Il santo scartato


Haec sunt arma mea […] Stava Giovanni giacendo supino, con tutti i sentimenti interi, e liberi, con gli occhi fissi nel Crocifisso, rosario e regole, le quali cose teneva con tutte due le mani […]


Virglio Cepari, Vita di Giovanni Berchmans, fiammingo, religioso della Compagnia di Gesù. Roma, 1625.

Il testimone silente


Qualcuno, spinto dalla curiosità, potrebbe chiedersi: Cosa c’è nell’archivio della Gregoriana a riguardo di San Giovanni Berchmans (1599-1621) ? Quali sono le testimonianze di colui che fu pianto da tutti i gesuiti del Collegio Romano nei giorni della sua lunga agonia, come si legge nella Vita scritta dal suo confratello Virgilio Cepari [Vita di Giovanni Berchmans, fiammingo, religioso della Compagnia di Gesù. Roma, 1625] ? Volendo fare una mostra o un convegno nel quattrocentesimo anniversario della sua morte, come oggi spesso si usa, quali documenti potremmo trarre dall’oblio di colui che è stato scelto come patrono degli studenti e modello per la gioventù? L’epidemia di febbre tifoide che lo uccise a ventidue anni colpì anche, qualche settimana dopo, il suo compagno Roberto Bellarmino, ma questa comunanza di vita e di morte avrà esiti divergenti nella storiografia. Se interrogassimo il catalogo dell’archivio, troveremo solo un paio di documenti, praticamente nulla. Se l’assioma per lo storico è che la storia si fa con i documenti, anche la loro assenza sarà eloquente.

APUG, 3269

Nel secolo XIX, un sensibile aumento delle canonizzazioni vedrà anche accrescere la schiera dei santi nella Compagnia di Gesù: la maggior parte di loro sono stati canonizzati tra il secolo XIX e la metà del XX. San Giovanni Berchmans è stato beatificato da Pio IX nel 1865 e canonizzato da Leone XIII nel 1888. Un documento dell’archivio attesta la collocazione, nella chiesa di Sant’Ignazio a Roma, di una nuova urna di lapislazzuli destinata ad accogliere i resti di Giovanni Berchmans. Il 9 agosto del 1873 l’allora P. Generale, Pietro Beckx, accompagnato da tutto il Collegio Romano, dagli studenti dei seminari e dei collegi, insieme a dodici parroci della città di Roma, depose le «sacre ossa» nell’altare dell’Annunziata, di fronte a quello dell’altro santo giovane: Luigi Gonzaga. Secondo il documento, «tre circostanze specialmente contribuirono alla singolare devozione: il concorso di tanta gioventù studiosa […] i tristi tempi che corrono in mezzo a tante sciagure di Roma […] e le grazie prodigiose ottenute per intercessione del Beato». Si ricordi che nel 1873 i gesuiti dovranno lasciare definitivamente il Collegio Romano: questo ed altri eventi, che segnano i tempi, costituiscono «la mole di miserie» cui si riferisce Pio IX nella sua enciclica Etsi multa del 21 novembre 1873:

Certamente da quando questa Nostra nobile Città, per volere di Dio, fu presa con la forza delle armi, e assoggettata al governo di uomini che calpestano il diritto, e sono nemici della religione, per i quali non esiste distinzione alcuna fra le cose divine ed umane, non è trascorso quasi giorno alcuno, che al nostro cuore, già piagato per le ripetute offese e violenze, non s’infliggesse una nuova ferita. Risuonano tuttora alle nostre orecchie i lamenti ed i gemiti degli uomini e delle vergini appartenenti a famiglie religiose che, cacciati dalle loro case e ridotti in povertà, vengono perseguitati e dispersi, come suole accadere dovunque domina quella fazione, la quale tende a sovvertire l’ordine sociale […]
E anche questo abbiamo visto negli ultimi tempi (che non sospettavamo potesse mai accadere), cioè che venisse condannata e soppressa la Nostra Università Gregoriana; la quale (come un antico autore scriveva a proposito della scuola Romana Anglosassone) era istituita allo scopo che i giovani chierici, anche di lontane regioni, venissero ad istruirsi nella dottrina e nella Fede cattolica, affinché nelle loro chiese non s’insegnasse nulla di distorto o contrario all’unità cattolica, e così tornassero alle loro contrade consolidati nelle certezze della Fede.

Nel 1926, secondo centenario della sua canonizzazione, Pio XI lo proclamò patrono della gioventù. Tutte queste «circostanze» sembrano sepolte nel fondo di quell’urna. La congiuntura sociale del XIX secolo che aveva permesso di riproporre la figura di Giovanni Berchmans, fino al primo trentennio del secolo scorso, muterà radicalmente e altri temi si affacceranno sull’orizzonte richiedendo altre contribuzioni.

Lo storico: un rôdeur


Michel de Certeau, lungo i suoi fecondi scritti, ha indicato alcuni possibili aggettivi per tratteggiare il mestiere dello storico contemporaneo: rôdeur, braconneur, bricoleur, chifonnier. Taccuino in mano, perlustra gli scarti discorsivi che non formano parte dei contributi destinati a rincorrere i temi già predisposti dalle strategie comunicative. Queste scelte strategiche non rispondono all’azione di un influencer, che non fa altro che riecheggiare quello che già si urla, e nemmeno ubbidiscono alla mossa più o meno arguta di un leader, ma seguono la comunicazione stessa che è l’unica che comunica. Lo storico rôdeur si trova ai margini, è situato nell’ambiente del sistema di comunicazione.

Raccoglie come un cenciaiolo vecchie carte, santini e libri di devozione che nessuno usa più per pregare. Raccatta forme discorsive desuete come la vita del santo con i suoi miracoli che non solo non convincono più nessuno riguardo alla potenza della santità, ma muovono al sorriso. Frammenti di osservazioni del reale, ritagli di mondi marcati, direbbe Spencer Brown, e costruiti.

Per lui la realtà non è una bestia da squartare, come farebbe il cuoco del Fedro (265e) che tagliava senza spaccare le ossa e seguiva le giunture previste dalla natura. Per lo storico bricoleur non c’è una natura, una realtà, passata o presente, che possa essere raccolta, nominata e classificata, e poi ricomposta in modo univoco. Egli considera che ciò che arriva sul suo tavolo da lavoro proviene da un mondo altro, è qualcosa di costruito, come lo sarà il suo operare.

La canonizzazione delle regole


Altare di S. Giovanni Berchmans, chiesa di Sant’Ignazio, Roma

Dita affusolate stringono con forza un volumetto, insieme al crocifisso e alla corona: sono le Regulae Societatis Iesu. Probabilmente si tratta dell’edizione realizzata nel Collegio Romano nel 1606. Ecco il tratto iconografico inconfondibile per riconoscere San Giovanni Berchmans. In verità, quelle mani cercano di stringere un’infinità di regole, per provare a contenere un mondo che va in frantumi.

Il libretto racchiude un insieme di precetti per i superiori dell’Ordine, per il maestro dei novizi, norme valide per tutti come le regulae communes, regole per i sacerdoti, per i predicatori, per coloro che partono in missione, e poi: per il bibliotecario, l’infermiere, il guardarobiere, i portinai, per chi legge a tavola, per il cuoco e per chi va al mercato, per chi deve visitare le camere durante la notte, per l’incaricato della sveglia mattutina, ecc. Le regole tessono una fitta rete intesa a contenere ogni aspetto della esistenza. Molte di esse sono pratiche. Indicano orari, gesti precisi, enumerano e determinano. Come ogni regola misurano, ma soprattutto servono a costituire il soggetto, assoggettandolo a sé: si rendono necessarie per misurarsi. Scandiscono l’esame di coscienza, la loro inosservanza è materia per la confessione e sono presenti nel rendiconto di coscienza che si deve dare al superiore. Talvolta, affinano pericolosamente l’anima la quale si avviluppa a tal punto su sé stessa, che rotola disperata su quelle pietruzze appuntite che la spiritualità chiama scrupoli. Dubbi piccoli e assillanti che alzano un muro, sbarrando il passo ad altre incertezze che sarebbero ancora più dirompenti. Le regole sono il crogiolo in cui si forgia quella obbedienza che, nel secolo di Cartesio, resiste ad ogni mathesis e argomentazione, e si acceca per vedere con gli occhi altrui. Non a caso il libretto si chiude con la celebre lettera di Ignazio di Loyola sull’obbedienza. Il mondo delle regole raddoppia un mondo totalizzante e controfattuale: «Morire nella Compagnia senza aver contravvenuto a veruna regola», si ripete ossessivamente nella Vita del Santo. Tra tutte le regole spicca una virtù regina: la modestia. «La modestia è la virtù che compone tutti i movimenti, tanto dell’animo quanto del corpo», ci ricorda il Cepari. L’esercizio della modestia sarebbe la prova che è il corpo ad essere incarcerato nell’anima più che trovarsi questa rinchiusa in lui. Le regole della modestia determinano l’angolazione del capo, il movimento degli occhi e del naso, l’apertura della bocca, le rughe della fronte, cosicché tutto il volto esprima allegrezza «in modo che per la serenità esteriore si riconosca quella interiore». Le mani staranno ferme, l’andatura sarà moderata, e tutti i movimenti del corpo saranno umili affinché tutti coloro che vedano passare un gesuita si muovano a devozione.

Le mani del santo si afferrano alle regole. Sono loro ad assicurare le aspettative, che sono le vere colonne portanti della struttura sociale. Alzandoci la mattina ci potremmo aspettare una buona o una cattiva giornata, ma difficilmente una catastrofe planetaria. Grazie alle regole di cortesia ci si aspetta che un gesto di saluto ottenga in cambio un gesto analogo e non uno schiaffo. Le norme sono un modo per assorbire la delusione innanzi alle aspettative non compiute e servono a calmierare la incertezza all’interno di un sistema in cui la pressione della contingenza aumenta in modo crescente. Inoltre, queste regole occultano il paradosso del discorso della governamentalità che è rivolta omnes et singulatim, soprattutto in quella modernità in cui il processo di individualizzazione era visto come uno degli altri elementi che poteva introdurre ancora più incertezza. La singolarità, pertanto, è qualcosa che deve essere perfino odiata: «Sequi in omnibus communitate, et maxime odisse singularitates», scrive il santo. Ma questo impero della singolarità è così forte e presente in lui che la lotta che si instaura per annientarla diventa campo di battaglia per la virtù e uno spazio penitenziale per aumentarla: «Mea poenitentia maxime est vita communis» è il motto prediletto di Giovanni, secondo il Cepari.

La vita communis è la vita che diventa tale non semplicemente perché si sta insieme sotto lo stesso tetto o perché si condivide la stessa missione, ma poiché tutti quanti sono falciati dalla stessa regola. Tra questa concezione del mondo e quella odierna, che sembrerebbe premiare i rusher dentro un’organizzazione, vale a dire gli intraprendenti, che incarnano la “esplosione di energia del singolo”, quelli che si staccano dalla massa, che sono veloci nei processi decisionali, sempre goal-oriented, c’è un vero abisso. Questo senso della vita in comune porta il santo a fuggire da ogni familiarità: «Nulli ero familiaris». 

L’osservanza della regola del tatto (Regulae communes, n. 34), per esempio, non tende solo a evitare le minacce alla castità, la quale era osservata a partire da distinzioni che senz’altro non sono le nostre, ma è un mezzo, secondo la Vita del santo, per evitare qualsiasi rapporto che possa essere esclusivo. Antiche regole monastiche come quelle di San Basilio e di San Giovanni Climaco si affacciano sull’orizzonte delle relazioni interpersonali della modernità, che vedranno sostanziali mutamenti dall’amour courtois all’amour plaisir.

Alcuni santi sembrano avere un passaporto che permette loro di arrivare fino alla nostra modernità complessa. Altri, sans-papier, sono fermati ai varchi d’ingresso dei social e non suscitano eventi. Sarebbe molto improbabile una loro risurrezione, eppure le narrazioni delle loro vite, come bloccate e sospese nel loro tempo, non rivisitate e aggiornate, irritano lo sguardo contemporaneo. Sono un’occasione formidabile per osservare, attraverso una teoria delle distinzioni, che cosa di volta in volta ne permette o vieta il passaggio. Essendo questa una auto-osservazione dirà molto più del sistema osservatore che del santo stesso, ma i santi non si offendono e noi magari impariamo qualcosa.

2 risposte a "Il santo scartato"

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