La “valorizzazione” e i suoi tranelli


L’occasione del restauro e condizionamento di tre disegni di obelischi e di altre tanti codici di Athanasius Kircher ci ha consentito di riflettere sulla complessità del termine valorizzazione che da alcuni anni si applica ai “beni culturali”.

Il termine valorizzazione, proprio della comunicazione in ambito economico e posteriormente applicato ai così denominati “beni culturali”, è stato definito da Charles Gide come: “hausse factice dans la valeur marchande d’une denrée provoquée au moyen de manœuvres économiques” [Gide, Ch., Cours d’économie politique, 1919, p. 154.]. In questo senso la valorizzazione è vista come il risultato di un’operazione fittizia destinata a dare valore a una merce che, per la sua scarsità provocata, aumenta il suo prezzo. L’introduzione del termine nell’ambito dei “beni culturali” sta a indicare il desiderio di dare un nuovo valore a un determinato oggetto. Anche in questo caso si dovrebbe parlare di un’operazione costruita intorno al determinato oggetto. Se in un momento dato si decide di valorizzare qualcosa è perché in precedenza si era deprezzato. Il valore non è pertanto presente nella cosa in sé ma nell’osservazione che si compie su di essa. Allo storico può interessare quest’alternanza valutativa in quanto indicatore di mutamenti o di possibili evoluzioni sociali.

Quindi, per valorizzazione in questo contesto intendiamo:

L’attribuzione di un valore frutto di una selezione basata su determinate osservazioni che utilizzano distinzioni. L’osservazione è una distinzione che permette di selezionare e indicare una delle parti distinte come differente dall’altra. Per tanto, la modalità dell’attribuzione è sempre contingente e dipende dall’osservazione che si compie sull’oggetto. In questo senso, l’attenzione primaria si rivolge non tanto all’oggetto in quanto tale quanto alle configurazioni di distinzioni operate sul suo conto.

Le azioni che sono state realizzate per mettere in valore la documentazione kircheriana si manifestano in una serie di operazioni che ebbero inizio nella metà del secolo XVII e che subirono una brusca flessione a partire dalla metà del secolo scorso. Sarebbe possibile marcare, in questo lasso temporale, una sequenza di interventi: la prima raccolta e selezione operata dallo stesso Athanasius Kircher nel XVII secolo, per conservare questi manoscritti che, in certi casi, confluirono in edizioni. Successivamente, questi codici furono oggetto di una campagna di rilegatura a carico del fondatore della cattedra di Storia Ecclesiastica e bibliotecario del Collegio Romano, il P. Pietro Lazzeri SJ. Questi codici appartengono a un insieme di oltre 200 codici manoscritti (8 metri lineari di scaffalatura, all’incirca 33.000 fogli). Le coperte di questi codici sono in mezza pergamena con piatti in cartone alla forma e furono realizzate nel corso del Settecento per ordinare e conservare carte sciolte, fascicoli e volumi che si trovavano semplicemente cuciti. Molti di questi materiali dovevano presentarsi sciolti o con cuciture sommarie (ad es. nella tipologia a sopraggitto). Una tipologia di materiale così varia comporta sfide soprattutto dal punto di vista della conservazione materiale.

Nel Registro delle entrate e delle uscite della Biblioteca del Collegio Romano (APUG, Ms. 2805), redatto sotto la direzione di Pietro Lazzeri, alla voce legatura si parla di “corpi di libri antichi”, “libri guastati dai vermi”, fogli sciolti e miscellanee “mandati al legatore”. La realizzazione di queste legature sembra comunque essere riconducibile a un’esecuzione interna sia per la tecnica esecutiva, un ibrido tra legatura d’archivio e libraria, sia per la povertà dei materiali utilizzati. Gran parte di questi codici sono miscellanee con fascicoli che presentano cuciture primarie di diversa tipologia su cui è stata realizzata una seconda cucitura per comporre il volume: è notevole la varietà delle soluzioni adottate per agganciare le coperte in cartone senza dovere necessariamente ricucire l’intero corpo delle carte.
Da questa tipologia di legatura, che potremmo denominare “povera”, possono osservarsi diversi aspetti. Da una parte, può notarsi in questa operazione di salvaguardia un interesse nella selezione di certi materiali e non altri. Inoltre, questa cernita mette in evidenza nuove cesure temporali attraverso le quali sarà possibile descrivere dei cambiamenti nella temporalizzazione del sistema sociale, ovvero la costituzione di un presente a partire da una determinata differenza tra passato e futuro. L’espressione “libri guastati dai vermi”, sottoposta a una osservazione di secondo ordine intesa a scoprire la sua latenza è, in questo senso, altamente indicativa della costruzione del presente.

In questa catena di interventi intenti a valorizzare il materiale kircheriano potrebbe annoverarsi un’operazione di conservazione (1954) sui 14 volumi di lettere che ha comportato l'”incapsulamento” di una cospicua quantità di fogli in cellophan [Herman Smith, L., “Manuscripts repair in European Archives.” The American Archivist, Vol. I, 1938 n.2, p. 64 ]. Procedura irreversibile che al momento era considerata tra le più innovative e che ha compromesso fortemente la conservazione del materiale.

Il 25 di marzo scorso abbiamo avuto l’occasione di presentare, nell’aula “Andrea Pozzo” (Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, Roma) il risultato di quello che noi intendiamo con valorizzazione.

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