Ignazio di Loyola giocatore di biliardo (e non solo)


Si ricomincia un nuovo anno, “Cabudannu”, capodanno, così si dice “settembre” in lingua sarda. Si riprendono alcuni progetti, se ne aprono di nuovi, si rinnova lo sguardo verso le cose mentre congediamo l’estate. L’archivio vive, oppure no, nella misura in cui sia possibile gettare nuovi sguardi sulla documentazione, porre nuovi problemi e nuove domande, nuove rispetto a un determinato sistema osservatore. Un dialogo del celebre ispettore Hercule Poirot di Agatha Christie istruisce lo storico:

Sono stata già interrogata dalla polizia più volte, messieurs. Credo sia molto improbabile che vi possa aiutare, visto che non ho potuto aiutare loro. Madame -rispose Poirot- è probabile che io no vi rivolgerò proprio le stesse domande.

Agatha Christie, Los cuatro grandes, cap. VI.

Senza domande il documento ammutolisce. L’archivio si apre solo a partire da un determinato programma di ricerca. Chi rifiuta di riconoscere il proprio impianto teorico e ritiene che ci sia una “pratica” indipendente da una “teoria” si autoesclude dalla possibilità di intraprendere un’indagine. Lo storico che aprisse la porta dell’archivio, potrebbe osservare, per esempio, le diverse selezioni che si trovano alla base di una lunga serie di evocazioni del santo fondatore dei gesuiti: sempre diverse e sempre funzionali.

Quale esercizio di osservazione si potrebbe fare a partire dalle ri-figurazioni iconografiche di Ignazio di Loyola? Come si potrebbe descrivere l’emersione (apparizione di qualcosa improbabile) di alcune di esse e la loro posteriore immersione? Se ammettessimo che l’immagine mi dice se stessa … ciò che essa mi dice consiste nella sua propria struttura, nelle sue forme e colori [L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche], quali questioni potremmo porre riguardo alle pretese di verità dell’occhio produttore e dello sguardo osservatore? La domanda si muove a partire di una concezione della storia, seguendo Michel de Certeau, in quanto operazione storiografica. Pertanto, la domanda in questo contesto è operativa e tende a considerare non che cosa è (la quidditas) ma come è stata vista la cosa. Se il quesito riguarda il come la preoccupazione si centra sulla differenza, focalizzando la ricerca non sul passato ma sul modo in cui il passato è stato visto e descritto.

L’iconografia di Ignazio di Loyola è molto varia e trascina con sé motivazioni diverse. Lungo il tempo emergono attraverso di esse concezioni teologiche, preoccupazioni e incertezze, modelli organizzativi tradotti in motti e consegne precise. Sotto a questa diversità ci sono una serie di temi che regolano la loro emergenza a partire della organizzazione della memoria. Nel nostro sistema sociale i temi risparmiano tempo ed energie, perche essendo già noti, e diventati valuta comune grazie ai mass media, si evita di problematizzare al di là dell’ovvio. Questi temi, per esempio, andranno a delimitare il concetto di “spiritualità ignaziana” che essendo un significante flottante è capace di abbracciare perfino contraddizioni e paradossi. A partire di questa ambiguità semantica è possibile comprendere lo slittamento di un modo di fare storia segnato dal fattuale e dal metodo positivista, inevitabilmente aperto alla polemica, verso questa “spiritualità ignaziana” che funzionerebbe come una potente riduzione di complessità, riduzione che prima spettava alla storia.

Uno dei compiti che il sistema sociale aveva chiesto alla scrittura della storia era di fissare il fattuale e posteriormente di criticare e di rivedere più volte i risultati. In questi sforzi di perfezionamento, appellandosi a diversi dogmi e metodi (“la verità oggettiva”, “il metodo storico-critico”), che a loro volta erano restii a sottostare a una critica della propria codificazione, la disciplina storica così, segnata da una teleologia, sembrava progredire simulando una sorta di guadagno cognoscitivo.

Giacomo Cortese SJ (1667) detto il Borgognone, Camerette di Sant’Ignazio (Roma), corridoio, dettaglio.

Tra queste rappresentazioni, può annoverarsi la serie di immagini affrescate dal fratello gesuita Giacomo Cortese [Jacques Courtois] nel corridoio delle Camerette di Sant’Ignazio alla residenza del Gesù (Roma). La prima figurazione che apre la serie, seguendo il testo della Vita di Pedro de Ribadeneira (parte quinta), rappresenta Ignazio, mentre era studente a Parigi, giocando a biliardo con un nobile. Secondo il Ribadeneira, Ignazio desiderava dare i suoi Esercizi Spirituali al nobile il quale avrebbe accettato di sottostare alla guida di Ignazio solo dopo aver giocato una partita di biliardo: se il nobile fosse uscito vincitore sarebbe rimasto libero di continuare la sua vita come prima, in caso contrario era disposto a fare il mese di Esercizi. Ribadeneira si affretta a dichiarare che Ignazio non aveva mai giocato a biliardo. Ancora il gioco era visto come governato dalla Provvidenza e non come il risultato di un calcolo di probabilità. Questa distinzione permetteva all’immagine di presentarsi come moralizzante.

L’immagine di Ignazio chino sul tavolo da gioco difficilmente potrebbe oggi essere oggetto di contemplazione o di devozione. E se per caso lo diventasse, non porterebbe con sé le distinzioni che spinsero Ribadeneira, in primis, e Cortese, a quasi un secolo di distanza, a salvare dall’oblio questa pagina. Nondimeno, un Ignazio di Loyola rivestito dalla corazza e con la lancia in mano potrebbe essere plausibile nei tempi nostri in cui il conflitto si presenta come efficace riduttore di complessità e nuove “crociate” si affacciano all’orizzonte. Oggi sommerse, le raffigurazioni di Ignazio che caccia via il demonio, come nella tela di Juan Valdés de Leal (1622-1690), farebbero fatica ad attirare l’attenzione dei devoti, tranne forse in quegli ambienti dove certe pratiche esorcistiche hanno ricuperato qualche vigore.

A partire del miracolo della gallina, presente negli atti del processo di canonizzazione, è possibile riflettere sull’alternanza degli sguardi costruttori. Una povera donna anziana di Manresa, aveva affidato alle cure di una bambina il suo unico patrimonio: una gallina. Per disattenzione della bambina la gallina cadde in un pozzo e morì, ma l’intercessione del santo, che precisamente aveva iniziato la sua “conversione” per le vie di Manresa, la “risuscitò”. Secondo le testimonianze raccolte nel processo di canonizzazione, perfino la regina Margarita d’Austria-Stiria, moglie di Filippo III, risulta aver ricevuto sei pulcini nati dalla gallina rediviva. Verso la fine del XIX secolo, forse sotto l’influsso del romanticismo che si permetteva rapporti più laschi con la Storia, tornerà l’immagine di una ragazzina devota accanto al pozzo dove si compì il “miracolo”. Sorte alterna ha avuto anche la rappresentazione di Ignazio nella grotta di Manresa, luogo che simboleggia la vita penitenziale, le prime esperienze mistiche e il cuore redazionale degli esercizi spirituali. Timida durante il secolo XVII, questa raffigurazione conoscerà qualche successo a partire della seconda metà del secolo XX. Il saio, i capelli lunghi e disordinati, le unghie di piedi e mani non tagliate, come si racconta nella Autobiografia, evoca la figura del homo sylvaticus riconducibile a Sant’Onofrio per il quale Ignazio, secondo il suo compagno Jerónimo de Nadal, aveva una particolare devozione. La figura dell’Ignazio eremita, che fugge della città e dei suoi “vizi”, in sintonia con la natura, potrebbe oggi riemergere in tempi di una spiccata sensibilità ecologica.

Pozzo di Sant’Ignazio, Manresa.

Ogni osservazione cela una latenza, una macchia cieca, come già l’aveva scoperto il fisico Edme Mariotte (1620-1684), una piccola zona della retina che non possiede recettori di luce. Precisamente quella zona buia, conosciuta anche come punto cieco, garantisce la visione dell’occhio.

Se osservare è distinguere, questa distinzione è possibile a partire da una latenza, da una distinzione che non è osservabile. I valori, i concetti, i così detti fondamenti del sapere (anche i nostri, ovviamente) dipendono da questa parziale cecità che permette l’osservazione ma non si lascia nello stesso tempo osservare.

La latenza è definita come la possibilità di osservare e descrivere ciò che altri non possono osservare [N. Luhmann, La scienza della società]. Un modo di praticare oggi il mestiere dello storico potrebbe essere osservare la latenza che permette di concepire Ignazio di Loyola, come un giocatore di biliardo, pellegrino, eremita, militare, esorcista, geniale organizzatore, fine psicologo o, negli ultimi anni, come modello per il management o per la leadership. Concedersi questa opportunità di osservare il punto cieco di un altro osservatore implica ammettere che nel momento di farlo stiamo stabilendo un’altra differenza, a partire da un nuovo punto cieco, che a sua volta potrà essere osservato è così ad infinitum. Si rinuncia così a teorizzare sull’esistenza di un punto unico assoluto, universale e permanente, a partire dal quale la verità possa essere stabilita una volta per sempre e per tutti. Così come sembrerebbe dimostrarlo d’altronde la successione, numerosa e sempre diversa, della vera imago di Ignazio.

L’archivio apre nuovamente le sue porte. Un patrimonio notevole e in gran parte ancora sconosciuto si pone a servizio di chi è disposto a sfidarlo (e a sfidare se stesso) con interpellanze che mettano alla prova le selezioni di quelli che lo inventarono e che probabilmente non sono più le nostre. In quel caso le antiche carte, ostiche, frammentarie, imbrunite, talune ferite o appunto di scomparire, altre invece intonse e vigorose, offriranno risposte generose, quasi infinite.

2 risposte a "Ignazio di Loyola giocatore di biliardo (e non solo)"

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