Σὺ δὲ ὅταν προσεύχῃ, εἴσελθε εἰς τὸ ταμεῖόν σου καὶ κλείσας τὴν θύραν σου πρόσευξαι τῷ πατρί σου τῷ ἐν τῷ κρυπτῷ. (Mt. 6,6) Ma tu, quando preghi, entra nel tuo tameion e, dopo aver chiuso la porta, prega il Padre tuo che è nel segreto.
Tameion: dispensa, camera del tesoro, luogo dove si custodiscono le provviste e i beni.

I mercatores del XV secolo — termine talvolta tradotto come «uomini d’affari» — non assomigliano quasi per nulla agli uomini d’affari contemporanei. Essi si muovono ancora in un mondo nel quale la religione non costituisce un ambito separato, ma partecipa delle fondamenta stesse dell’ordine sociale. Lo mostra bene Leon Battista Alberti nei Libri della famiglia (1433–1441), dove la cura della casa, del patrimonio, dell’onore e della memoria familiare resta inscritta entro un orizzonte morale e religioso.
La bottega, in questo orizzonte, non conosce ancora la separazione tra sfera economica e sfera morale. Alberti dice che il mercante deve trattare tutti con onestà: amici, clienti abituali e forestieri. Nessuno dovrebbe uscire dalla bottega sentendosi ingannato o scontento, perché guadagnare qualche moneta perdendo fiducia e benevolenza è, in realtà, una perdita. Un venditore benvoluto avrà sempre compratori; per questo la buona fama tra i cittadini vale più di una grande ricchezza. Bisogna dunque evitare prezzi eccessivi, essere chiari con creditori e debitori, non essere superbi, litigiosi o negligenti, e soprattutto curare con diligenza le scritture contabili. Il testo di Alberti condensa questa visione in una frase che intreccia indissolubilmente grazia divina e consenso sociale:
E in questo modo spererei Dio me ne prosperasse, e aspetterei acrescermi non poco concorso alla bottega mia, e fra’ cittadini stendermi buono nome, le quali cose non si può di leggieri giudicarne quanto col favore di Dio e colla grazia degli uomini di dì in dì faccino e’ guadagni essere maggiori.
Questa indistinzione tra morale, religione e pratica economica la ritroviamo, con analoga intensità, in un testo di fine Cinquecento. Gabriel Meurier, nei Deviz Familiers propres à tous marchands (Rotterdam, 1590), consegna ai mercanti un codice di condotta che suona quasi come una preghiera:
Se volete fare degli affari fissate questa regola e seguite il mio consiglio: Siate cortesi, leali e amichevoli, non imbroglioni, doppi, bensì veritieri. Non dovete accumulare con mezzi sbagliati, come fanno oggi molti grandi e malvagi imbroglioni. Se camminate dritto in tutta onestà, Dio benedirà di sicuro i vostri affari, e ne avrete nei vostri giorni buona agiatezza, voi, la vostra famiglia e tutta la vostra discendenza. […] Fate a ciascuno nel vostro commerciare, come vorreste che fosse fatto a voi dagli altri. Guadagnando male ci si danna e si disonora, accumulando tramite furto si perde l’anima: Acquisite dunque bene la vostra coscienza, poiché, secondo ciò che dice la sapienza, Dio benedice l’arte, il metodo e la pratica, a chi non è imbroglione né fraudolento nella sua bottega.
La struttura argomentativa è la stessa: l’onestà negli scambi non è separabile dalla prosperità, e la prosperità non è separabile dalla benedizione divina. Il buon mercante non è soltanto colui che accumula ricchezza, ma colui che riesce a conciliare profitto, giustizia e salvezza.
È precisamente questa semantica — del conto, del guadagno, della perdita, della diligenza nelle scritture — a diventare, nella riflessione gesuitica del Cinquecento, un modello e uno stimolo per pensare la corrispondenza spirituale. In una nota lettera del 1547, Juan de Polanco, segretario della Compagnia di Gesù, richiama la pratica mercantesca per esortare i membri dell’ordine a tenere uniti, attraverso la corrispondenza, i gesuiti dispersi nel mondo con il governo dell’ordine:
Certamente mi sembra che i mercanti e gli altri uomini d’affari ci diano in questo una grande vergogna: per i loro miserabili interessi si scrivono e si cartteggiano con tanta sollecitudine e ordine, tenendo i loro libri per render meglio conto delle loro inezie; e noi, negli affari spirituali, il cui interesse è la salvezza eterna nostra e dei nostri prossimi, e la gloria e l’onore divini, prenderemo di malavoglia un po’ di cura e ordine nello scrivere, sapendo quanto ci gioverebbe?
Il ragionamento di Polanco è preciso: non si tratta di imitare i mercanti, ma di trarre vergogna dal confronto. La loro sollecitudine e il loro ordine — applicati a interessi «miserabili» — diventano uno specchio in cui la negligenza gesuitica nello scrivere lettere si rivela inaccettabile. La scrittura mercantesca funziona qui come termine di paragone che misura, per contrasto, il valore incomparabilmente più alto degli «affari spirituali».
Questo stesso vocabolario — custodia, guadagno, perdita, accrescimento — viene impiegato, cinquanta anni dopo, per rendere intelligibile una pratica di registrazione spirituale di ben altra natura. Il primo storico gesuita, Nicolò Orlandini, autore della Vita Petri Fabri presentando il Memoriale di Fabro, ricorre al confronto con la contabilità mercantesca per descrivere il senso della scrittura del primo compagno di Ignazio Loyola. Secondo Orlandini, come i mercanti, per conservare o accrescere il patrimonio familiare (sive tuendam sive augendam), registrano accuratamente i loro affari, così anche gli uomini vigilanti che coltivano la pietà annotano quotidianamente i guadagni e le perdite (lucra ac detrimenta) della vita spirituale.
Il confronto con la scrittura mercantesca acquista qui un significato ermeneutico preciso. Esso non prova una derivazione diretta della scrittura del Memoriale dalle pratiche contabili dei mercanti, ma mostra che una semantica del conto era disponibile per rendere intelligibile una pratica di registrazione spirituale. Il lessico della custodia, del guadagno, della perdita e dell’accrescimento permette a Orlandini di descrivere il Memoriale come uno spazio in cui i doni ricevuti non vengono dispersi, ma riconosciuti, conservati e ordinati. In questo senso, la metafora mercantesca opera soprattutto sul piano della ricezione: traduce l’eccezionalità della scrittura di Favre in una forma comprensibile, riconducendola a una più ampia economia della memoria e della grazia.
Ciò che emerge da questo percorso — da Alberti a Meurier, da Polanco a Orlandini — non è un sincretismo tra sfera economica e sfera religiosa, né una semplice influenza dell’una sull’altra. È piuttosto la disponibilità, nella prima modernità, di un lessico condiviso che attraversa pratiche eterogenee senza dissolverle. La semantica del conto — precisa, verificabile, orientata alla conservazione e all’accrescimento — costituisce un vocabolario che quel mondo non ha ancora separato in sfere autonome e reciprocamente impermeabili. Bottega e coscienza parlavano, allora, la stessa lingua.
La metafora però non è neutrale. Usarla per rendere intelligibile il Memoriale significa anche esporla alle sue stesse implicazioni: se la registrazione spirituale funziona come un libro contabile, che cosa succede quando il conto non torna, o quando la grazia non si lascia registrare?
La metafora, in altri termini, lavora in due direzioni opposte: da una parte riduce complessità, rendendo familiare ciò che non lo è; dall’altra la aumenta, aprendo questioni che la sola analogia non può risolvere. In casi come questo, essa può indicare non solo che un concetto non si è ancora stabilizzato, ma anche che la pratica stessa non ha ancora acquisito una forma autonoma e pacificamente riconoscibile. È significativo, in questo senso, che nei manoscritti il termine memoriale compaia costantemente accompagnato da quoddam (memoriale quoddam), come se dicesse: una sorta di memoriale. Non è casuale, del resto, che la denominazione «diario spirituale» appartenga solo alla ricezione editoriale e storiografica ottocentesca. La sua ricorrenza suggerisce che il testo non venga ancora identificato mediante un titolo o un genere pienamente autonomi, ma come una forma scrittoria singolare, la cui natura richiede ancora di essere precisata. La mancata stabilizzazione di un nome e di una forma propria per la registrazione dei movimenti interiori non dipende soltanto dall’immaturità del genere, ma anche dalla resistenza interna che tale pratica incontra nella cultura spirituale. Annotare consolazioni, aridità, tentazioni e grazie significa infatti fissare ciò che, per sua natura, resta esposto al discernimento, all’illusione e alla prova. La scrittura può custodire la memoria dei doni ricevuti, ma può anche favorire appropriazione, compiacimento, scrupolo o falsa certezza. Proprio per questo la metafora del registro mercantile è rivelatrice: rende pensabile la registrazione spirituale attraverso una pratica amministrativa legittima, ma al tempo stesso lascia intravedere la tensione tra contabilità e abbandono, tra custodia della grazia e rischio di trasformarla in possesso.
Per seguire gli avanzamenti del seminario sul Memoriale è possibile consultare la pagina dedicata nella piattaforma GATE: Le diable archiviste.



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