Dal buio dell’archivio


Ho cercato, nel corpo delle Sante Scritture, ciò che meritava di essere meditato ed esplicato nel modo migliore. Scelsi il libro dei salmi che gli ecclesiastici leggono tutti i giorni ma la cui comprensione è così difficile.

[S. Roberto Bellarmino, Explanatio in psalmos]

APUG 382

Nel contesto della canonizzazione di San Roberto Bellarmino e della sua posteriore dichiarazione come dottore della Chiesa (1930-1931), la Compagnia di Gesù si impegnò in una serie di attività di ricerca. Tra queste iniziative, si trova la creazione di una collana intitolata: Societatis Iesu selecti scriptores.

La serie di scriptores selecti si inaugurò con l’edizione critica della Explanatio in psalmos di S. Roberto Bellarmino realizzata a partire dall’esemplare autografo dell’APUG (382), confrontandolo con le pubblicazioni a stampa di cui la prima edizione risale al 1611. Il responsabile di questo monumentale lavoro fu il padre gesuita Romualdo Galdós Baertel (1885-1953). Il padre Galdós aveva fatto un triennio di studi al Pontificio Istituto Biblico (Roma) e anni dopo (1928) ricevette il suo dottorato dalla Pontificia Commissione Biblica. Durante cinque anni il suo insegnamento si divise tra lo scolasticato di Oña (Spagna) e l’Università Gregoriana (1932-1937).

Compagni e professori del P. Galdós nel cortile del Pontificio Istituto Biblico (Roma, 1922)

P. Romualdo Galdós Baertel SJ

La Civiltà Cattolica salutava l’apparizione del primo numero con queste parole:

[…] la collezione promette di riuscire importante e anche grandiosa: tanta è la copia dei selecti che dovranno necessariamente prendervi parte. […] Se ne avrà un duplice vantaggio non trascurabile: opere ormai divenute rare saranno rese accessibili; verranno la prima volta alla luce opere di merito, rimaste tuttavia inedite negli archivi.

La Civiltà Cattolica 1934, vol 1.

Malgrado l’augurio della Civiltà Cattolica, la vita della collana non fu lunga, appena una ventina d’anni. La pubblicazione del P. Galdós e posteriormente l’edizione di padre Sebastiaan Tromp SJ dell’Opera oratoria postuma di S. Roberto Bellarmino (1942-1969), undici volumi apparsi nella stessa collana, furono gli ultimi lavori scientifici realizzati con documenti dell’archivio della Pontificia Università Gregoriana. Queste fonti, in pochi anni passarono dal buio dell’archivio al buio delle biblioteche.

La collana era stata creata per recuperare dal buio dell’archivio “opere di merito”. Ciò supponeva che alcuni maestri e i loro scritti potevano attraversare i tempi incolumi. Così, per La Civiltà Cattolica, San Roberto Bellarmino non doveva essere rinchiuso nel suo contesto storico. La concessione del titolo di dottore della Chiesa lo consacrava come maestro per “tutti i tempi”: “Dottore quindi speciale del Pontificato romano, quale «martello degli eretici» […] Dottore della Chiesa universale, per conseguenza il maestro sicuro in tutti tempi e guida bene accertata per tutta l’universalità del popolo cristiano” [La Civiltà Cattolica (1931, IV, 200)]. 

La breve vita di questi ingenti sforzi editoriali insegna che l'”accessibilità” o ricezione delle opere presenti nell’archivio non dipende necessariamente dagli orari di apertura, dal perfezionamento incessante del catalogo o dalle campagne di digitalizzazione che promettono una immediata e democratica fruizione. Il documento, considerato come operazione comunicativa, diventa tale nel momento della sua ricezione. Gli enunciati interpretativi, la dimensione di senso di un testo, sono sempre relativi a una comunità di lettori e al loro orizzonte di aspettative. Lo storico dispenderebbe meglio le proprie energie cercando di spiegare i mutamenti delle aspettative che generano l’accoglienza o il rifiuto delle comunicazioni testuali più che centrarsi nell’emissione o inseguire gli autori. Lo studio di caso che potrebbe aprirsi a partire dai testi di Roberto Bellarmino offre una ricca opportunità per considerare che nessuno dei suo scritti parlano da sé, ma diventano eloquenti a seconda dei procedimenti ermeneutici delle diverse comunità di lettori. Le sue opere furono ricevute dai suoi contemporanei secondo certe distinzioni immersi nelle “guerre di religione”, un secolo più tardi dai giansenisti e più tardi ancora riverbereranno durante i conflitti ideologici del XX secolo. Oggi altri si affretteranno nel racchiudere la sua figura nuovamente nel recinto del suo contesto. Presentare il cardinale gesuita come “uomo del suo tempo” non fa altro che rimandare la sua comprensione a tempi migliori e, nel frattempo, renderlo accettabile agli occhi di chi non ammette la sua “intransigenza dottrinale”. “Il martello degli eretici” non si conviene con i discorsi che presentano il dialogo e la riconciliazione come obiettivi da raggiungere. Questa serie di appropriazioni potrebbero aiutare a ricostruire i rapporti tra semantica e struttura sociale.

La nascita della serie Societatis Iesu selecti scriptores, s’inserisce nel vasto movimento storiografico iniziato da padre Luis Martín SJ, superiore generale dei gesuiti (1892-1906), il quale riteneva che l’edizione delle fonti fosse un “mezzo eccellente per iniettare nella Compagnia lo spirito gigante del suo fondatore”. Di fatto, questa collana nacque all’ombra del frondoso albero dei Monumenta Historica Societatis Iesu. Questo paradigma si mantenne durante i governi del suo successore, P. Franz Xaver Wernz (1906-1914), e durante Il lungo generalato del P. Włodzimierz Ledóchowski SJ (1915-1942). Dalla metà del secolo scorso si assisterà al tramonto di questa convinzione e al sorgere di altri modi per cercare di costruire l’identità istituzionale. La comunicazione massmediatica orienterà, con la sua provvista di temi, i contributi che probabilmente avranno un successo comunicativo.

Queste edizioni critiche testimoniano uno stretto rapporto tra l’istituzione gesuitica e i suoi archivi che muterà nel tempo fino a sciogliersi. Il corpo gesuitico è presentato nelle Costituzioni dell’ordine (Parte VIII) come un corpo “esparcido”. Il verbo “Esparcirse”, nel vocabolario della lingua spagnola di Covarrubias (1611), significava: “dividirse de la unión y compañía”. Tra i diversi mezzi che le Costituzioni prevedevano per mantenere la unione dei dispersi si trovava la scrittura. Il passaggio da una Compagnia dell’oralità a un’altra della scrittura implicò gestire una crescente complessità e incertezza. In questo senso, per la Compagnia l’archivio, selezione di selezioni di scritture, è uno strumento per affrontare sia la spaccatura che aveva prodotto la soppressione (1773) nell’immaginario identitario, così come le lunghe diaspore che si verificarono dalla Restaurazione (1814) fino al primo trentennio del secolo scorso. L’inaugurazione della curia generalizia dei gesuiti a Roma (1929) e la costruzione della nuova sede a Piazza della Pilotta dell’Università Gregoriana (1930) rappresentano i bastioni di una riconquistata stabilità.

L’archivio era visto come la riserva scritturaria capace di assicurare ridondanza innanzi all’incessante pressione della novità, come un deposito a partire dal quale poter favorire una semantica dogmatica che potesse arginare l’incalzare di nuovi temi e idee. I ritmi lenti di questa semantica però mal si accompagneranno con la velocizzazione dell’evoluzione dell’idee della società moderna. L’antico adagio medievale: “Claustrum sine armario est quasi castrum sine armamentario” potrebbe far pensare che l’armamentario che può fornire l’archivio (armario) si presenti obsoleto per saziare l’ansia di novità.

L’archivio racconta il passaggio dal documento osservato nella sua funzionalità al documento considerato come parte di una collezione. Come ricorda Michel de Certeau [La scrittura della Storia, 83-84] l’archivio nasce dal gesto di “mettere da parte”, di raccogliere alcune cose e rifiutarne altre. L’archiviazione trasforma alcuni “oggetti” di uso religioso, familiare o quotidiano in un’altra cosa. Il documento oggi archiviato funzionava prima diversamente e possedeva un altro statuto.

Il nostro archivio, seguendo le categorie di Jean Baudrillard (Il sistema degli oggetti) potrebbe essere visto come sospeso in una specie di limbo: non raccoglie più oggetti pratici, destinati a funzionare, né raduna gli “splendidi oggetti” del collezionista, posseduti con “passione”. Questo entre deux presenta una seria sfida alla conservazione dell’eredità ricevuta dai maestri del Collegio Romano. La conservazione deve mettere in moto una serie di pratiche tendenti a una maggiore conoscenza e valorizzazione dei fondi e allo stesso tempo rivolgere una incessante attenzione alla cura materiale delle antiche carte. Dobbiamo tramandare ciò che resta affinché altri possano continuare a realizzare osservazioni.

La conservazione, come l’archivio, non può che essere ambigua. Non è possibile mantenere in vita senza alterare, senza riconoscere una perdita o una trasformazione. L’azione conservatrice è sempre selettiva, come lo è lo sguardo del catalogatore e quello del ricercatore. Per comprendere, come lo ricordava il Bellarmino nella sua introduzione alla Explanatio in psalmos, non basta leggere ripetutamente, ma stabilire delle differenze a partire da sguardi incrociati. Se l’archivio oggi è inosservabile è perché probabilmente lo si percepisce più dal lato della ridondanza che della varietà. Conservare questo patrimonio è continuare a creare la possibilità, che nell’intersezione delle operazioni di archiviazione, proprie dell’archivista, con quelle di recupero, proprie del ricercatore, si possano produrre nuove combinazioni e collegamenti e gli antichi corpi transitino con vestiti nuovi.

2 risposte a "Dal buio dell’archivio"

  1. Grazie, caro Martin Morales, per questa utilissima meditazione, ed in particolare sulla vicenda della varietà. Habbiamo tratatto questo lavoro colle Indipetae, tutte iquale, ma nessuna iquale… Anche la serie dei ritratti di Bellarmino era interesante come serie. Colla varietà si puo reintrodurre la temporalita e dunque uscire dal somno eterno… Grazie !

    Pierre Antoine Fabre

  2. Caro Padre Martin Maria Morales.
    Grazie di cuore per lo straordinario lavoro che lei compie.
    quotidianamente. Cultura, conoscenza, grande escavazione storica per
    comprendere attraverso le illuminanti figure della storia e sviluppo
    del Cristianesimo la realtà odierna, e le grandi vie da percorrere
    che portano a una umanità finalmente libera e pacificata, non più violenta
    e degna del suo salvatore il Cristo.
    Con grande stima e affetto
    Vittorio Da Rios

    Inviato da Outlook

    ________________________________

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