Quiero mostrar ahora que sus pinturas no son disparates, sino unos libros de gran prudencia y artificio, y si disparates son, son los nuestros, no los suyos. (José de Sigüenza, Historia de la orden de San Jerónimo, 1605)
L’esclamazione italiana «Che sproposito!» è probabilmente quella che più si avvicina allo spagnolo «¡Qué disparate!», come conferma anche l’equivalenza lessicografica tra disparate e sproposito attestata nel vocabolario di Lorenzo Franciosini del 1620.
La pittura apparentemente «spropositata» del Bosco presenta interessanti affinità con la poesia spagnola della fine del Quattrocento, in particolare con i Disparates trobados di Juan del Encina (1496). Forme espressive analoghe si incontrano nella letteratura francese medievale, nella resverie, nella fatrasie e nella sottie, e possono essere accostate, per alcuni aspetti, anche alla tradizione goliardica. Attraverso accostamenti incongruenti, inversioni e immagini paradossali, queste composizioni mettono in scena un mondo alla rovescia, quello stesso universo del riso, del grottesco e del rovesciamento delle gerarchie al quale Michail Bachtin ha dedicato il suo celebre studio su Rabelais e la cultura popolare.
Si potrebbe parlare, insomma, del rovescio di quell’ordine di coerenza che la tradizione scolastica aveva contribuito a formalizzare. Il disparate non si costituisce indipendentemente da un ordine, ma lo presuppone: senza aspettative di congruenza, l’incongruenza stessa non potrebbe essere riconosciuta come tale. Non si tratta dunque di una negazione del senso, poiché anche il non-senso può essere riconosciuto soltanto entro un orizzonte di senso, ma di una deviazione dalle aspettative che può rendere possibili connessioni inattese. I disparates degli uomini denunciati dal predicatore Filippe Dias (1550-1601) acquistano particolare evidenza nel contrasto con il tempo liturgico in cui i cristiani sono chiamati a prepararsi alla venuta del Cristo. Il gioco di parole tra parate, l’esortazione a preparare la via del Signore, e disparate, che designa i comportamenti incongruenti dei fedeli, fa emergere precisamente questo contrasto:
Que cosa tan lamentable es, que al tiempo que la sancta Iglesia tantas veces repite, parate viam Domino, que diciendo ella, parate, acudamos nosotros con tanto disparate. Oh Cristo verdadero amador de nuestras almas! con quanta razón te puedes quejar, de tanto disparate, como los hijos de este siglo hacen, en tu santa Natividad. Disparate en el comer, disparate en el vestir, disparate en el jugar, disparate en el reír, disparate en las visitas y conversaciones, de manera que al tiempo que no se habían de hartar de darte gracias por tan singular merced, se ocupan en hacer mayores ofensas a tu divina Majestad. (Filippe Dias, Marial de la Sacratissima Virgen Nuestra Señora, Salamanca, Juan Fernández, 1596.)
In questo caso il disparate non designa un’incoerenza logica, ma una condotta che contraddice le aspettative associate al tempo di Avvento. Sono proprio quelle aspettative a rendere osservabili come disparates comportamenti che, in altre circostanze, potrebbero non essere considerati tali. Il significato attribuito al termine disparate dal predicatore Filippe Dias permette di comprendere meglio la celebre osservazione di José de Sigüenza sulle pitture del Bosco: «Y si disparates son, son los nuestros, no los suyos». I disparates non sono propriamente quelli del pittore, ma quelli degli uomini che egli rappresenta. Come nel discorso del predicatore, il disparate non designa un’assenza di senso, ma un comportamento incongruente rispetto a un ordine di aspettative morali. La pittura del Bosco rende visibili i nostri disparates, trasformando il disordine dei comportamenti umani in oggetto di osservazione. L’apparente incoerenza delle immagini può così essere compresa come una forma di rappresentazione dotata di una propria coerenza.
Qualora si partisse da una concezione ontologica del mondo, inteso come una realtà data indipendentemente dalle distinzioni mediante le quali viene osservata, si potrebbe parlare di una perdita di senso o di uno smarrimento dei valori, come se questi costituissero proprietà del mondo destinate a conservarsi nel tempo. Se invece il punto di partenza sono le distinzioni attraverso le quali il mondo diventa osservabile, il problema si presenta diversamente. Il senso, inteso come unità della differenza tra attualità e possibilità, non può semplicemente andare perduto, poiché anche l’esperienza della sua perdita presuppone un orizzonte di senso entro il quale può essere formulata e comunicata. L’indagine storica dovrebbe pertanto orientarsi non verso la ricerca di un senso originario che sarebbe andato smarrito, ma verso la ricostruzione delle condizioni nelle quali determinate distinzioni emergono, si stabilizzano e si trasformano, modificando le possibilità di osservare e descrivere il mondo. Anche la denuncia di una perdita di senso o di una crisi dei valori diventerebbe così un oggetto dell’indagine, anziché costituirne il presupposto.
Il Lexicon della modernità della piattaforma GATE si propone come uno strumento per affrontare alcuni problemi propri della metodologia storica. La scrittura della storia riutilizza necessariamente una terminologia trasmessa dalle fonti e, al tempo stesso, disponibile nel presente dello storico. Termini come «uomo», «Dio», «pace», «guerra», «amore», «storia», «libertà», ecc. possono così essere impiegati come se conservassero nel tempo un significato sufficientemente stabile. Il problema non consiste semplicemente nell’uso di parole antiche o moderne, ma nel presupporre che alla continuità delle parole corrisponda quella delle distinzioni e delle aspettative attraverso le quali il mondo diventa osservabile e acquista senso. Il Lexicon assume come oggetto non parole considerate isolatamente, ma forme semantiche che si stabilizzano e si trasformano attraverso la comunicazione. La semantica non deve essere intesa come un repertorio immobile di significati, bensì come un insieme di forme di senso che, attraverso la loro ripetizione e generalizzazione, diventano riconoscibili e disponibili per ulteriori utilizzazioni. Queste forme possono essere conservate, ricordate, variate oppure lasciate cadere nell’oblio. La loro ripetizione ne rende possibile il riconoscimento e il riutilizzo, senza tuttavia garantirne la stabilità: ogni nuova utilizzazione può modificarne le possibilità di connessione con altre forme semantiche.
La trasmissione delle semantiche non segue una successione lineare. Una forma può continuare a essere utilizzata anche quando sono mutate le condizioni sociali che l’avevano resa plausibile, perdere centralità senza scomparire, oppure essere riattivata in contesti differenti. Allo stesso modo, trasformazioni della struttura sociale possono consolidarsi mentre persistono descrizioni elaborate in condizioni precedenti, oppure prima che si stabilizzino nuove forme semantiche per osservarle. Tra evoluzione semantica ed evoluzione strutturale possono quindi prodursi incongruenze e spostamenti nel tempo.
Il Lexicon non si propone pertanto di ricostruire una genealogia lineare delle idee, né di ricavare dalla semantica divisioni d’epoca o di considerare le idee cause indipendenti della trasformazione sociale. Si tratta piuttosto di osservare le relazioni storicamente variabili tra forme semantiche e strutture della società, senza presupporre che le une riflettano immediatamente le altre.Il caso del disparate permette di comprendere come questa impostazione possa orientare concretamente la ricerca storica. La permanenza di una parola non garantisce la continuità delle distinzioni attraverso le quali essa acquista senso. Il confronto tra le fonti non serve dunque soltanto a individuare significati differenti, ma anche a ricostruire le aspettative, le connessioni e le condizioni storiche che ne rendono possibile l’utilizzazione. Il problema dell’anacronismo non viene così eliminato, ma diventa esso stesso oggetto di osservazione.
Il Lexicon of Modernity, pubblicato sulla piattaforma GATE a partire dal 2019, sviluppa questa prospettiva attraverso contributi dedicati a differenti forme semantiche e alle loro trasformazioni storiche. Le nove voci finora pubblicate sono:
- Conflictus, Javier Torres Nafarrate
- Curiositas, Alberto Cevolini
- Dissidentia, Marco Ornelas
- Historia, Perla Chinchilla Pawling
- Honor, Martín M. Morales
- Infirmitas, Giancarlo Corsi
- Novitas, Martín M. Morales
- Temporalitas, Martín M. Morales
- Experientia, Martín M. Morales
Altre voci sono in preparazione. Il Lexicon è dunque un progetto aperto, nel quale l’indagine sulle semantiche della modernità può essere progressivamente ampliata attraverso nuovi contributi e nuove connessioni tra i temi studiati.


Lascia un commento