell’importanza del testimone che racconta, si arriverebbe al paradosso di apprezzare di più il racconto che si trova più lontano dai personaggi e dai fatti, rispetto a quello che si trova più vicino e che magari è stato realizzato da testimoni oculari. In questo senso, tenendo conto del materiale biografico riguardante Pietro Fabro prodotto nel secolo XX e sopratutto quello più recente realizzato dopo la sua canonizzazione (2013), potrebbe essere un compito per lo storico analizzare come è stato realizzato il montaggio biografico: quali informazioni sono state prese in considerazione e quali tralasciate. Dalle biografie si potrebbe risalire così, non tanto all’individuo, ma alla persona nel senso etimologico del termine (maschera), considerata in quanto complesso di aspettative, ossia come ruolo sociale che di volta in volta è stato costituito dal sistema attraverso l’osservazione storiografica.

Tra i documenti che sono stati utilizzati per l’operazione di montaggio biografico si trova il Memoriale da lui stesso scritto. L’assenza della versione autografa sembrerebbe essere simmetrica alla mancanza del ritratto di Pietro Fabro.

Soprattutto a partire dall’edizione realizzata da Michel de Certeau (1960)², parte della storiografia gesuitica, iscritta in un movimento di “ritorno alle fonti” della propria spiritualità, si è interessata per alcuni aspetti del Memoriale che, secondo questo paradigma, potrebbero garantire un viaggio verso le origini. Del Memoriale sono state rinvenute sinora sedici versioni, alcune mutile e di diverso valore. Nell’incessante lavorio della catalogazione del nostro posseduto abbiamo individuato una edizione latina completa che, da una prima osservazione, presenta varianti rispetto al Mem. I, integrale e latino conservato in ARSI. Il Mem. VII, della Société des Bollandistes, in latino, è mutilo a partire dal número 419.

memoriale
Memoriale Petri Fabri sacerdotis Societatis Iesu. FC 1042

L’edizione del Memoriale di Michel de Certeau ben può determinare un punto di partenza nel suo mestiere da storico.  Sei anni dopo (1966) il suo itinerario sarà lacerato da una domanda che non l’abbandonerà mai più e mobiliterà gran parte della sua produzione : “La storia può garantire una comunicazione con il passato? Riuscirà mai a scoprire i cristiani e i gesuiti di ieri tale e come furono, senza trasformarli in bibelot o in argomentazioni, senza convertirli in quei ‘cari defunti’ imbellettati secondo l’esigenze di una teologia o di una apologetica e destinati a soddisfare la nostra avidità, le nostre paure o le nostre polemiche? [Michel de Certeau, ‘L’épreuve du temps’, in: Christus 51 (1966), 311-332 = ‘Le mythe d’origine’, in:  Michel de Certeau, La faiblesse de croire, Paris 1987, 53-74].

Chi ha imparato, e non senza difficoltà, la lingua del proprio tempo come farà a tradurre una lingua che viene da lontano e si trascina altre semantiche? Chi volesse proclamare latenze ed essenze a-storiche, non sempre oggi condivisibili, invisibili per l’osservazione storiografica potrà fare a meno delle narrazioni della storia e riconoscere in essa solo nuove apparenze delle “stesse cose di sempre”. Altrimenti, se volesse intraprendere un’analisi storica dei diversi processi evolutivi sarà costretto ad andare a scuola per imparare la retorica di coloro che dice di conoscere e dei quali osa essere la voce.

Da più parti si è evidenziata la comune origine savoiarda tra Pietro Fabro e Michel de Certeau, come se questa avesse potuto ispirare l’interesse di quest’ultimo per il compagno di Ignazio di Loyola. Comunque sia per de Certeau, dieci anni dopo aver realizzato l’edizione del Memoriale, il “mondo antico” gesuitico gli si allontana e diventa una terra sconosciuta e i suoi abitanti si presentano, ai suoi occhi, come stranieri. Questa lontananza ed estraneità saranno la garanzia della sua operazione storiografica : “Non è che sia cambiato quel mondo antico! Quel mondo non si muove più. Noi lo muoviamo, cambia, se lo vogliamo dire così, perché io cambio […] a quegli “spirituali” del secolo XVII […] io li pensavo identici perché semplicemente speravo scoprire, speravo forzare un’identità nella diversità dei tempi e dei luoghi […] quegli “spirituali” mi sembravano dei “selvaggi” nel senso in cui parla Lévi-Strauss dei borori o di altre popolazioni […] In altre parole, il passato non è ciò che io mi ero fissato all’inizio come meta. È qualcosa di diverso dall’andare in cerca di forestieri vicini.” [Michel de Certeau,  “Histoire et structure”, in Recherches et Débats, 1970 = Histoire et psychanalyse entre science et fiction. Gallimard, 1987].

Il ritrovamento di questo codice potrà essere l’occasione per rinnovare una maggiore attenzione al testo del Memoriale in quanto produzione contestualizzata, cercando di evitare la falsa familiarità con la quale spesso si guarda ai classici:

Uno dei luoghi comuni più triti di celebrazione dei “classici”, che finisce per relegarli in un vuoto limbo, fuori del tempo e dello spazio, […] consiste paradossalmente nel descriverli come nostri contemporanei e nostri vicini, i più vicini dei vicini -tanto contemporanei e tanto vicini da non farci dubitare neppure per un momento della comprensione apparentemente immediata (ma in realtà mediata da tutta la nostra formazione) che crediamo di avere delle loro opere.³

Il Memoriale di Pietro Fabro si presenta come una opportunità per imparare una lingua sconosciuta e viaggiare verso uno paese straniero.

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Note

  1. Fabri Monumenta, Monumenta Historica Societatis Iesu, Madrid, 1914, pp. 1-943.
  2. Bienheureux Pierre Favre. Memorial. Traduit e commenté par Michel de Certeau, SJ. Collection Christus n.4. Desclée de Brouwer, 1960, pp. 1-443.
  3. Bourdieu, Pierre, Meditazioni pascaliane. Feltrinelli, Milano, 1997, p. 91.

Una risposta a "Pietro Fabro o l’arte del montaggio"

  1. Carissimo p. Morales, grazie per le puntuali e sempre stimolanti riflessioni.

    “La storia può garantire una comunicazione con il passato?” — Questa è una domanda formidabile (e forse anche una provocazione). La risposta la lasciamo a chi ne sa di più. Riguardo al Memoriale di p. Fabre il nostro piccolo contributo può essere (banalmente?) filologico: da una collazione “in extenso” delle 13 versioni si potrebbe infatti ricostruire una sinossi dei tagli e delle aggiunte al testo. L’originale è perduto, ma applicando il metodo stemmatico si può senz’altro capire quello che è successo. Il lavoro richiede un certo impegno, ma non è impossibile.

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