Gli auguri del Papa


San Filippo Neri guarisce dalla gotta Clemente VIII
Pietro Berrettini, detto Pietro da Cortona (Cortona 1596 – Roma 1669)

In questi giorni siamo bersagliati dagli auguri fatti e ricevuti. I saluti natalizi circolarono, diversamente, nella vita di corte del XVII secolo, specchio della società dell’epoca. Questo regno della simulazione e della dissimulazione troverà nel teatro un modo per riflettersi; sul palcoscenico si duplica il mondo. Immersi in una realtà sempre più intrasparente, l’uomo barocco può osservare nella rappresentazione teatrale, l’inganno e l’illusione che non riesce ad essere certo di smascherare nella realtà di tutti i giorni. Cresce il desiderio di stabilire rapporti autentici insieme al sospetto della loro probabilità. Nella lunga strada dell’individualizzazione, non basterà voler essere sincero si vorrà essere autentico.

Lo scambio degli auguri natalizi è uno spazio possibile dove vedere questi sprazzi di modernità. Nelle Lettere di Giacomo Spacini da Modona scritte per diversi principi della serenissima casa d’Este (1640) c’è una sfilza di modelli da avere a portata di mano qualora venisse meno l’ispirazione. Una di queste missive è diretta al cardinale Roberto Bellarmino: Non ho forze da servire Vostra Signoria Illustrissima eguali all’obbligo mio infinito, ma ho bene desiderio della felicità sua pari alla grandezza del suo merito. Con questa forma d’officio, che passo con lei nel Santo Natale, parmi fatta la prova del mio divoto affetto senza altra prova, onde bacio a Vostra Signoria Illustrissima le mani.

Il papa Clemente VIII, Ippolito Aldobrandini, scrisse invece una breve lettera al cardinale Bellarmino ringraziandolo della cortesia o, come all’epoca si diceva, dell’officiosità fatta alla sua persona in occasione della festa del Santo Natale. Il papa avrebbe gradito, più che il gesto di affetto cortigianesco, che il cardinale gesuita gli avesse rammentato i suoi difetti e mancanze e gli avesse insegnato in che modo superarli. Se gli auguri possono essere fatti a tutti, esercitando un affetto cortigianesco, scambiarsi tra amici imperfezioni e trovare insieme le strade per superarle potrebbe essere un vero lusso da assaporare in questi giorni.

Venerabilis Frater

Riceviamo l’officio fatto da lei con noi nell’occasione di questo Natale con grandissimo affetto di cuore; ma con maggiore l’avremmo ricevuto, se ella uscendo dall’affetto quasi cortigianesco, avesse osservato li mancamenti nell’anno passato commessi da noi, e ce li avesse rammemorati, ed insegnato, come potevamo nel seguente rimediarli, e supplire, e servir meglio S.D. Maestà di quello che abbiamo fatto sin’ora. Ci rallegriamo con lei della pace che gode con i Ministri regi, i quali avendo buon capo, del quale siamo molto soddisfatti, ci giova di sperare che V.S. non durerà fatica a conservarla. Gli invidiamo (se si può usar questo termine in questa materia) l’intrinseco desiderio che se le augumenta ogni giorno, di servire a quell’anime credute alla sua cura; il qual pensiero ogni giorno ci cuoce, e ci spaventa maggiormente: e se Dio benedetto, il quale conosce figmentum et debilitatem nostram, non ci facesse qualche volta considerare la beningità sua certamente desponderemus animum. V.S. stia sana, e si ricordi di noi nei santi sacrifici e orazioni sue. Dato nel nostro Palazzo Apostolico, il giorno dei Santi Innocenti 1603.

Questa lettera si trova nell’edizione on line dell’Epistolae Bellarmini Cardinalis

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