Ri-trovato il “Tractatus De trinitate” di Stefano Tuccio


Anche negli archivi più polverosi capita, a volte, di vedere illuminarsi dei visi in grandi sorrisi. Accade quando si svela il mistero che si cela intorno a carte fino a poco prima mute. E così la scoperta anima nuove ricerche, e soprattutto apre nuove domande. E’ stato un grande onore, oltre che un piacere, vedere la Prof.ssa Mirella Saulini confrontarsi con i testi di Stefano Tucci da noi conservati ed emergere, ogni giorno, con una piccola scoperta. Di seguito si riportano brevemente le sue considerazioni sul ritrovamento di un’opera data per persa ormai da più di tre secoli. Lo studio di questo manoscritto diventa di estremo interesse considerando che dell’edizione non si sono, finora, trovate tracce. Non rimane che lasciare la parola a chi il manoscritto l’ha tenuto molte ore tra le mani mentre quasi in un sussurro dichiarava: “non posso farci niente: io mi diverto così!”.

Il Tractatus de Trinitate di Stefano Tuccio SJ

Mirella Saulini

F.C. 1434A, c. 100r

Nel 1583 il Generale Claudio Acquaviva chiamò Stefano Tuccio (1540-1597) a far parte della commissione incaricata di redigere la Ratio atque institutio studiorum Societatis Iesu. A quel tempo il padre, che fu anche uno dei più importanti drammaturghi e oratori della Compagnia di Gesù, insegnava
Teologia a Roma. Docente di tale materia era già stato; negli anni 1575-77, lo troviamo, per esempio, nel collegio di Padova, incaricato di tenere le lezioni di Teologia Dogmatica. È proprio l’esperienza patavina quella maggiormente ricordata, poiché sembra che le lezioni colà tenute, giudicate «magni partus ingenii», siano state raccolte e mandate alle stampe, ad opera di uno o più studenti, all’insaputa di Tuccio. L’opera, il cosiddetto Tractatus de Trinitate, sarebbe andata in breve tempo esaurita e di essa sarebbe sparita ogni traccia.
Tale notizia è da far risalire a Giano Nicio Eritreo, del quale, tra il 1645 e il 1648, fu pubblicata la Pinacotheca imaginum illustrium, doctrinae vel ingenii laude, virorum. Essa è stata poi ripresa, con qualche variazione e/o aggiunta, dai biografi tucciani e dagli autori dei repertori, anche i più recenti. Questi vertono soprattutto sulla sua opera drammatica, ma tra le notizie biografiche non manca la parentesi padovana.
Ma che cosa c’è di vero nella vicenda del Tractatus? Per prima cosa il trattato stesso: nel Fondo Curia dell’Archivio Storico della Pontificia Università Gregoriana, alla segnatura F.C. 1434A (cc. 87 r -304 r ), con il titolo Lectiones Patris Stephani Tutij de Trinitate [suddivise in 10 Quaestiones di cui le prime 5], esiste infatti la raccolta, manoscritta, delle lezioni trinitarie di Tuccio.
Abbiamo dunque, di certo, un manoscritto cartaceo, a fascicoli, senza numerazione coeva, la cui data stimata è 1591-1625.
Il testo delle Lectiones sembra redatto da un’unica mano. La scrittura è una corsiva, tondeggiante; le parole constano quasi sempre di un’unica linea, ma il segno è ora più ora meno marcato. Sono presenti marginalia interni ed esterni: chiose, integrazioni, titoletti. All’esterno, la suddivisione
numerica delle Lectiones 1-47 (altre 45 non sono numerate) e quella alfabetica degli Argumenta.
La domanda che sorge spontanea è se il manoscritto sia oppure no, autografo. Da un confronto con la Professio, del 1578, e con alcune lettere che Tuccio scrisse da Padova, emerge una differenza fondamentale: in questi documenti, diversamente dal manoscritto, le parole non constano, se non raramente, di un’unica linea. A ciò si aggiungono la scrittura meno
tondeggiante e la forma diversissima, per esempio, della p, della d e della h minuscole. I dati non fanno dunque propendere per l’autografia del manoscritto.
Rimane il problema della stampa. Si sa che le opere dei padri Gesuiti potevano essere pubblicate solamente «Superiorum permissu»; altro dato significativo, testimoniato, ad esempio, da alcune lettere del padre Bernardino Stefonio, è che, per una sorta di distacco dell’autore dalla gloria
mondana, la curatela era spesso affidata, ma con la collaborazione dell’autore stesso, a uno o più confratelli. A questi ultimi si richiedevano, (tanto più se l’opera era di argomento teologico) impegno, attenzione e mesi, forse anni, di lavoro. Come si può dunque pensare che il Tractatus sia
stato dato alle stampe all’insaputa dell’autore e in tempi brevi?
Non si può, comunque, escludere a priori che ci sia stata una stampa clandestina, del cui progetto il padre Tuccio può benissimo essere stato all’oscuro.

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