In uno dei passaggi più suggestivi della sua riflessione sull’operazione storiografica, Michel de Certeau1 definisce gli archivi come il mondo proprio di un «gioco tecnico». Si tratta di uno spazio in cui la complessità è presente, ma in una forma particolare: selezionata2 e miniaturizzata. L’immagine è notevole perché sposta l’attenzione dai documenti stessi verso le operazioni che rendono possibile la loro conservazione e utilizzazione. L’archivio non appare semplicemente come un deposito di tracce del passato, bensì come una tecnologia sociale destinata a trasformare una complessità potenzialmente ingestibile in una complessità operabile.
La miniaturizzazione costituisce qui una categoria fondamentale. L’archivio non contiene la storia nella sua totalità, così come una mappa non contiene il territorio che rappresenta. Ciò che conserva è una riduzione selettiva di processi, eventi, decisioni e comunicazioni. Nei suoi scaffali, inventari e cataloghi si condensa un’enorme molteplicità di relazioni storiche. La complessità non scompare; cambia di scala. Grazie a questa riduzione può essere osservata, manipolata e formalizzata.
Per questa ragione de Certeau caratterizza l’archivio come uno spazio «prezioso». L’espressione va intesa in tutti i sensi del termine. L’archivio è prezioso perché conserva materiali rari, ma anche perché produce una condizione singolare di osservazione. Riunendo, ordinando e stabilizzando documenti, crea un ambiente artificiale in cui è possibile sperimentare intellettualmente con il passato. Lo storico non agisce sugli eventi stessi, bensì su una rappresentazione ridotta di essi.
Il paragone con il gioco risulta particolarmente illuminante. De Certeau sostiene che gli archivi costituiscono l’equivalente professionalizzato e scrittorio dei giochi presenti in tutte le società. I giochi hanno la capacità di miniaturizzare conflitti, strategie e relazioni fondamentali, trasferendoli in uno spazio controllato dove possono essere riprodotti senza assumere le conseguenze reali dell’azione. I partecipanti rappresentano una guerra senza morirvi, amministrano risorse senza mettere a rischio un’economia effettiva, o simulano gerarchie senza esercitare necessariamente un potere reale. In tutti questi casi, la società produce una versione ridotta di se stessa.
Qualcosa di analogo accade con l’archivio. In esso una società si osserva e si riproduce sotto una forma documentale. I grandi processi storici vengono convertiti in fascicoli, lettere, registri, inventari e serie. La complessità dell’esperienza sociale è tradotta in una struttura documentale suscettibile di essere percorsa, classificata e reinterpretata. L’archivio si trasforma così in uno spazio in cui la società «si gioca se stessa», vale a dire in cui rappresenta e riorganizza simbolicamente le proprie operazioni.
Questa formulazione acquista una rilevanza particolare se la si mette in relazione con i problemi dell’osservazione. Ciò che lo storico trova nell’archivio non è il passato stesso, ma una serie di selezioni già effettuate. Ogni documento presuppone decisioni precedenti di produzione, conservazione, classificazione e trasmissione. L’osservazione storica opera, pertanto, su osservazioni anteriori. Prima che il ricercatore formuli le sue domande, istituzioni, scrivani, segretari, archivisti e amministrazioni sono già intervenuti nella costituzione del materiale osservabile.
Da questa prospettiva, l’archivio può essere inteso come una forma di condensazione della complessità storica che rende possibili nuove osservazioni. La sua funzione non consiste soltanto nel conservare informazioni, ma nel produrre condizioni di osservabilità. L’archivio trasforma la contingenza dell’esperienza storica in forme relativamente stabili, percorribili e comparabili. La storia diviene indagabile precisamente perché è stata previamente miniaturizzata.
Ogni archivio costituisce già una ricostruzione parziale di un universo di comunicazioni molto più ampio. Registri, indici, filze e sistemi di classificazione partecipano a un’operazione che riduce un’immensa complessità storica a una forma maneggevole, destinata talvolta a contrarsi ulteriormente nello spazio minimo di una nota a piè di pagina. Prima ancora che intervenga lo storico, l’archivio ha già prodotto una prima formalizzazione di ciò che potrà essere conosciuto.
In questo senso, l’archivio appare meno come un deposito passivo di documenti che come una macchina di osservazione. La sua importanza non risiede unicamente in ciò che conserva, bensì nel modo specifico in cui trasforma la complessità del mondo in una complessità suscettibile di essere descritta, comparata e pensata.



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