Il testimone silente


Ciò che è sulla nostra strada quotidiana, logorata e ripetuta, diventa obvius. Lo sguardo dello storico, e non solo, è chiamato a pensare l’ovvio. Come mai qualcosa si presenta con una “immediata evidenza”, come “naturale”, “certa”, “indiscutibile” o di “senso comune”? Pensare è confrontarsi con quel tipo di invisibilità che ha reso inosservabile qualsiasi imponenza.

I documenti relativi al primitivo inserimento dei gesuiti nel panorama scolastico della città di Roma (1551), mettono in evidenza l’ostilità dei maestri delle scuole rionali, alcuni dei quali arrivarono perfino a interrompere, con scomposti insulti le loro lezioni. A due secoli di distanza (1749), il gesuita Pietro Lazzeri ricorderà ancora, nella sua vita del P. Perpignan1, uno dei primi maestri del collegio, come la sfrontatezza degli uomini e l’invidia del popolo fu superata dalla pazienza e dalla grandezza delle menti dei gesuiti.

Nei testi non solo la volontà degli uomini ostacola i piani dei gesuiti che, secondo loro, s’inseriscono nella volontà divina, ma la scarsità delle risorse economiche non farà che confermare che l’opera è voluta da Dio. Sarà Lui, secondo la logica della narrazione, a manifestarsi nel momento opportuno attraverso uomini scelti. Ma gli aiuti economici che arrivano, prima o poi, cominciano a scarseggiare. Dal 1551 fino al 1581 si susseguono le sedi.

Sembra che per riallacciare l’opera educativa a un disegno divino anche gli inizi devono essere itineranti, come pellegrino fu il fondatore dell’Ordine che transitò da: Manresa, Barcellona, Salamanca, Alcalà, Parigi, Gerusalemme e Roma. Dalla casa acquistata (1551) dai signori Aquilani, nelle pendici del Campidoglio, si passerà, pochi mesi dopo, a una casa della famiglia Capocci (poi Frangipane). Una violenta esondazione del Tevere (1557) e la crescita del numero di studenti, obbligò ad un nuovo esodo verso palazzo Salviati nei pressi della Via Lata fino al 1561. La donazione della marchesa della Tolfa di un monastero dedicato all’Annunziata e una serie di case a esso contigue, permise ai gesuiti di avere uno spazio ancora più ampio.

Gregorio XIII Boncompagni in una prima visita al Collegio Romano (1579) aveva constatato di persona la ristrettezza dell’insula nella quale i gesuiti si erano insediati. Due anno dopo il superiore generale della Compagnia di Gesù, Claudio Acquaviva, chiese al Papa la possibilità di avere alcune case poste a sud dell’attuale Piazza del Collegio Romano. Furono quindi espropriate, a spese del Papa, una serie di proprietà. Il breve del Papa diede tre mesi di tempo agli inquilini per abbandonare i loro domicili. La volontà di papa Boncompagni sollevò nuove lamentele contro i gesuiti, alle quali seguiranno nuove protezioni e privilegi.

Così si concluse il pellegrinaggio in cerca del luogo definitivo per il loro collegio. Il cardinale nipote Filippo Buoncompagni, insieme con il figlio naturale del papa, Giacomo Boncompagni, marchese di Vignola e governatore di Fermo, pose la prima pietra dell’edificio l’11 gennaio del 1582 .

Nel mese di giugno dello stesso anno, Gregorio XIII volle controllare di persona lo stato della costruzione: [siccome] si lavorava assai alla semplice, ordinò il Pontefice che si gettasse a terra tutto quel muro, volle che tutte le muraglie del Collegio fossero di mattoni arrotati, e con le sue guide e scorniciamento di travertini, come si vede al presente2. Le fonti che presentano la storia dello stabilimento dei gesuiti costruiscono la loro trama attorno al binomio modestia/munificenza. Così la Historia Societatis e la lettera annua del 1582 rievocano una scena eclatante e nascondono il paradosso di una provvidenza che solleva il povero dalla miseria.

Già un anno prima (1581), in occasione della costruzione della chiesa attigua al collegio della Compagnia a Firenze, si afferma che la modestia dei gesuiti aveva attirato la generosità dei benefattori: Abbiamo quest’anno aperto la nuova chiesa con tanta maraviglia de’ fiorentini, ch’alcuni han pensato che sia fatta miracolosamenteil Granduca stesso si meravigliò, dicendo, com’era possibile che noi trovassimo tanto danaro et havendo egli fatto cercare nello stesso tempo per un hospitale detto degl’nnocenti, non trovò né pure il terzo di quello che per noi fu trovato: segno dei grande amore che tutti ci portano.3

La maestosità e austera grandiosità del Collegio Romano rispondeva anche ad una precisa semantica indirizzata a costruire l’immagine di Roma. Secondo Gérard Labrot, all’eresia dilagante e ai nazionalismi emergenti, che rifiutavano di essere figli “dello splendore crepuscolare di Roma”4, si contrapponeva l’immagine di una città, che dal sottosuolo catacombale alle cupole e obelischi funzionerà come un massiccio discorso di marmo e travertino. Per pellegrini e visitatori Roma doveva rappresentare una Chiesa che possedeva il potere delle chiavi di Pietro, le sole capaci di aprire o di chiudere le porte della salvezza. Il programma architettonico dei gesuiti non si sottrarrà a questa retorica.

Il Collegio Romano però, nella mente dell’Acquaviva non doveva essere un modello ma un unicum. Così scriveva (1584) al provinciale di Napoli: non conviene che il Collegio (di Napoli) si metta a competenza con la fabrica dei Collegio Romano, perché si bene qua ha potuto Sua Santità ordinare quanto l’è piaciuto, negli altri luoghi nondimeno ragione che noi procuriamo di mantenerci nella mediocrità religiosa. I collegi della Compagnia di Gesù a Milano (Palazzo Brera), a Genova o nella stessa città di Napoli (Casa del Salvatore), malgrado il desiderio del padre generale, risponderanno allo stesso binomio di modestia/munificenza.

Al secondo piano del palazzo centrale dell’Università Gregoriana un dipinto (192×282 cm) di autore anonimo (1655), fino al 1870 nella sua sede al Collegio Romano, mescola finzione e realtà e raffigura una scena inusuale. Al centro dell’opera, possiamo osservare papa Gregorio XIII, su un destriero bianco, mentre si avvicina al Collegio Romano. Sullo sfondo, nell’alto di un muro un gruppo di uomini esegue l’ordine del papa fondatore, di demolire per ricostruire un edificio degno del suo patrocinio.

L’abbassamento dei gesuiti è stato funzionale al loro innalzamento e le loro limitazioni economiche, occasione per mettere al centro la generosità e potenza del suo fondatore. Così si legge nella parte basa del dipinto: Collegium romanum humiliter inchoatum dirui et magnificentius extrui iubet. Se le fonti documentali presentano un individuo che inginocchiato innanzi al Papa implora giustizia a causa dalle espropriazioni dell’area destinata al collegio, l’artista lo sostituirà con un solerte architetto che sottopone al Papa la pianta del nuovo edificio.

L’imponenza della tela è proporzionata alla sua invisibilità. Per la maggior parte di coloro che passano sotto la rappresentazione di un papa a cavallo il dipinto è un testimone silente. Anche ogni archivio lo è. Per pronunciarsi aspetta che qualcuno gli faccia una domanda.

La Fondazione La Gregoriana ci ha chiesto se volevamo raccontare la nostra esperienza degli ultimi quindici anni. Abbiamo accettato la sfida. Il prossimo 5 dicembre presenteremo una selezione di ricordi. Ricercatori, tirocinanti e restauratori ci parleranno delle loro aspettative e delle loro scoperte. Diverse discipline come la storia della scienza, l’archeologia, la fisica applicata al patrimonio culturale, la storia e la letteratura hanno attraversato lo spazio della ricerca utilizzando le carte dell’Archivio. Per l’occasione sarà allestita una piccola mostra di documenti inediti. Per partecipare all’evento è possibile registrarsi a questa pagina.

Note

  1. Lazzeri, P., De vita et scriptis Petri Ioannis Perpiniani diatriba. Roma, 1749, p. 128. ↩︎
  2. Citato in Pirri, P., L’architetto Bartolomeo Ammannati e i gesuiti. Archivum Historicum Societatis Iesu, 12 (1943), p. 103. Si veda anche Annuae litterae Societatis Iesu anni. 1582 Ad patres, et fratres eiusdem Societatis. Romae, 1584 ↩︎
  3. Citato in Pirri, P., L’architetto Bartolomeo Ammannati e i gesuiti. Archivum Historicum Societatis Iesu, 12 (1943), p. 19. ↩︎
  4. Labrot, G., L’image de Rome : une arme pour la contre-réforme : 1534-1677. Seyssel : Champ Vallon, 1987. ↩︎

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2 risposte a "Il testimone silente"

  1. Grazie mille. Bellissimo articolo, molto utile e interessante anche per noi che da anni passiamo davanti ai dipinti senza sapere bene ci che si tratta. Si può seguire on line l’incontro del 5 dicembre? Grazie ancora e complimenti!

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