Un prete a bordo


La credenza nella presenza malaugurante di un prete a bordo affonda le sue radici, simbolicamente, nella storia di Giona. Il figlio di Amittai, profeta disobbediente, si imbarca infatti su una nave diretta a Tarsis per sottrarsi alla missione affidatagli da Dio: convertire Ninive. Ninive, la “grande città”, appare nella tradizione biblica come città crudele e guerrafondaia, sanguinaria e spietata verso i popoli sottomessi, “covo di leoni”, secondo l’espressione del profeta Naum. Durante il viaggio verso Tarsis, una tempesta violenta minaccia di distruggere l’imbarcazione e di travolgere l’intero equipaggio. È lo stesso Giona, consapevole della propria disobbedienza, a chiedere di essere gettato in mare, affinché i suoi compagni siano liberati dalla sventura e possano salvarsi.

La persistenza di tale credenza è attestata da un episodio avvenuto a Livorno (1967) durante una sosta del sommergibile ribattezzato Alfredo Cappellini. In occasione della visita a bordo di una scuola cittadina, l’ufficiale di guardia fu informato che l’istituto era diretto da un padre gesuita, il quale aveva manifestato l’intenzione di salire sul sommergibile insieme ai suoi alunni. L’ufficiale si oppose, richiamando la diffusa convinzione superstiziosa secondo cui la presenza di preti a bordo avrebbe portato sfortuna.

A mostrare il carattere relativo di tali leggende sulla presenza di preti a bordo basta il caso di un altro gesuita, P. Carlo Messori Roncaglia. Gesuita modenese (1904–1996), fu cappellano della base atlantica dei sommergibili italiani BETASOM, a Bordeaux, durante la Seconda guerra mondiale. In tale contesto svolse un’intensa attività di assistenza spirituale ai sommergibilisti, condividendone le condizioni di vita e accompagnandoli nelle situazioni più difficili del conflitto. La sua presenza, lungi dall’essere percepita come fonte di sventura, fu invece riconosciuta come sostegno umano e religioso per gli equipaggi. Collaborò attivamente con la Resistenza sotto il nome di battaglia “Asso di picche”.

L’emergere e il venir meno di determinate credenze non dipendono da una generica varietas temporum, ma dalle trasformazioni della struttura sociale e delle forme semantiche attraverso cui essa si descrive.

In un altro contesto sociale si inscrive l’esperienza di Giuseppe Gianfranceschi. Con l’approvazione di Pio XI, P. Gianfranceschi, allora rettore della Pontificia Università Gregoriana (1926-1930), partecipò come cappellano alla spedizione al Polo Nord guidata dal generale Umberto Nobile. Dopo la caduta del dirigibile Italia sul pack (1928), insieme con l’aeronave crollò anche un intero fascio di aspettative. Nel momento più oscuro della vicenda, una pagina del diario fa riemergere, questa volta dalla penna di un prete, l’antica cattiva sorte associata alla presenza del sacerdote a bordo: «Sarà molto se non diranno che il disastro è avvenuto per la presenza del prete». E subito dopo: «Quando tornerò in Europa e in Italia cercherò di non farmi vedere da nessuno».

La spedizione prevedeva, accanto alla posa della bandiera italiana, anche il deposito di una croce sul pack. Questo gesto indica che, nel 1928, un’impresa scientifica poteva ancora portare con sé un segno religioso esplicito. In questo contesto, la presenza di Gianfranceschi non appare come un elemento estraneo, ma come una forma vivente di quella stessa croce che la spedizione intendeva deporre.

Negli anni di Pio XI il simbolo della Croce si articola con due figure cristologiche allora particolarmente rilevanti, quella di Cristo Re e quella del Cuore di Cristo. In tal modo essa tende a presentarsi come principio unificante di ordine e di pacificazione, condensato nella formula: Pax Christi in regno Christi. Poteva ancora proporsi un principio di ordine e come forma simbolica capace di offrire al mondo un centro.

È in questa luce che, nel 1925, viene istituita la festa di Cristo Re. Ma quel centro non è soltanto “regno”. Nel 1928, con l’enciclica Miserentissimus Redemptor, Pio XI rilancia anche la devozione al Sacro Cuore. Croce, Cristo Re e Cuore di Cristo si articolano così come figure di una semantica unificante: una riduzione della complessità che non elimina le fratture, ma le ricodifica entro un principio simbolico di ordine e di pacificazione. Oggi, al contrario, non circolano più con la stessa evidenza né quei simboli né, più radicalmente, la pretesa stessa di un centro comune capace di integrare l’insieme sociale.

A questa trasformazione dell’ambiente sociale si aggiunge un secondo mutamento, meno evidente ma altrettanto decisivo: cambia anche, all’interno del sistema religioso, la semantica stessa dell’unità. Oggi, invece, la comunicazione religiosa tende più spesso a descriversi attraverso categorie come accompagnamento, discernimento, ascolto, mediazione. La comunicazione religiosa appare meno come principio ordinante e più in una dimensione relazionale.

Questa trasformazione non dipende soltanto da una scelta pastorale; nasce anche dall’esperienza di una Chiesa che sa di essere costantemente osservata, interpretata e tradotta da altri sistemi, in primo luogo dai media e dalla politica. Ciò che essa dice non resta mai semplicemente nel proprio orizzonte semantico, ma viene subito ricodificato come presa di posizione, identità di parte, possibile fattore di divisione. Il timore di apparire divisiva è dunque il segno di una Chiesa che si osserva osservata. L’antica costellazione ecclesiale, i suoi riti e i suoi dogmi si deorbitano nella galassia della nostra società contemporanea. La sfida diventa allora duplice: da un lato accettare che la società contemporanea non disponga più di un centro simbolico condiviso; dall’altro non restare muta innanzi al mondo.

Pio XI, nella sua enciclica, descriveva un mondo «tutto sottoposto al maligno», parlava del «grido dei popoli», di re e governi che «si sono sollevati […] contro il Signore e contro la sua Chiesa»; dipingeva, cioè, mali gravi e popoli inquieti. La conflittualità, in questa prospettiva, non è soltanto divergenza di posizioni: è anche lotta per l’assoluto. Spesso le invocazioni alla pace possono apparire vuote quando si limitano all’enunciazione di un valore, senza prendere sul serio la complessità della società moderna cui si rivolgono; e proprio per questo possono non restare semplicemente inascoltate, ma trasformarsi in fattori di nuove delusioni. È precisamente in questo punto che la Croce può essere ripensata: non come conquista di un centro sociale ormai impossibile, ma come critica di ogni assoluto mondano e come forma capace di reggere la contingenza il limite, la paura, la perdita.

L’Archivio storico della Pontificia Università Gregoriana presenta la mostra Più a nord di ogni altare, aperta dal 20 al 27 aprile presso l’Aula Massima dell’Università e dedicata ai documenti relativi alla partecipazione del P. Giuseppe Gianfranceschi S.J. alla spedizione polare italiana del 1928. Il Fondo Gianfranceschi conserva un’ampia documentazione sull’attività scientifica del gesuita, fisico, fondatore insieme a Mario di Carpegna dell’ASCI (Associazione Scoutistica Cattolica Italiana), Rettore della Pontificia Università Gregoriana e primo direttore della Radio Vaticana.

Resta allora, dopo il disastro, non soltanto la memoria di un’impresa fallita o eroica, ma una costellazione di tracce: pagine di diario, fotografie, appunti e disegni. In esse si lascia leggere qualcosa di più di un episodio del 1928. Si rende visibile un passaggio storico in cui religione, scienza e politica potevano ancora intrecciarsi entro un medesimo orizzonte simbolico, proprio nel momento in cui quell’orizzonte, tra le due grandi guerre, cominciava già a incrinarsi. È questo, forse, il valore più profondo delle carte di Gianfranceschi: non soltanto documentare un evento estremo, ma permettere di osservare, attraverso di esso, una trasformazione più ampia del modo in cui la modernità ha pensato il rischio, il senso e il sacro.


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2 risposte a "Un prete a bordo"

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