Ragionate quanto volete, basta che obbedite


Momus Criticizes the Gods’ Creations, by Maarten van Heemskerck, 1561, Gemäldegalerie, Berlin.

L’Ermotimo di Luciano di Samosata, riporta una favola secondo la quale Minerva, Nettuno e Vulcano si trovarono a competere per dimostrare chi era più valente nella loro arte. Giove scelse come giudice della singolare gara il dio Momo, figlio del Sonno e della Notte. Nettuno formò un ca­vallo, Minerva disegnò una casa, e Vulcano fece l’uomo. Momo “guardò l’opera di ciascuno, e trovativi certi difetti che non occorre dire, biasimò questa mancanza nell’uomo: di non avergli fatta una finestrella nel petto, affinché aprendola potessero tutti conoscere quello che vuole e pensa, e se egli dice il vero o il falso”. Momo potrebbe essere considerato il dio della critica, insolente e dispettoso, attraverso l’ironia capace di smascherare le apparenze.

Questa figura mitologica fu ripresa da Leon Battista Alberti (1404-1472) nel Momo o del Principe per tratteggiare l’arte del governo ai tempi suoi. Una versione pittorica della favola, realizzata da Maarten van Heemskerck (1561), Vulcano al posto dell’uomo si presenta con una donna, mentre che il dio Momo entra in scena portando con sé una statuetta femminile nel cui petto si avverte una finestra aperta.

Tra i tanti testi sulla governamentalità, Los Diez predicamentos de cortesanos di Giulio Antonio Brancalasso (1609) ricorda la ineffabilità di ogni individualità. “Chi tratta materie di governo sarà come un esperimentato sarto capace di tagliare i vestiti ad ognuno secondo la misura del proprio corpo, giacché dare regole particolari su questo come in ogni cosa non lo approva il Filosofo il quale dice: Scientia non est nisi de universalibus. Individuorum enim notitia est pene impossibilis humano captui. Precisamente perchè individuum est inefabile e l’individualità non può essere captata, Montaigne afferma che lo spirito dell’uomo è uno spirito vagabondo, pericoloso e temerario che ha bisogno di regole. Questi testi parlano del lungo processo di individuazione della persona. Innanzi all’opacità con cui comincia ad essere percepito l’individuo nella prima modernità, la costruzione di un mondo regolato sarà un modello affinché le aspettative del sistema sociale, che orientano l’azione delle persone, possano mantenersi al di là delle eventuali delusioni. L’ubbidienza alla regola era un modo per gestire la doppia contingenza tra le persone. Il concetto di persona rimanda al vocabolario latino del Forcellini (Lexicon Totius Latinitatis): “Persona est conditio, status, munus, quod quisque inter homines et in vita civili gerit”.

Per uno stretto vicolo della Roma del ‘600 due uomini camminano con passo deciso. In quell’ angusto punto, la condotta dell’uno è legata a quella dell’altro. Gli sguardi altezzosi, mentre le mani accarezzavano il pomo delle spade. Per arginare questa situazione precaria e circolare, per renderla il meno imprevedibile possibile, potevano applicare le regole delle precedenze, proprie di quella società gerarchica, che stabilivano la prelazione delle persone (non tanto degli individui) secondo i rispettivi livelli cetuali, soprattutto nei luoghi pubblici come chiese, eserciti, osterie, mercati, ecc. Per seguire le vicissitudini di quei due uomini potrebbe rileggersi il capitolo IV dei Promessi sposi che nei pani di fra Cristoforo, quando era Lodovico, propone una situazione simile con uno dei tanti esiti possibili. La persona, in quanto ruolo assegnato socialmente, concentra una serie di aspettative di condotta. Potendosi gli individui solo guardarsi negli occhi e non attraverso la finestra aperta sul petto, le regole cercheranno di assicurare tali aspettative e così ridurre lo spazio di incertezza.

Anche la Compagnia di Gesù di quegli anni vedrà una crescita esponenziale dell’apparato normativo per far fronte così a un veloce aumento dei gesuiti e alla loro dispersione territoriale. Questa situazione renderà ancora più difficile il sistema di interazioni ripetuto e regolare che i primi compagni avevano stabilito tra di loro. Inoltre, la varietà di luoghi e di persone, con cui i gesuiti verranno a confrontarsi, comporterà una crescita delle disposizioni della periferia che dovranno essere ripetutamente riviste e coordinate con l’ordinamento del governo centrale. Ad una maggiore esclusione dell’iterazione personale corrisponderà un aumento di tutto ciò che possa intensificare la selettività per assicurare la comunicazione e la sua accettazione. L’abbondante scambio epistolare, tra centro e periferia, testimonia questo sforzo.

Lo storico potrebbe considerare l’obbedienza in quanto fenomeno sociale. Ogni fenomeno di questo tipo è considerato a partire dalla forma principale con la quale l’ordine sociale si differenzia al suo interno. Per esempio, ciò che oggi denominiamo spiritualità, prescindendo della complessità con cui dovremmo definire questo concetto, risponde sempre agli interrogativi di un tempo e le loro risposte corrispondono agli stessi termini in cui sono formulate le domande (Michel de Certeau, La faiblesse de croire). Per questo motivo, ogni spiritualità è storica.

Per una società come quella del XVII secolo, con una distinzione gerarchica al suo interno, l’ubbidienza non solo si manifestava nell’ordine dei ceti che la costituivano ma conformava tutto il suo patrimonio culturale; attraversava tutta la gerarchia del sistema non solo nei suoi membri ma in ogni ambito. Precisamente in quel secolo in cui la struttura sociale si evolve, l’ubbidienza, così come altri “valori”, si esorbita dalla religione e comincia ad orbitare in ambito politico, il quale acquisisce una crescente autonomia. Percorsi simili accadranno con l’obbedienza in relazione col diritto. Questo mutamento della semantica concettuale lascia intravedere una progressiva differenziazione della religione all’interno del sistema sociale. La metafora del perinde ac cadavere di San Bonaventura, per tipificare l’ubbidienza di Francesco d’Assisi, sarà declinata diversamente da Ignazio di Loyola, da Leibniz o Kant. Per il programma dell’Illuminismo sarà possibile augurarsi tanta libertà quanta sia possibile ma con tutto l’ordine che sia necessario: “Ragionate quanto volete e su tutto ciò che volete; solamente ubbidite!”. La razionalità non è più un continuum che attraversa spazi e tempi, anche essa è ormai frutto di determinate distinzioni. Non solo lo storico avrà a che fare con questa emergente complessità.

La valorizzazione del codice F.C. 1000 è un’opportunità per riflettere riguardo l’evoluzione del concetto di obbedienza dalla prima modernità ai nostri giorni. Grazie a una generosa donazione è stato possibile cominciare un lungo e articolato processo di analisi del codice per realizzare una serie di trattamenti conservativi. Questo attento approccio materiale permetterà al codice di arrivare ad altri e costituisce un capitolo imprescindibile per la sua comprensione.

Una risposta a "Ragionate quanto volete, basta che obbedite"

  1. “Montaigne afferma che lo spirito dell’uomo è uno spirito vagabondo, pericoloso e temerario che ha bisogno di regole. Questi testi parlano del lungo processo di individuazione della persona”.

    “I Saggi di Montaigne non sono, come si è creduto e ancora sovente si crede, un breviario di saggezza ben temperata, un prontuario di morale salutifera, ma lo specchio delle paure e delle difese di un essere che si scopre frammentario e diversificato. […] È infatti Montaigne stesso il soggetto di questo libro: […] soggetto mutevole, di cui appunto non l’’essere’ si può descrivere, ma solo il passaggio, e un passaggio «di giorno in giorno, di minuto in minuto», adattando la descrizione al momento. […] Con alcuni secoli di anticipo sulle ricerche della psicologia, Montaigne sperimenta come la personalità sia un aggregato provvisorio, incomprensibile e affascinante, di soggetti istantanei, un mosaico di io […] che variano secondo le contingenze. Non per nulla i Saggi sono un’opera in divenire, in continua trasformazione. I due libri consegnati al tipografo per la prima volta nel 1580 (e ristampati con alcune aggiunte nel 1582), nella successiva edizione del 1588 si trovano accresciuti d’un terzo libro, non solo, ma intarsiati di più di seicento addizioni […]: via via che l’io muta – senza peraltro rinnegare la sua forma precedente – l’opera, sosia dell’io, dovrà mimarne le metamorfosi”, Fausta Garavini, Prefazione ai “Saggi” di Montaigne, Milano 2012, VII-VIII.

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