Dal buio dell’archivio


Ho cercato, nel corpo delle Sante Scritture, ciò che meritava di essere meditato ed esplicato nel modo migliore. Scelsi il libro dei salmi che gli ecclesiastici leggono tutti i giorni ma la cui comprensione è così difficile.

[S. Roberto Bellarmino, Explanatio in psalmos]

APUG 382

Nel contesto della canonizzazione di San Roberto Bellarmino e della sua posteriore dichiarazione come dottore della Chiesa (1930-1931), la Compagnia di Gesù si impegnò in una serie di attività di ricerca. Tra queste iniziative si trova la fondazione di una collana intitolata: Societatis Iesu selecti scriptores. Molte di queste pubblicazioni testimoniano un rapporto tra l’istituzione gesuitica e i suoi archivi che muterà nel tempo fino a sciogliersi. Il corpo gesuitico è presentato nelle Costituzioni dell’ordine (Parte VIII) come un corpo “esparcido”. Il vocabolario della lingua spagnola di Covarrubias (secolo XVII) registra il significato, oggi desueto, di “dividirse de la unión y compañía”. Tra i diversi mezzi che le Costituzioni prevedono per mantenere l’unione dei dispersi si trova la scrittura. Il passaggio di una Compagnia di Gesù dell’oralità a un’altra della scrittura implicherà una crescente complessità. In questo senso, per i gesuiti l’archivio apparve come l’opportunità per affrontare tanto la spaccatura che aveva prodotto la soppressione (S. XVIII) nell’immaginario identitario, come la diaspora durante la restaurazione del XIX secolo. L’archivio era visto come una riserva scritturaria per assicurare ridondanza innanzi all’incalzare della variazione delle incessanti novità. La Civiltà Cattolica con motivo dell’apparizione del primo numero della collana affermava che:

[…] la collezione promette di riuscire importante e anche grandiosa: tanta è la copia dei selecti che dovranno necessariamente prendervi parte. […] Se ne avrà un duplice vantaggio non trascurabile: opere ormai divenute rare saranno rese accessibili; verranno la prima volta alla luce opere di merito, rimaste tuttavia inedite negli archivi.

La Civiltà Cattolica 1934, vol 1

La serie di scriptores selecti si inaugurò con l’edizione critica della Explanatio in psalmos di S. Roberto Bellarmino. L’esemplare autografo di questa opera (APUG 382) fu confrontato con le pubblicazioni a stampa a partir della prima del 1611. Il responsabile di questo monumentale lavoro fu il padre gesuita Romualdo Galdós Baertel (1885-1953). Il padre Galdós aveva fatto un triennio di studi al Pontificio Istituto Biblico (Roma) e anni dopo (1928) ricevette il suo dottorato dalla Pontifica Commissione Biblica. Durante cinque anni il suo insegnamento si divise tra lo scolasticato di Oña (Spagna) e l’Università Gregoriana (1932-1937).

La pubblicazione del P. Galdós, e posteriormente l’edizione dell’Opera oratoria postuma di S. Roberto Bellarmino (1942-1969) a carico di Sebastiaan Tromp SJ, undici volumi apparsi nella stessa collana, furono le ultime edizioni critiche realizzate con documenti dell’archivio della Pontificia Università Gregoriana.

L’idea era di far emergere dal buio dell’archivio “opere di merito”. Malgrado l’augurio della Civiltà Cattolica, la vita della collana non fu lunga, appena una ventina d’anni. L’ultimo volume apparve nel 1953. La nascita di questa serie si inserisce nel vasto movimento storiografico iniziato da padre Luis Martín SJ, superiore generale dei gesuiti (1892-1906), il quale riteneva che l’edizione delle fonti fosse un “mezzo eccellente per iniettare nella Compagnia lo spirito gigante del suo fondatore”. Di fatto, questa collana nacque all’ombra del frondoso albero dei Monumenta Historica Societatis Iesu. Questo paradigma si mantenne durante i governi del suo successore, P. Franz Xaver Wernz (1906-1914), e durante Il lungo generalato del P. Włodzimierz Ledóchowski SJ (1915-1942).

Compagni e professori del P. Galdós nel cortile del Pontificio Istituto Biblico (Roma, 1922)


P. Romualdo Galdós Baertel SJ

Queste fonti, in pochi anni passarono dal buio dell’archivio al buio delle biblioteche. A partire dalla metà del secolo scorso si assisterà al tramonto di questo gioco di sguardi che si alternavano per indicare l’archivio in quanto collezione semiofora o per trovare ancora in esso una riserva di temi con cui affrontare i tempi. Sorgeranno altri modi per costruire l’identità istituzionale, più fluidi e più veloci. I differenti punti di vista a partire dai quali l’archivio è osservato includono sia pericoli che opportunità. D’altra parte, come ricorda K. Pomian [Che cos’è la storia, Milano, Bruno Mondadori, 2001], un oggetto non è destinato per sempre a essere considerato in una dimensione simbolica o pragmatica, per il semplice fatto che tutti corrono il rischio di trasformarsi prima o poi in rifiuto. In attesa di nuovi sguardi che facciano riemergere dal buio questi documenti noi ci impegniamo nel portare avanti la sfida della conservazione.

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