Le esperienze di “manutenzione” del patrimonio gesuitico


La riqualificazione del patrimonio antico di libri e documenti della Compagnia di Gesù in Argentina mi portò, negli anni Novanta, a riflettere sulla distruzione che si manifestava innanzi ai miei occhi. Data la loro tipologia, gli ingenti danni subiti da un importante patrimonio bibliografico comprendente circa 20.000 volumi e pregiate edizioni dei secoli XVI e XVII, raccontavano di un abbandono che potrebbe essere datato dieci o quindici anni prima della mia drammatica “scoperta”.1 I danni presentati da questi libri narravano di una rapida distruzione nella quale non era intervenuta nessuna catastrofe naturale, né altri tipi d’incidenti più o meno volontari. Si trattava semplicemente di un abbandono lento e organizzato, misto a ignoranza e disprezzo. In alcune situazioni mi sembrò di avvertire un gesto violento: mucchi di volumi quasi totalmente distrutti, edizioni rare e pregiate gettate sul pavimento di una delle biblioteche, perfino volumi incollati tra di loro da centinaia di larve ancora al lavoro, che ho separato con le mie mani. 

Se la mia datazione dell’abbandono del fondo dei libri antichi era corretta, la distruzione coincideva con gli anni peggiori dell’Argentina, quando un uragano di violenza si era portato via migliaia di desaparecidos. I corpi dei libri lacerati riflettevano una ben più drammatica distruzione di corpi che ancora lacera quel Paese. Il dramma che si stava compiendo, e che i libri raccontavano, era la disgregazione di un tessuto sociale impoverito fino all’estremo. La cifra di questa povertà era l’impossibilità non solo di comunicare l’esperienza ma di realizzarla. È in questa impossibilità che s’impiantava la domanda di Ernst Bloch (1885-1977): “Come ereditare i nostri tempi?” La questione sollevata da Bloch resta attuale, perché i nostri tempi presentano una crisi che si potrebbe denominare di un’estrema “miseria simbolica”.2

Le distruzioni, o le “barbarie”, secondo il filosofo tedesco Walter Benjamin (1892-1940), possono avere diversi significati. Ci sono quei “caratteri distruttivi” che mandano “in rovina l’esistente non per amore della rovina ma per la via che vi passa attraverso”. A questo proposito potrebbero venire in mente i numerosi codici dell’Archivio storico della Pontificia Università Gregoriana (APUG) rilegati un tempo dai gesuiti del Collegio Romano con i resti delle pergamene dei tanti libri liturgici che, dopo la riforma di Pio V (1570), erano diventati obsoleti. Un gesto antico che rientrerebbe appieno nel concetto di “barbarie” di W. Benjamin. Una pratica diffusa, già viva nel Medioevo e frequentissima dopo l’invenzione della stampa fino a metà del secolo XVII, che è stata addomesticata con il termine di “legature di riuso”. Oltre ai ragionamenti intorno alla loro conservazione, l’uso di tali pratiche potrebbe dar luogo a interessanti riflessioni sul rapporto tra conservazione del bene culturale e il sistema sociale nel quale s’inscrive. La relazione tra passato e futuro, tra XV e XVII secolo, è stata molto diversa da quella che si stabilirà dopo la Rivoluzione Francese, e che si è trasformata ancora nel nostro regime di temporalità. Se i gesuiti del Collegio Romano, alla fine del XVI e fino alla metà del XVII secolo, non provavano nessun moto di protezione riguardo alle pergamene in disuso, ma le riutilizzavano per rilegare il loro materiale d’insegnamento, era perché non avvertivano una frattura tra passato e presente, e allo stesso tempo si sentivano ricchi di un futuro che ancora rimandava a una concezione escatologica. 

Dopo la Rivoluzione Francese, invece, sarà necessario stabilire una cesura tra un passato e un presente altro e radicalmente nuovo, mentre il futuro sarà non già dato da una promessa o da una rivelazione, ma dall’operare rivoluzionario. L’idea di progresso che scaturirà da questa costruzione sociale, con la conseguente accelerazione dei tempi, esaurirà la sua spinta evolutiva nei giorni nostri: ora che ci troviamo davanti a un futuro striminzito e minaccioso nel quale qualsiasi rivoluzione si presenta in tutto il suo disincanto. Stabilire un rapporto tra il bene culturale e il suo sistema sociale renderà anche possibile rilevare la dimensione discorsiva delle pratiche conservative e quindi pensare la complessità del quotidiano. 

Pensare il quotidiano 

Pensare – come ricorda Michel de Certeau – è passare, è interrogare l’ordine, è stupirsi che sia lì, è domandarsi che cosa l’ha reso possibile, e pensare come potrebbe essere altri-mente. Pensare è sfidare lo statuto delle cosiddette “cose ovvie”, costringe a mettere in discussione l’ovvietà e affrontare con una certa decisione l’impensato. Pensare è far passare per la mente, per avvertire la possibilità di alternative, è superare il tertium non datur. E questo richiede una certa forza d’animo, perché ci porta sulla strada della problematizzazione in un quotidiano che di per sé è già molto arduo, per analizzare l’insieme di pratiche discorsive o non-discorsive che fa entrare qualcosa nel gioco del vero e del falso, e lo costituisce come oggetto del pensiero. Il quotidiano si presta a essere pensato perché è luogo ambivalente: luogo dell’abitudinarietà, dell’alienazione e degli automatismi, ma che può essere, forse, lo spazio per la costruzione del senso, il luogo dell’invenzione dove trovare la possibilità di praticare una certa dis-automatizzazione e pertanto di generare saperi, i quali si riferiscono sempre a sistemi aperti. 

Il nostro primo compito è pensare il termine che oggi ci convoca: “manutenzione”. Etimologicamente significa tener in mano (manu tenere). Già a partire da questo dato essenziale verrebbe da pensare che questo essere davanti all’oggetto, tanto più a un oggetto culturale, ci collochi davanti al problema del tempo. L’oggetto che quotidianamente abbiamo in mano è una ritenzione del passato ma al contempo una protensione verso il futuro, cioè una sua anticipazione. Qui potrebbe rappresentarsi il gesto della traditio, che permette la consegna e il passaggio dell’oggetto da una generazione alla successiva, affinché possa costruirsi una nuova narrazione riguardo alla sua enigmatica esistenza. 

La “manutenzione”, secondo la definizione dal vocabolario Treccani, è “l’insieme delle operazioni che vanno effettuate per tenere sempre nella dovuta efficienza funzionale un bene, in rispondenza agli scopi per i quali l’oggetto (edificio, strada ecc.) è stato costruito”. Da parte sua, il Codice dei beni culturali e del paesaggio (d’ora in avanti CBC) aggiunge a questa definizione alcune varianti: “Per manutenzione s’intende il complesso delle attività e degli interventi destinati al controllo delle condizioni del bene culturale e al mantenimento dell’integrità, dell’efficienza funzionale e dell’identità del bene e delle sue parti”. La pagina web dell’AICRAB, nella sezione Frequently Asked Questions, presenta una definizione più adeguata ai beni librari e di archivio: “La manutenzione è il complesso delle azioni conservative dirette che, pur implicando un contatto fisico con i beni culturali oggetto dell’intervento, non ne modificano la consistenza fisica e chimica”. In quella pagina si dice inoltre che la prevenzione dovrebbe essere affidata al conservatore di archivi o biblioteche, mentre la manutenzione e, ovviamente, il restauro dovrebbero essere compiti di un restauratore. 

La frammentazione del sapere a partire dall’evoluzione delle scienze è un segno della modernità. Uno dei risultati di questa insularità dei saperi è la nascita e lo sviluppo della figura dell’esperto. L’esperto si presenta come un mediatore tra un sapere e coloro che ne sono privi. L’esperto padroneggia un linguaggio e mette in moto una pratica regolatrice. Spesso la sua competenza è accompagnata da un’autorità che a volte si esprime in un magistero. La complessità del reale, però, non corrisponde alla tassonomia delle specializzazioni; capita perciò che l’esperto debba intervenire in questioni che esulano dal suo sapere specialistico ed è in queste situazioni che più che la competenza specialistica vale l’autorità del luogo sociale in cui è inserito. A partire da questo “abuso di sapere” si arriverà al paradosso di un’autorità cui “viene attribuito un sapere che le manca proprio là dove si esercita”.Al di là da queste considerazioni sul ruolo dell’esperto, che nel nostro sistema sociale è stato concepito come “indispensabile”, libri, codici e materiale di archivio sono quotidianamente nelle mani di chi spesso non ha un titolo abilitante per manipolarli né tanto meno per affrontarne la corretta e necessaria manutenzione. Una situazione senz’altro piena di rischi, ma al tempo stesso ricca di possibilità. Queste riflessioni sono pensate anche per tante donne e uomini che vivono in un contatto quotidiano con tali beni culturali. 

Le industrie culturali 

Il residuo patrimoniale che intendiamo conservare e tramandare alle generazioni future non può che essere considerato in un determinato paradigma socio-culturale. Quest’ultimo potrebbe essere definito nel modo proposto da Max Horkheimer e Theodor Adorno nella Dialettica dell’Illuminismo. Nella complessità dell’ideologia capitalistica dominante in quegli anni, i due pensatori tedeschi riflettono sulla dialettica che si stabilisce tra cultura e società. I prodotti di queste industrie culturali, vera e propria “barbarie estetica”, tendono a vietare l’attività intellettuale dello spettatore/ consumatore, paralizzando e alienando per imporre “l’obbediente accettazione della gerarchia sociale”. Il risultato è l’aumento di una “crassa incultura, rozzezza e stupidità”. In questo modo la cultura perde la sua dimensione critica per trasformarsi in una fabbrica del consenso. Una serie di beni culturali, goffamente collocati su un vassoio d’argento, destinati quasi letteralmente al consumo, appaiono in uno spot del Ministero dei beni culturali: essi sono cibo per la mente. 

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Cibo per la mente nello spot del MiBACT.

Qualcosa potrebbe far pensare, e temere, che i nostri beni cartacei e pergamenacei non siano così appetibili per il consumo immediato e non generino pertanto abbondanti risorse come potrebbe essere il caso dei musei o degli edifici storici; volendo tralasciare per il momento le possibili conseguenze di certe politiche che puntano per esempio ad aumentare il flusso dei visitanti, spesso già oggi incontrollato. 

Archivi e biblioteche di conservazione inseriti nella logica delle industrie culturali potrebbero essere vittime di una serie di politiche che, per aumentare gli utenti, sono portate a organizzare attività che ne accrescano la visibilità. Molte di queste operazioni, che si avvicinano a iniziative di marketing, non assicurano di per sé la fruizione dei beni prevista dal CBC. Essa infatti implica percorsi di comprensione lunghi e complessi per avvicinarsi a manufatti che malgrado la loro esposizione rimangono incomprensibili. Il rifiuto o l’impossibilità di entrare nelle logiche di mercato può impedire di esercitare qualsiasi attività di prevenzione, manutenzione o restauro. Inoltre, il consumismo al quale è sottoposto il patrimonio renderà anche gli operatori incaricati di questi beni dei proletari. Venendo meno ogni istanza critica, infatti, essi saranno espropriati dal loro saper fare in particolare e dai saperi in generale. La proletarizzazione è perciò una privazione del sapere, ossia un dis-apprendimento. Ovviamente in quest’ottica lo stesso ricercatore rischia di trasformarsi in un consumatore sottoposto alla pressione del publish or perish, che implica non solo una velocizzazione dei processi di selezione e di ricerca ma anche l’obbligo di produrre contenuti interessanti per un “mercato” accademico. 

Strategie e pratiche 

I nostri archivi e le nostre biblioteche s’inseriscono normalmente in uno spazio strategico nel quale si mettono in atto politiche frutto di un potere che articola luoghi fisici e teorici. Per lo storico francese Michel de Certeau (1925-1986) la strategia è un “calcolo dei rapporti di forza che diviene possibile a partire dal momento in cui un soggetto di volontà e di potere è isolabile in un ‘ambiente’”.4 La strategia suppone un luogo proprio in quanto vittoria dello spazio sul tempo, implica una pratica panottica, per vedere, prevedere e includere le forze estranee. Immersi in quei rapporti di forza, spesso non abbiamo le energie per cambiare l’indirizzo strategico, anzi, non possiamo che essere complici e sostenitori. Se esiste una possibilità per la de-proletarizzazione essa consiste nell’agire nello spazio strategico mettendo in atto delle tattiche. Michel de Certeau definisce tattica: 

L’azione calcolata che determina l’assenza di un luogo proprio. La tattica ha come luogo solo quello dell’altro. Deve pertanto giocare sul terreno che le è imposto così come l’organizza la legge di una forza estranea. Non ha modo di mantenersi autonoma, e nemmeno la possibilità di darsi un progetto complessivo o di totalizzare l’avversario in uno spazio distinto, visibile e oggettivabile. Si sviluppa di mossa in mossa. Approfitta delle occasioni dalle quali dipende, senza alcuna base da cui accumulare vantaggi, espandere il proprio spazio e prevedere sortite. 

Per de Certeau certe pratiche quotidiane come parlare, leggere, fare la spesa o cucinare possono avere una dimensione tattica grazie alla quale il consumatore può diventare utilizzatore. Le tattiche sono la forza del debole che, di tanto in tanto, approfitta delle falle del potere sovrano. Le tattiche hanno un’origine antica. Affondano le loro radici nella metis greca. La metis, così come la definiscono Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant, 5 è una forma d’intelligenza e di pensiero, un modo di conoscere. È un insieme complesso ma coerente di atteggiamenti mentali che combinano la sagacità, il fiuto, la previsione, l’intraprendenza, l’attenzione vigilante e il senso di opportunità. È una razionalità strumentale che mette in moto un’azione in virtù della quale si ottiene il maggior effetto con il minor sforzo possibile. Non disponendo della forma solida del potere, la tattica, intelligenza pratica, si insinua come un potere liquido. Sono pratiche, secondo de Certeau, “che mettono in gioco una ratio popolare, un modo di pensare investito in un modo di agire, un’arte di combinare indissociabile da un’arte di utilizzare”. Qualcosa di simile succede con il linguaggio, come già notava Freud: se la grammatica occupa uno spazio strategico e vigila riguardo la proprietà dei termini, il “motto di spirito” invece fa audace accostamenti e insinua furtivamente qualcosa d’inaspettato che sorprende il destinatario. La tattica è sempre sovversiva. 

L’agire tattico non crea l’occasione: la riconosce e si attua nelle crepe del sistema egemonico. Sa riconoscere il kairos, il momento opportuno. 

Alcune nostre tattiche 

I luoghi dell’Archivio 

Dalla sua costituzione a oggi, l’APUG ha avuto quattro sedi nell’edificio della nuova Università Gregoriana. In questo nomadismo si possono leggere scelte strategiche, spostamenti d’interessi e sforzi di valorizzazione. Questa e altre mutazioni dell’edificio costituiscono di per sé una storia che d’altronde è difficile trovare plasmata nella documentazione archiviata. 

Una prima scelta strategica sulla collocazione dell’archivio è rintracciabile nella non attuazione del progetto costruttivo della nuova sede della Pontificia Università Gregoriana. Nella pianta del 1928 il progettista, Giulio Barluzzi, collocava l’archivio al pianterreno, in una zona di prestigio di quella che doveva essere la nuova sede, e lo dotava di un accesso immediato. Tale localizzazione, però, non fu mai destinata all’archivio, probabilmente per decisioni strategiche che assegnarono quel luogo alla Cappella universitaria. 

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Pianta della Pontificia Università Gregoriana (1928)

All’epoca del mio insediamento, nel 2006, l’archivio si trovava in un deposito fortemente problematico, lo stesso che lo accoglie ancora oggi: il punto più critico, anche dal punto di vista della sicurezza, dell’Università, accessibile da un cortile interno e accanto al garage. Un lato dell’edificio poggia infatti su un terrapieno tufaceo di età imperiale, che assorbe le acque piovane durante l’inverno, per poi asciugarsi con il caldo estivo. Il processo di asciugatura implica l’evaporazione attraverso un muro difficilmente isolabile, con conseguente innalzamento dell’umidità nell’ambiente interno. Un episodio d’infestazione di muffe (evidentemente presenti ma inattive) intervenuto nel giro di pochi giorni a seguito di un innalzamento dell’umidità oltre l’80%, è stata l’occasione per presentare un progetto, a finanziatori esterni, per la bonifica del materiale, l’installazione di un sistema di rilevamento dei dati (recentemente sostituito da un sistema wireless con notifica in tempo reale dei valori), la pulitura manuale di ogni volume dei fondi antichi e moderni (lavoro durato oltre due mesi con una persona dedicata a tempo pieno) e l’installazione di un deumidificatore professionale al quale se ne è, da un paio d’anni, aggiunto un secondo. 

Per dare un’idea della precarietà del luogo nei periodi più critici basti segnalare come i deumidificatori funzionano a pieno ritmo producendo oltre 20 litri di acqua in 24 ore per una superficie di 230 m3, cosa che risponde alla tattica contingente ma che va ad aumentare il livello di rischio. 

Una soluzione potrebbe essere lo spostamento in un locale più salubre, come del resto era stato immaginato in sede progettuale, anche se tale decisione strategica esula totalmente dalle possibilità di un agire quotidiano. 

Gli stratagemmi per in-formare 

Oltre alla precaria situazione ambientale, nel 2006 ho trovato un catalogo topografico a schede contenente informazioni minime. Per realizzare un catalogo on-line, non potendo permettermi l’acquisto di un software, ho aderito al Censimento dei manoscritti del progetto ministeriale MOL (Manus on line) che consente una catalogazione estesa dei codici e la condivisione delle informazioni in un catalogo partecipato. 

Con le risorse disponibili, la realizzazione del catalogo in MANUS dei 6.000 codici descritti in forma estesa richiederebbe all’incirca trent’anni di lavoro. Per consentire comunque una prima ricerca è stato previsto di inserire le immagini relative alle schede o i dati in forma minimale, considerando che si dovrà comunque rientrare nella catalogazione in un secondo tempo, per correggere e integrare il materiale. 

Di riflesso, questa mossa ha consentito all’APUG di essere il primo archivio gesuitico ad avere un catalogo on-line. Lungi dall’essere una soluzione ottimale, questo programma presenta limiti, talvolta insuperabili, che mi hanno fatto sentire l’esigenza di cercare altre modalità. Recentemente, ancora una volta senza disporre di fondi, abbiamo scelto di creare una piattaforma open source (GATE Gregorian Archives Texts Editing), sul modello di Wikipedia, che permette la fruizione dei documenti e anche di realizzare un’edizione critica collaborativa. 

Tutte queste “astuzie” sono state messe in atto tenendo conto di risorse umane scarsissime: un direttore, una segretaria part-time e una responsabile full time per il catalogo. 

Da questa povertà è scaturita l’opportunità di rivolgersi all’esterno per individuare persone che svolgessero anche le attività considerate ordinarie, quali ad esempio la catalogazione. Sono state perciò firmate sin dal 2008 diverse convenzioni con Università (Sapienza) e Istituti (CNR e ICPAL). Più recentemente l’APUG ha aderito ad attività di alternanza scuola-lavoro con alcuni licei classici romani. Il lavoro svolto dai tirocinanti e dagli studenti ha provocato un “inaspettato” circolo virtuoso che, partendo dalla formazione impartita dal personale dell’APUG, si è concretizzato nella realizzazione di tesi o progetti di alto livello scientifico. 

L’ipermaterialità 6

La nostra attenzione è riservata alla materialità del documento. La materialità non si manifesta solo nel supporto, essa costituisce e permette l’enunciato 7, quello che un po’ superficialmente si denomina “il contenuto”. Nella misura del possibile, cerchiamo di fare in modo che tutte le nostre attività ruotino attorno a questa concezione della materialità del documento: conservazione e restauro, catalogazione, mostre e digitalizzazione. La consapevolezza che la “manu-tenzione” del bene, così come indicato nel CBC, implica il mantenimento della sua “efficienza funzionale”, ci aiuta a problematizzare il luogo comune secondo cui “la digitalizzazione rende il bene fruibile al grande pubblico”. Ancora una volta la limitatezza dei mezzi è stata più di aiuto che d’impedimento. Grazie a una piccola donazione ci siamo attrezzati con una camera digitale professionale, un book cradle di produzione artigianale e due dispositivi d’illuminazione. Questa strumentazione, che implica tempi lenti nella manipolazione del documento e nell’acquisizione delle immagini, comporta un notevole esercizio di attenzione verso l’oggetto e verso il lavoro, un’attitudine che forse attrezzature più sofisticate e processi sempre più rapidi non consentirebbero. Dato che, secondo noi, l’obiettivo dovrebbe essere una fruizione indirizzata a un pubblico consapevole, non riteniamo sufficiente fornire una galleria di immagini, puntiamo invece ad allestire una trascrizione e annotazione semantica dei testi in una piattaforma collaborativa. 

Corpi di libri 8

Il materiale antico, 6.000 codici dal XVI al XX secolo, è costituito da materiale documentario di tipologia libraria in carta con legature in carta, pergamena o cuoio, in una buona percentuale originali. Circa il 20% di tutto il materiale era stato conservato in custodie o buste di carta/cartone fortemente acido, apposte direttamente sul corpo del libro per l’assenza o il deterioramento della legatura. 

Per i due fondi antichi APUG e Curia fu realizzato un censimento dello stato di conservazione con alcuni elementi minimi (presenza o meno di legatura, stato di carte e legatura, necessità di restauro) con lo scopo di avere dati sull’urgenza di alcuni interventi, quali ad esempio la sostituzione di tutte le cartelle in cartone acido con cartoncino alcalino, intervento quasi concluso sui fondi antichi. 

In quest’occasione sono stati ricollocati tutti i manoscritti di misura piccola (max 12 cm di altezza) del Fondo Curia, che rischiavano di essere schiacciati o di perdersi tra volumi di formati più grandi. Nello spostamento, inoltre, sono state raggruppate le legature che presentavano la medesima tipologia di materiale (pergamena, pelle o carta) rivestendo infine con cartoncino alcalino i volumi con legatura assente o caduta. A questi piccoli codici, che spesso avevano perso l’etichetta con la collocazione, ne è stata apposta una con un filo passante nel fascicolo centrale per evitare di apporne una nuova sul dorso coprendo quindi preziose informazioni quali titoli, antiche segnature ecc. 

Tutto il materiale si trova collocato in quei mobili compattabili che vengono di solito presentati come la soluzione ideale per chi voglia guadagnare spazio; tale criterio è quanto meno discutibile per un magazzino di conservazione dove tendenzialmente non è prevista una crescita significativa. Del resto la stessa bibliografia recente documenta una serie di problemi collegabili alla conservazione dei materiali documentari in scaffalature compatte: la mancanza di areazione e la creazione di un microclima difficilmente controllabile negli scaffali chiusi, la proliferazione di alcune tipologie di fungo, quali l’Eurotium halophilicum,9 lo scivolamento sui palchetti in metallo dovuto alla movimentazione del compact sul binario e il possibile schiacciamento di volumi caduti. 

Per risolvere alcune di queste problematiche siamo intervenuti lasciando uno spazio di apertura tra compact e compact (10 cm minimo), apponendo un tappetino di Plastazote (spessore 5 mm) sul palchetto e girando il palchetto in modo che il bordo anteriore impedisca la caduta. 

scaffale

Poiché la movimentazione e l’apertura dei compact comporta, ovviamente, un deposito maggiore di polvere, si prevede una pulizia approfondita del deposito una volta al mese e una depolveratura dei codici una volta l’anno. Infine alcuni materiali sono stati collocati sul palchetto o in cassettiera in senso orizzontale per evitare deformazioni di carta e pergamena. 

Ogni codice catalogato in forma estesa in MANUS on-line viene analizzato dal punto di vista materiale con il rilevamento di tutti gli elementi (fascicolazione, cucitura, legatura, tipologia di carta…) e dello stato di conservazione. Di conseguenza alla scheda del catalogo viene allegato qualcosa che normalmente si trova in un progetto di restauro.

Inoltre quando è richiesto in consultazione un manoscritto non ancora catalogato, si procede alla sua descrizione in MANUS, e lo si consegna solo dopo la redazione della scheda conservativa. Questo modo di procedere è assolutamente necessario nel caso di documenti a fogli o fascicoli sciolti privi di numerazione. Alla riconsegna, il codice è nuovamente controllato per verificare spostamenti, danneggiamenti o atti dolosi intervenuti più o meno volontariamente ad opera del ricercatore stesso. È ovvio che questa procedura implichi tempi lunghi anche nella semplice consegna del codice, ma la tutela è da noi considerata di primaria importanza rispetto a una consultazione scorretta che in alcuni casi può perfino comportare un irrimediabile danneggiamento dello stesso. Allo stesso modo, quando è richiesta la digitalizzazione di un codice, quest’ultimo viene analizzato e valutato principalmente per lo stato di conservazione in cui versa. 

Infine grande attenzione è riservata al posizionamento dei documenti in sala di consultazione e alla loro sistemazione in occasione di mostre. In questi casi si prevedono supporti realizzati su misura (con strutture componibili) caso per caso, controllando i parametri ambientali all’interno delle teche e, ad esempio, chiudendo ogni sera il codice per non forzare la legatura in una posizione impropria. 

Epimeleia 

Un giorno, a Buenos Aires, nella collezione dei libri antichi dei gesuiti in Argentina, trovai un volume stampato dal celebre Nicolaus Bischoff (1501- 1564), filologo classico che alla morte del suocero, Johann Froben, ne aveva ereditato la stamperia. La marca di Bischoff era una grus vigilans. L’uccello che simboleggiava la prudenza nella marca di Froben diventa una gru, che su una zampa sola, poggia su un pastorale. Se la gru era un antico simbolo della vigilanza ecclesiastica o politica, nel caso di Bischoff potrebbe essere interpretata come simbolo della diligenza tecnica e filologica. Un motto accompagna l’immagine: Tes epimeleias doulas panta ginetai, sentenza che potrebbe essere tradotta con: “Ogni cosa è sottomessa alla legge dell’attenzione”. Questa marca campeggia nella nostra pagina web e cerchiamo di farla presente in ogni nostro progetto.

bologna_episcopius
Episcopius, grus vigilans.

La nostra attenzione oggi si trova spesso sotto scacco da parte delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, sottomessa e ipersollecitata da uno psicopotere: 

Lo psicopotere è l’organizzazione sistematica di captazione dell’attenzione resa possibile dalle psicotecnologie che si sono sviluppate con la radio (1920), con la televisione (1950) e con le tecnologiedigitali (1990). Essa ha raggiunto l’intero pianeta attraverso svariate forme di reti e generando una costante canalizzazione industriale dell’attenzione che ha recentemente provocato un massiccio fenomeno di distruzione della stessa attenzione, quello che diversi nosologisti americani hanno definito attention deficit disorder.10 

Paradossalmente potremmo imparare da una pagina del Simposio nella quale Platone ci presenta Socrate che, strada facendo verso il banchetto, dis-attende il suo impegno per porre la sua attenzione altrove. Il quotidiano potrebbe essere la nostra palestra per fissare l’attenzione altrove, per riflettere, per cogliere il momento preciso per far la nostra mossa tattica. 

( Questo testo è stato presentato nel convegno “Tra prevenzione e restauro: le attività di manutenzione in archivio e in biblioteca” organizzato dalll’Associazione Italiana dei Conservatori e Restauratori degli Archivi e delle Biblioteche, AICRAB (26-27 maggio 2017) e posteriormente pubblicato  organizza in Biblioteche oggi, Settembre 2017).

NOTE 

1. Un resoconto di quest’esperienza in Carlo Federici – Martín Morales – Melania Zanetti, Il restauro del libro tra Roma e Buenos Aires, Cuadernos IILA, 2008. 

2. Bernard Stiegler, De la misère symbolique – 1. L’époque hyperindustrielle, Paris, Galilée, 2004, p. 33. 

3. Michel de Certeau, L’invenzione del quotidiano, Roma, Edizioni Lavoro, 2010, p. 35. 

4. Michel de Certeau, L’invenzione cit., p. 71. 

5. Les ruses de l’intelligence. La mètis des Grecs, Champs, 1974, p. 10. 

6. Per il concetto di ipermaterialità vedi http://arsindustrialis. org/vocabulaire-hypermatiere (21.06.2017). 

7. Michel Foucault, L’archeologia del sapere, Milano, Rizzoli, 2006, p. 135. 

8. Di “corpi di libri antichi” da mandare al legatore si parla nel Registro delle entrate e delle uscite della Biblioteca del Collegio Romano, redatto da Pietro Lazzeri (APUG 2805). 

9. Fungal biodeterioration of historical library materials stored in Compactus movables shelves, in “International Biodeterioration & Biodegradation”, 75 (2012), p. 83-88. 

10. Bernard Stiegler, Mécréance et Discrédit 2. Les sociétés incontrôlables d’individus désaffectés, Paris, Galilée, 2006, cap. 27. 

3 risposte a "Le esperienze di “manutenzione” del patrimonio gesuitico"

  1. Grazie molto, Martin.
    per l’articolo così ben scritto ed interessante,
    Complimenti ed auguri per la preservazione del nostro patrimonio preziosissimo,
    Norman Tanner SJ

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