Oh! Quanto grandi sono i meriti delle carte e della storia! (M.Ricci, Prefazione al Mappamondo del 1602)

Con queste parole Matteo Ricci introduce la terza edizione del suo Mappamondo, figlio della smania di conoscenza dei dotti cinesi e del desiderio di conversione dei Gesuiti.
Padre D’Elia, nella sua opera Il Mappamondo di Matteo Ricci, ci illustra la vita, l’apprendimento e le azioni di Ricci in Asia, analizzandone i pensieri e gli obbiettivi, che, da una parte, avrebbero dovuto cambiare la Cina, ma che, dall’altra, hanno cambiato lui. Basandosi su trenta tavole, estratte dalla Mappa di Pechino risalente al 1602 e conservata in Vaticano, D’Elia traduce e spiega con attenzione i dettagli e scioglie i segreti della carta stessa, comparandone le edizioni conosciute ed elencando le loro rispettive.
Questo lavoro, seppure apparentemente noioso, è incredibilmente motivante ed affascinante. Non si tratta di una semplice traduzione, ma di un prodotto che deve tener conto della lingua cinese di epoca Ming, dell’uso e della padronanza linguistica scritta che Ricci, uno straniero, avesse e della fusione tra due culture, quella occidentale e quella orientale. Ciò rende il Mappamondo ricciano un’ opera unica nel suo genere.
Queste cento ore passate a leggere meticolosamente e comparare tra loro bozze, dattiloscritti, epistole hanno fatto crescere in me la sete di conoscenza di elementi della cultura sinica da me ignorati sino ad oggi, tanto da divenire materiale ed argomenti della mia tesi di laurea.

Marzia Di Marcantonio