Nell’archivio ci confrontiamo con una serie di compiti innanzi ai quali abbiamo talvolta pensato di non essere all’altezza: la produzione di informazione attraverso inventari e cataloghi che richiedono una permanente attualizzazione, elaborare e gestire piani di emergenza, portare avanti la conservazione ordinaria e organizzare gli interventi di restauro, orientare il ricercatore, ecc. Queste sono alcune delle incombenze davanti alle quali le nostre risorse umane ed economiche potrebbero apparire scarse.
Questo quotidiano segnato da un’intensa operosità e da una scarsità di mezzi si presta ad essere pensato come un luogo ambivalente: luogo dell’abitudinarietà, dell’alienazione, degli automatismi o delle frustrazioni, ma può anche essere considerato come lo spazio per la costruzione del senso, come il luogo dell’invenzione dove esercitare una certa “decelerazione” e “dis-automatizzazione” dei processi e pertanto un’opportunità per generare saperi. Questo cambio di prospettiva si è reso possibile attraverso la riflessione sulle proprie pratiche, che ci ha permesso di elaborare un “ars faciendi”, una specie di “scienza tattica”.
L’ars, seguendo la definizione latina del Lexicon Totius Latinitatis di E. Forcellini, è una scienza in senso stretto, ovvero, i precetti astratti delle arti stesse, che chiamiamo con la parola greca θεωρίας; e quindi un precetto, che dà un modo preciso e una ragione per fare qualcosa.
La problematizzazione del fare quotidiano spesso si è rivelata l’occasione per trasformare in opportunità ciò che, in un primo momento, si era presentato come limite. In questa scienza la conservazione preventiva occupa un posto di rilievo.
Conservazione preventiva
La comunicazione riguardo la conservazione dei materiali librari ha una storia. Una serie di pratiche si sono susseguite nel tempo a secondo della struttura sociale e della corrispondente semantica. Così come le odierne osservazioni concernenti le antiche carte seguono comunicazioni e temi propri del nostro sistema sociale.
A questo proposito, l’immagine del bambino Gesù che con una mano accartoccia deciso un foglio di un prezioso codice e con l’altra cerca un’altra pagina da leggere, tutto sotto lo sguardo sereno e permissivo della Madre, non solo sorprenderebbe il restauratore o il conservatore ma potrebbe turbare anche chi non ha una spiccata sensibilità riguardo a questi manufatti. Probabilmente anche il violento contrasto tra il gesto di Gesù bambino, Parola incarnata, e la parola scritta sul pregiato volume cela un alto contenuto teologico e non solo manifesta un gesto di una indiscutibile naturalezza infantile. Ai contemporanei del dipinto doveva arrivare il messaggio che nel grembo della Madre risiedono un antico e un nuovo testamento e che il primo lascia aperta la strada al secondo. In questo senso, alcune ipotesi di lettura del dipinto di van der Weyden ammettono la possibilità che la mano sinistra del bambino tenti di aprire il libro nelle prime pagine, vale a dire, nel libro della Genesi. La mossa, apparentemente innocente, è un invito alla Madre, e a tutti, di non fermarsi ormai nelle antiche profezie per orientarsi nelle vicissitudini del presente ma di aprirsi a un nuovo inizio, a una nuova genesi.
Solo un gesto eclatante poteva annunciare l’altra tanto clamorosa novità dell’avvento di Cristo. Icasticamente viene così rappresentata quella sentenza di Sant’Ireneo per descrivere la paradossale novitas di Cristo: Omnem novitatem attulit, semetipsum afferens, qui fuerat annuntiatus (Adv. Haer. IV, 34, 1).
Indubbiamente già allora il codice manoscritto era connotato da un determinato valore. La valorizzazione del codice implicava però un’attenzione alla sua rarità materiale, allo sforzo della sua realizzazione ma richiedeva anche un lettore capace di appropriarsi del suo contenuto e di costituire un rimando simbolico. Nessuno di questi aspetti era scisso nell’attribuzione valorativa.
Un Beatus dell’Abbazia di Silos (1090-1100), oggi nella British Library, è un buon esempio per considerare la complessità di questa serie di sguardi incrociati. Si tratta di un codice contenente un antifonario mozarabico, un Liber Apocalypsin e una serie di testi miscelani di Girolamo, Gregorio e Agostino. Corredato tutto questo contenuto con una serie di allegorie simboli.
La tradizione dei Beatus (il nome deriva dal monaco Beato, a cui si attribuisce la paternità del primo codice) si origina a partire dal primo di questi codici, scritto intorno al 776 nel monastero di San Martino di Liébana, durante l’invasione musulmana nella penisola iberica. Questi codici erano veri tesori di conoscenza spirituale ed esegetica. Racchiudevano una visione cosmologica per comprendere e prepararsi all’imminente fine del mondo, calcolata intorno all’800. Il libro, lungi dall’essere solo un oggetto di erudizione o curiosità, come lo diventerà con la stampa secoli dopo, era un oggetto misterioso: proveniva dal mistero di Dio e consegnato a San Giovanni, dalle mani di un angelo, rendeva l’uomo partecipe della rivelazione, vale a dire, lo inseriva nel mistero.

Il passaggio del libro che dal soglio divino arriva alle mani dell’angelo e da queste al lettore determina il modo della ricezione. Il prezioso testimone dell’abbazia di Silos, in uno dei suoi colophon offre una serie di dettagli che permettono intravvedere da una parte la fatica della scrittura e dall’altra il modo in cui deve essere accolta dal lettore:
(…) Se non sai scrivere, non lo considererai una fatica, ma se ne vuoi un resoconto dettagliato, lascia che ti dica che il lavoro è pesante. Fa appannare gli occhi, curva la schiena, schiaccia le costole e il ventre, fa male ai reni e fa dolere tutto il corpo. Perciò, o lettore, volta dolcemente le carte e tieni le dita lontane dalle lettere. Perché come la grandine rovina il raccolto della terra, così il lettore inutile distrugge il libro e la scrittura. Come il marinaio trova il benvenuto al porto, così fa l’amanuense arrivando all’ultima riga. (…)
L’ammonimento presuppone l’esistenza, tra i possibili destinatari, di un lettore “inutile” il quale, non capendo cosa aveva tra le mani, poteva farne un uso improprio del codice. Da ricordare che la parola latina inutilis può avere anche l’accezione traslata di perniciosus, incommodus, noxius.
Il libro che proviene dal passato viene inevitabilmente ricevuto nel presente. Questa stranezza dell’oggetto che giunge nelle nostre mani comporta una serie di problemi metodologici, in qualche modo equivalenti, sia per lo storico che per il conservatore. Di fronte alla complessità metodologica che si mette in moto, sembra emergere nuovamente la tradizione misteriosa del libro, la quale potrebbe aiutare a pensare lo sforzo che implica il reintegrare i resti del mondo passato senza poter abbandonare il mondo presente.
Il presente, come ricordava Nicole Loreaux, è il motore più efficace della pulsione del sapere. Più feconda della lotta contro l’anacronismo, nel desiderio di raggiungere una illusoria eucronia, potrebbero scoprirsi i vantaggi dell’eterocronia, vale a dire, della convivenza nel presente di diversi regimi di temporalità. È necessario, come ricordava Michel de Certeau, che “i documenti, accumulati e correlati, acquisiscano la capacità di alterare, con la loro resistenza, il corpus di ipotesi e codificazioni a partire dal quale cerchiamo di interpretarli”.
Forse a partire dell’eterocronia sarà possibile avere meno lettori inutili, più ricercatori e conservatori consapevoli che con le loro ars faciendi possano ricuperare il tessuto di senso delle tracce del passato e sia possibile caricare di senso le pratiche del presente.
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