La parrucca del P. Boscovich


Un tempo la satira era una forma discorsiva capace di colpire la comunicazione politica. Funzionava perché creava uno scarto tra il “serio” istituzionale e il “ridicolo” satirico. Se però la comunicazione politica assorbe volontariamente il ridicolo e lo usa come stile (stravaganza, memificazione, provocazione performativa), allora quel differenziale si riduce: la satira non “smaschera” più, perché il bersaglio si è già presentato come maschera. La satira è così costretta a rincorrere con intensità crescente, rischiando l’irrilevanza o l’incomprensibilità.

Nel XVIII secolo non sono pochi gli ecclesiastici che coltivano la satira. Gian Carlo Passeroni (1713–1803) e Giovanni Battista Casti (1724–1803) ne sono alcuni esempi. L’Archivio Storico della Gregoriana conserva anche testi dell’ultimo storico della Compagnia di Gesù, Giulio Cesare Cordara, che si cimentò in questa forma poetica. Di Cordara, tra altri documenti, l’Archivio conserva un manoscritto del De suis ac suorum rebus alijsque suorum temporum usque ad occasum Societatis Jesu Commentarij ad Franciscum fratrem comitem Calamandranae. In questo testo, inedito fino al 1912, Cordara, in forma autobiografica, racconta i suoi anni di gesuita fino alla soppressione dell’antica Compagnia di Gesù.

La sua prima satira, scritta durante il soggiorno ad Ancona, fu In rerum alienarum inspectores (1729), vale a dire contro quegli oziosi impiccioni: gente che, non avendo nulla di meglio da fare, si intromette nelle faccende altrui, spia, controlla, commenta, diffonde voci. Lo stesso Cordara ricorda nei suoi Commentarii che si era ispirato a “uno dei miei domestici assai molesto: costui frugava con eccessiva curiosità in tutte le mie azioni e nei miei progetti più segreti, e io non potevo né sfuggirgli in alcun modo né sopportarlo con pazienza, misura e moderazione”. L’espressione domesticorum mihi resta volutamente incerta: potrebbe trattarsi anche di qualche compagno gesuita.

Tra le sue satire ce n’è una certamente dedicata a un suo compagno: P. Ruggero Boscovich. Boscovich, originario della Repubblica di Ragusa, fu inviato a Londra per smentire il sospetto britannico che nel porto fossero stati allestiti bastimenti da guerra per la Francia e per ribadire la neutralità della Repubblica. A partire da questo intervento diplomatico acquistò, negli ambienti scientifici, una certa fama che in seguito gli permise di diventare membro della Royal Society (1761). Boscovich, già maestro al Collegio Romano e membro corrispondente dell’Académie des Sciences di Parigi, fu uno dei maggiori scienziati europei del Settecento, protagonista della fisica matematica e dell’astronomia.

La moda prevedeva che i membri della Royal Society (e non solo) portassero la parrucca. Anche Boscovich dovette indossarla per sottostare alla “terza legge” della società. Secondo Locke, accanto alla legge divina e a quella civile, la legge dell’opinione o della reputazione definisce virtù e vizio: “Virtue and vice are names pretended and supposed everywhere to stand for actions in their own nature right and wrong; as they really are so far as they are conformable or not conformable to the law of God, the law of the civil magistrate, or the law of opinion or reputation” (Essay II, xxviii, § 10). Si devono seguire i comandamenti della moda. “O moda, o moda! Ma questa è una follia tale che qui non è il momento di sfogarmi e di mettermi a parlarne; devo ancora parlare della parrucca [di Boscovich]”, dirà Cordara.

Vlaho Bukovac (1855-1922) ritratto di Ruggero Boscovich SJ. Museo Nazionale di Serbia

Da quel secolo inquieto in poi nessuno potrà sottrarsi alla moda, tantomeno la Chiesa e gli ecclesiastici. Con Carlo II d’Inghilterra (1660–1685) la parrucca diventa un simbolo di autorità: la portano nobili, giudici, avvocati e anche membri del clero luterano e anglicano. A Roma, la questione è più complicata.

L’uso aumenta tra il pontificato di Clemente IX e quello di Pio VI. Alcuni ecclesiastici chiedono permesso di portarla per motivi di salute, come don Antonio Piervenanzi, curato della parrocchia di San Benedetto in Piscinola (1716). Secondo il suo medico, soffriva di dolori insopportabili e persistenti alla testa, e si sospettava una malattia più grave. Per questo chiese il permesso di usare una parrucca leggera, di colore naturale, con la tonsura visibile e priva di riccioli. Non fu l’unico caso: la parrucca viene ricodificata come problema medico (calvizie, catarro, dolori ecc.), con medici che firmano a sostegno; e compaiono compromessi disciplinari (parrucca “invisibile”, talvolta da togliere in momenti del rito).

Fino al XVII secolo la moda, così come oggi la intendiamo, non esisteva ancora. Non c’era nemmeno una parola per indicarla, come ricorda l’Historisches Wörterbuch der Philosophie. In Francia emerge il termine la mode, che progressivamente si distingue da le mode (nel senso logico-grammaticale di “modo”). Questa nascita lessicale non è un dettaglio: segnala la costituzione di un ambito di senso relativamente autonomo, nel quale il cambiamento non è più un accidente, ma un principio strutturante.

La moda è una lama sottile che attraversa tutta la società: o la si segue (e si è “alla moda”), o se ne resta fuori (e si è “antiquati”), o la si ignora (e si pretende di essere “originali”). L’ordine gerarchico delle società tradizionali, che rifletteva un’eterna e indiscutibile gerarchia dell’universo, viene progressivamente frantumato, in età moderna, in un ordine eterarchico: una pluralità di gerarchie parziali coesistono senza potersi ridurre l’una all’altra. Politica, scienza, diritto, istruzione, religione, arti e altri ambiti non sono più coordinati in un unico quadro complessivo; producono così, nel bene e nel male, una complessità enormemente più elevata: più varietà, ma anche difficoltà costanti di coordinamento.

Dal XVI secolo si sperimenta ciò che Luhmann chiamava un’“ipertrofia semantica della variazione”, con la conseguente delusione nel constatare che la sola variazione non produce evoluzione. Di fronte alla biforcazione tra vecchio e nuovo (entrambi sempre presenti), la selezione tende a privilegiare il nuovo: non più soltanto tollerato, ma ricercato e stimato. La novità diventa un criterio di valore in molti campi: arti, mass media, scienza, dibattito politico, e in modo eminente nella moda.

La moda inaugura un regime di temporalità. È indice di un tempo accelerato, in cui si sostituisce il vecchio con il nuovo e si contrae il presente, perché si sa che ciò che oggi è nuovo domani sarà vecchio. Ma non dice nulla del futuro, non lo anticipa: circola in un presente sempre instabile. La novità è scivolosa come un’anguilla: flessibile, contestabile; persino la sua valutazione come positiva o negativa muta nel tempo e con gli osservatori.

La portata normativa della moda è spesso sottostimata. Diversamente dal diritto o dalla morale religiosa, essa non prevede sanzioni codificate né apparati formali di punizione. Eppure esercita una pressione non meno incisiva, perché si fonda sul giudizio pubblico. Essere “fuori moda” non configura un illecito, ma un disallineamento simbolico: una perdita di leggibilità che può tradursi in esclusione, derisione o semplice invisibilità sociale. La moda rientra quindi in un regime di normatività informale, capace di orientare i comportamenti non tramite coercizione, ma mediante aspettative condivise, diffuse e costantemente rinegoziate.

La moda si fonda sulla contingenza, anzi è il trionfo della contingenza. Offre una forma per gestirla e, così facendo, manifesta la propria modernità.

La Histoire des perruques di Jean-Baptiste Thiers è un punto di appoggio “classico”, perché mette a tema in modo programmatico l’“irregolarità” delle parrucche degli ecclesiastici:

«Gli ecclesiastici, o cosiddetti tali, gli ecclesiastici di corte, gli ecclesiastici damerini, gli ecclesiastici alla moda – e con questo è detto tutto – furono i primi a rompere il ghiaccio riguardo alle parrucche, e non si fecero gran scrupolo a portarle, vedendo che la gente di mondo, con i quali hanno tanti altri rapporti, non se ne faceva affatto. Le loro parrucche furono dapprima corte e piccole, e questo genere di parrucche fu chiamato, come si chiama ancora oggi, “parrucche da abate”. E il primo che ne portò una fu l’abate de la Rivière, morto poi vescovo di Langres, e che si può dunque chiamare con piena giustizia il Patriarca degli ecclesiastici parrucconi. Nello stesso tempo, alcuni prelati, ma in numero assai piccolo, avendo perso i capelli, pensarono anch’essi di prendere la parrucca.»

Come ricorda Elena Esposito, la moda ingloba tutta la società. L’antimoda è una moda: criticare l’ultima moda è un modo di posizionarsi. La ricerca di originalità individuale si trasforma spesso in un conformismo collettivo, dove tutti seguono la “nuova” tendenza anti-moda.

La battaglia che intraprese papa Orsini, Benedetto XIII, sull’uso della parrucca non portò a grandi risultati. Il cambio vero arriva più tardi, quando la Rivoluzione francese introduce un’irritazione di ordine diverso: non una norma disciplinare sul costume, ma una ricodifica politica della visibilità che fa apparire la parrucca come segno dell’Ancien Régime e rende costoso, socialmente e simbolicamente, continuare a portarla. In una società in via di differenziazione funzionale, la trasformazione dei segni esterni avviene soprattutto quando mutano le premesse di reputazione e le cornici politiche della rappresentazione pubblica.

Sopra la perrucca usata dal Padre Ruggero Boscovich SJ

Giulio Cesare Cordara SJ

(frammenti)

O crine, o crin, che un dì forse instromento
di folli amori e sol feminea cura,
or sei del mio Rugger strano ornamento,
conosci tu l’eccelsa tua ventura
e ti saresti mai immaginato
di far nel mondo una sì gran figura?

O perrucca fra tutte avventurata,
gloriosa perrucca al mondo sola,
che tu sii sempre bella e pettinata,

Ma tu, Ruggero, quando avrai veduti
i Turchi tuoi e il freddo Moscovita,
e i Goti e i Cimbri e i Sarmati baffuti,
se avvien che torni a farti Gesuita
e voglia riveder l’antico suolo,
dopo giri cotanti e cotal vita,
tra l’altre rarità d’estranio polo
che teco porterai, non ti scordare

(se pur non è che la pigliasti a nolo)
di metter nel baullo e a noi recare
quella perrucca ch’ebbe il gran potere
un Gesuita in Lord di trasformare.

Roma desìa vederla e vuol sapere
se è fatta a nodi, a coda o lunga e spasa,
come usa alla Romana il cavaliere,
o pur corta così, che della rasa
testa lasci scoperta una gran parte,
quasi imperfetta e alla metà rimasa;

O moda! O moda! Ma un’insania è questa,
che qui luogo non è di metter fuora
e dir della perrucca ancor mi resta.

Che poi se fosse la perrucca a coda,
e coda avesse lunga oltre misura,
come prescrive la più fresca moda,
avrebbe di cometa allor figura

Oimè, che sento? Oimè, qual nuova è questa?
O caso atroce, o cruda sorte e rea!
O disgrazia acerbissima e funesta!
Quella perrucca, che salir dovea
del ciel stellato in la più eccelsa sfera
e già cangiata in astro io mi fingea,
quella di cui s’ornò la fronte altera
il mio Rugger quando Milord si feo,
e lieto andonne all’Anglica riviera,
mi scrive il suo fratel Bartolomeo
che per baiocchi quindeci egli stesso
l’ha venduta in Venezia ad un Ebreo.

Io dunque, ad impedir tal vitupero,
prego il Ciel che la tolga a sì profano,
empio padrone, e nel mio cor lo spero.
Spero che compreralla un buon cristiano
con l’aggiunta di pochi quattrinelli,
e sarà facilmente un ortolano,
il qual fra le lattughe e i ravanelli,
d’una pertica in cima, in mezzo all’orto
la metterà per spaventar gli uccelli.

O misera perrucca! O troppo frale
felicità del mondo! O quanto è breve
il passaggio quaggiù dal bene al male!
Mortali, io parlo a voi: quanto sia lieve,
quanto fugace sia la gloria umana,
questa perrucca ammaestrar vi deve.
Costei fra le perrucche un dì sovrana,
e dianzi poco men che idolatrata
quasi cosa celeste e sovrumana,
eccola in un momento abbandonata.
O rovescio crudel! Convien che stia
a guardar le cucuzze e l’insalata.
Specchiatevi, o mortali, e per voi sia
e scuola e disinganno il tristo oggetto,
se mai foste tentati d’albagìa.

Ma qual sarà quell’orto benedetto
che a questa miserabil creatura,
entro il recinto suo, darà ricetto?

Se sapran dove sei, sono capaci
quei che si piccan d’erudizione
di venirti a trovar dovunque giaci.

Gli astronomi verranno in processione,
e alla perrucca pendula d’intorno
staran con mani giunte in ginocchione.
Forse pur anche penseranno un giorno
a fabbricarle sopra una tribuna,
o un vago nicchio di zucchette adorno;
e qui negli equinozj, in veste bruna,
s’uniranno a cantarle in flebil tono
l’inno solenne della Gnora Luna.
Ma cantino pur essi, io stanco sono
e tornarne a cantar più non intendo.
Qui dunque, o mia perrucca, io t’abbandono
e fra le zucche la chitarra appendo.

(Edizione e traduzione di Giulia Bruscani)

Alexander RoslinRitratto di Joseph Marie Terray (1715-1778), abate di Molesmes, ministro di Luigi XV. Versailles.


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