La domanda
Una domanda assilla l’archivista: se si accetta l’ipotesi che il Memoriale di Pierre Favre sia un testo fondamentale per la “spiritualità gesuitica”, com’è possibile che nessuno, fino a oggi, abbia segnalato la presenza di una sua copia coeva nell’archivio della Gregoriana?
La domanda, allora, non riguarda soltanto la conservazione materiale del manoscritto, ma la sua leggibilità archivistica: come può un testo centrale per la spiritualità trovarsi in archivio senza essere riconosciuto, descritto e inserito nella rete delle testimonianze note? La domanda diventa ancora più insistente se si considera la qualità del lavoro archivistico svolto nel tempo. Com’è possibile che archivisti attenti alla materialità dei codici — alla foliazione, alla presenza di mani diverse, allo stato di conservazione, alle legature, — e impegnati per decenni a comporre e ricomporre le oltre seimila schede del posseduto antico dell’Archivio, non abbiano prodotto una segnalazione dettagliata di questo testimone del Memoriale? La domanda si fa ancora più acuta se si guarda al lavoro dei gesuiti impegnati nei Monumenta Historica Societatis Iesu. Molti di loro consultarono con estrema attenzione i manoscritti oggi conservati alla Gregoriana, li descrissero, li confrontarono, ne trassero materiali per edizioni e studi. Com’è possibile, allora, che proprio un testimone del Memoriale di Pierre Favre non sia stato riconosciuto, segnalato e inserito nella tradizione documentaria dei Monumenta?
Ci si sarebbe potuti aspettare che l’edizione del Memoriale curata da Michel de Certeau (1960), o più recentemente la canonizzazione di Pierre Favre da parte di papa Francesco (2013), facessero udire la tromba del giudizio. Una nuova attenzione filologica, da un lato, e una nuova visibilità ecclesiale, dall’altro, avrebbero potuto convocare i testimoni dispersi, riaprire la caccia alle copie, interrogare di nuovo gli archivi. E invece nulla di tutto questo accadde. Nessuna resurrezione generale dei manoscritti. Il codice della Gregoriana rimase sepolto (insieme ai suoi altri fratelli sparsi per il mondo) nella sua tomba archivistica, in attesa che una domanda lo chiamasse fuori. Non era perduto; era latente. Non mancava alla storia; mancava ancora la forma della domanda capace di riconoscerlo.
Archivisti e storici attribuiscono spesso importanza a ciò che è già stato dichiarato importante. Non perché manchi loro attenzione, ma perché ogni ricerca eredita una gerarchia dello sguardo: certi autori, certi testi, certi fondi, certi problemi appaiono subito degni di cura; altri restano ai margini, pur essendo materialmente presenti. Per questo sono rare le ricerche capaci di lavorare con gli scarti, con le presenze laterali, con i testimoni non ancora convocati. Sono ricerche che non si limitano a osservare i documenti, ma osservano gli osservatori: interrogano ciò che una tradizione ha saputo vedere, e soprattutto ciò che non ha saputo vedere.
Favre: la creazione del personaggio
Il Memoriale di Pierre Favre presenta un itinerario singolare: dopo una prima circolazione interna alla Compagnia, esso non diventa un testo pubblico, né un modello stabile di scrittura spirituale. Orfane dal manoscritto autografo, le copie manoscritte non circolarono oltre la fine del XVI secolo. La Vita Petri Fabri di Niccolò Orlandini, pubblicata nel 1617, lo riutilizzò insieme ad altre fonti. La scrittura di Favre venne così assorbita dentro la forma agiografica, dove ciò che contava non era la singolarità diaristica del testo, ma la possibilità di ricavare da esso l’immagine esemplare di uno dei primi compagni di Ignazio.
Dopo quasi tre secoli, il testo riemerse. A darne notizia è una lettera del 18 febbraio 1843, indirizzata da padre Sébastien Fouillot S.J. (1798-1877), al superiore generale della Compagnia di Gesù, Jan Roothan (1785-1853).
Fouillot ricorda nella lettera che il padre Nicholas Tuite MacCarthy (1769-1833), entrando nella Compagnia nel 1817, aveva portato con sé un codice del Memoriale, poi affidato al suo maestro dei novizi, padre Pierre Roger. Quel codice gli era stato donato da suo padre, Justin MacCarthy Reagh (1744-1811), conte di Toulouse e proprietario di una delle più importanti biblioteche private francesi tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. Agli occhi di coloro che lo ebbero tra le mani, il Memoriale appariva allora come una reliquia, venerabile ma non disponibile per la lettura o per lo studio.
Durante i giorni convulsi delle Trois Glorieuses, la rivoluzione di luglio del 1830, Fouillot, costretto ad abbandonare la residenza gesuitica di Montrouge, decise di farvi ritorno per recuperare il prezioso codice. La casa era stata saccheggiata dai rivoluzionari alla ricerca di armi nascoste. Entrato nella camera del padre Roger, Fouillot la trovò sottosopra; tra carte e quaderni sparsi a terra, rinvenne il manoscritto. Da quel momento si dedicò, con pazienza, alla decifrazione della prima parte del testo, che, secondo lui, era la più oscura.
In un primo momento Fouillot credette di avere tra le mani l’autografo perduto; in seguito comprese che si trattava invece di una copia antica e autorevole. Decise allora di inviare il testo a Roma, accompagnandolo con una trascrizione e con una propria lettera. La sua intenzione era di farne uso durante la terza probazione, il periodo conclusivo della formazione gesuitica. Secondo Fouillot, il valore del Memoriale risiedeva precisamente nel fatto che esso mostrava come la più alta perfezione spirituale non richiedesse vie speculative o eccezionali, ma passasse attraverso le strade più semplici, quelle della “spiritualità del catechismo”. Questa lettura appartiene pienamente al clima ottocentesco: contro una ragione percepita come dominante, essa oppone un modello devozionale e affettivo della vita cristiana. Le ricezioni successive del Memoriale si allontaneranno da questa chiave interpretativa, lasciando cadere proprio l’accento sulla semplicità catechistica come cifra principale della santità di Favre, per internarsi in sottili letture teologiche o addirittura fiutando qua o là qualche dimensione mistica. A questa semplicità di contenuto corrispondeva, per Fouillot, una “semplicità incorretta” del latino che non era facilmente tollerabile. Per questo chiedeva al superiore generale se fosse opportuno correggere alcune espressioni, sostituendole con formule equivalenti più regolari, senza tuttavia alterare la costruzione delle frasi, affinché l’opera non perdesse il suo “colore proprio”. Fouillot supponeva infatti che proprio quelle “expressions de trop basse latinité” avessero ostacolato, fino ad allora, la pubblicazione del Memoriale.
La risposta di Roothan è rivelatrice:
«Ho cominciato a leggerlo. Certo, vi si trovano superbe riflessioni, e sarebbero molto utili. Ve ne sono tuttavia alcune, mi sembra, che, essendo del tutto individuali, sarebbero meno interessanti. Ma bisognerebbe assolutamente ritoccarne lo stile, o piuttosto correggere alcune parole troppo barbare. Nella copia inviata ho trovato correzioni fatte fuori luogo.»
La riemersione ottocentesca del Memoriale non coincide quindi con il riconoscimento immediato della sua forma propria. Non solo: le categorie si invertono. Per usare una distinzione resa celebre da E. M. Forster, il io narrante del Memoriale, agli occhi di Roothan, appare come un round character, vale a dire, una soggettività complessa, evolutiva e non sempre immediatamente generalizzabile. Così s’inaugura una osservazione sulla documentazione storica di tipo letterario che andrà alla ricerca, fino ai giorni nostri, del personaggio che si sviluppa nella azione drammatica. Si perde di vista la distinzione sulla quale si era costruita per secoli la scrittura agiografica che era piuttosto assimilabile alla costruzione di un flat character vale a dire, a una figura tipizzata, funzionale alla creazione di un modello spirituale, nel quale non c’era un vero sviluppo nel tempo né una complessità che non potesse essere memorizzata.
Proprio per questo Roothan, ancorato ancora nel modello agiografico, alcune riflessioni, “essendo del tutto individuali”, gli sembrano meno interessanti per l’uso formativo. La modernità letteraria consente di percepire l’individualità come una conquista; ma la sensibilità formativa della Compagnia restaurata non è ancora pronta a farne il valore principale del testo. Ciò che per Roothan costituisce un limite diventerà più tardi una delle ragioni dell’interesse moderno per il Memoriale.
Il testo torna così alla luce come oggetto prezioso ma oscuro, da decifrare, trascrivere, correggere e così renderlo eventualmente utile alla formazione interna della Compagnia restaurata. Fouillot trasse dalla propria trascrizione una serie di copie per uso interno mediante stampa litografica. Dalla copia del Memoriale da lui invita a Roma si persero le traccie. Solo più tardi il testo trascritto da Fouillot fu pubblicato da Marcel Bouix S.J. nel 1873 e poi da lui tradotto in francese nel 1874.
Favre: combattente contro il Reich
Questa riattivazione si intreccia con una diversa ricezione pubblica, questa volta in area tedesca. Nel 1872, in seguito alla conferma del culto di Favre da parte di Pio IX, Rudolf Cornely S.J. pubblicò nelle Stimmen aus Maria-Laach l’articolo “Der selige Petrus Faber aus der Gesellschaft Jesu”. Il contesto non è neutro: Cornely scrive nel pieno del Kulturkampf, quando la Compagnia di Gesù è colpita dalle misure dello Stato tedesco e costretta all’esilio. Favre non è dunque presentato soltanto come una figura delle origini, ma come un modello riattivabile nel presente.
Cornely costruisce la sua narrazione a partire da una serie di fonti gesuitiche tra cui una copia manoscritta del Memoriale, non bene identificata. Visto che Cornely muore a Treviri, potrebbe trattarsi del manoscritto che oggi si trova alla Cornell University Library (Archives 4600 Bd. Ms. 570), che ha una nota di possesso Domus Probationis Trevirensis; oppure della copia manoscritta della Stadtbibliothek di Treviri (Ms. 2321/2362). O semplicemente una citazione a memoria di un possibile titolo del testo: Memoriale vitae spiritualis Venerabilis P. Petri Fabri, primi S. P. N. Ignatii alumni [sic].
Il punto decisivo, però, è l’interpretazione provvidenziale di questa riemersione. Cornely non presenta il Memoriale ma ricrea la figura di Favre che torna, grazie alla sua beatificazione, come una stella luminosa in tempi bui. La Provvidenza, secondo l’autore, fa riemergere, a poca distanza, due figure fondamentali per la Germania gesuitica: Pietro Canisio, fondatore della provincia tedesca, e Favre, primo gesuita attivo in Germania. Questo avviene proprio mentre la Compagnia è colpita dal Kulturkampf e dalla legge contro i gesuiti del 1872. Favre è interpretato come “confessore della fede” e come apostolo della Germania. Nel XVI secolo egli aveva operato per conservare la Chiesa tedesca davanti alla frattura religiosa prodotta dalla Riforma; nel XIX secolo il suo esempio diventa attuale davanti a un nuovo avversario. Cornely lo dice esplicitamente: la lotta non è più contro il protestantesimo, ma contro il moderno “paganesimo di Stato”. La minaccia moderna viene identificata nella “moderna idolatria dello Stato”, cioè in una forma politica che tende ad attribuire allo Stato una sovranità assoluta sulla vita religiosa, educativa e pubblica. In questo quadro, la citazione evangelica “Date a Cesare ciò che è di Cesare” appare, agli occhi di Cornely, come una formula seducente per i nemici della religione, capace di giustificare l’assorbimento della Chiesa entro l’ordine statale.
L’analogia proposta da Cornely ci dice forse poco o niente su Favre, ma molto sul Favre costruito nel 1872. La crisi del XVI secolo e quella del XIX non sono semplicemente accostate: la prima viene usata come forma di intelligibilità della seconda. Favre, primo gesuita attivo in Germania, diventa così una figura attraverso cui il cattolicesimo tedesco del Kulturkampf descrive se stesso: minacciato, assediato, ma provvidenzialmente sostenuto da una tradizione di fedeltà, obbedienza e riforma interiore. Del Favre del Memoriale egli trattiene soprattutto ciò che consente di fondare spiritualmente un’immagine utile al presente: l’uomo degli Esercizi, della direzione delle coscienze, della formazione del clero, della dolcezza apostolica e della resistenza senza clamore. È in definitiva una autodescrizione. Il cattolicesimo gesuitico tedesco osserva la propria crisi attraverso la crisi del XVI secolo e trova in Favre una figura capace di rendere il presente narrabile. Il passato non viene semplicemente ricordato: viene selezionato e riattivato per dare forma al presente.
L’analogia di Cornely, proprio perché storicamente semplificante, è storiograficamente preziosa: non perché ci restituisca direttamente Favre, ma perché mostra come Favre venga reso nuovamente comunicabile in un altro contesto.
L’analogia costruita da Cornely diventa quindi un caso esemplare per osservare la ricezione del Memoriale. Essa mostra che il testo e il suo autore non ritornano mai semplicemente come dati del passato, ma come forme selezionate da un presente che ha bisogno di descriversi. Questo modo di procedere ci aiuterà a leggere anche le autodescrizioni del XX secolo e quelle a noi contemporanee. Al prossimo squillo di tromba il testo sarà letto non arbitrariamente, ma secondo le distinzioni e le attese del contesto che lo riattiva.
Per seguire i progressi del seminario sul testo del Memoriale potete consultare questa pagina.
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