Jan Gossaert, An Elderly Couple, ca. 1520, National Gallery di Londra.
Forse ci sentiremmo meno soli se potessimo condividere le nostre esperienze. Se ciò che io sento fosse davvero lo stesso che senti tu; se ciò che io provo potesse passare a te così come si enuncia una parola o si racconta una storia.
Ma la coscienza non è una moneta comune che passa di mano in mano. La coscienza genera pensieri, e i pensieri, per essere comunicati, devono passare attraverso il linguaggio. Ciò che viene condiviso non è dunque la coscienza stessa, né l’esperienza nella sua immediatezza, ma una forma linguistica attraverso la quale qualcuno rende comunicabile ciò che gli accade.
Se questo vale già per le persone che vivono nello stesso presente, che cosa possiamo dire delle esperienze degli uomini e delle donne del passato? Possiamo leggere le loro parole. Possiamo ricostruire i contesti nei quali furono scritte e osservare le distinzioni attraverso le quali descrivevano ciò che accadeva loro. Ma non possiamo trasferire nella nostra coscienza ciò che essi vissero, né sapere se ciò che chiamavano esperienza corrisponda a ciò che noi intendiamo oggi con questa parola.
Da questa difficoltà nasce la nuova voce Experientia del Lexicon of Modernity di GATE.
La voce non ha soltanto una funzione lessicografica. All’interno della piattaforma GATE offre un punto di riferimento al quale possono essere collegate le diverse ricorrenze del termine presenti nei documenti. Il lettore può così passare dalla singola occorrenza alla ricostruzione di un problema storico e, inversamente, tornare dalla voce ai contesti concreti nei quali experientia viene utilizzata. Questo collegamento non presuppone che la parola abbia ovunque lo stesso significato. Al contrario, permette di rendere più visibili le differenze d’uso. La funzione del Lexicon non è assegnare al termine una definizione stabile da applicare all’intero corpus, ma rendere più comprensibili le sue diverse occorrenze mettendole in relazione senza cancellarne il contesto.
È particolarmente importante nel caso di experientia, perché “esperienza” appartiene a quel gruppo di parole che ci sembrano immediatamente comprensibili.
Quando leggiamo una lettera, un testo spirituale o un trattato del XVI secolo, siamo facilmente tentati di tradurre ciò che vi troviamo nel nostro vocabolario dell’interiorità. Un uomo prova paura, desiderio, consolazione o tristezza: pensiamo allora di sapere immediatamente che cosa gli è accaduto, perché anche noi conosciamo paura, desiderio, consolazione o tristezza.
È proprio questa familiarità a rendere il problema più difficile.
La questione non consiste nel negare che gli uomini del passato sentissero, ricordassero, soffrissero o desiderassero. Si tratta piuttosto di domandarsi come ciò che accadeva veniva distinto, interpretato e comunicato come esperienza.
Parole come consolatio, desolatio o motio, per esempio, non possono essere considerate semplicemente antichi nomi di stati interiori che oggi descriveremmo con un altro vocabolario. Erano forme storicamente disponibili attraverso le quali ciò che accadeva poteva essere riconosciuto e distinto. Un desiderio o un pensiero potevano essere attribuiti alla propria iniziativa, a Dio o allo spirito cattivo.
L’interiorità, in altre parole, non coincide necessariamente con l’origine di ciò che vi accade.
Un io davanti a Dio
Il Memoriale di Pierre Favre rende questa difficoltà particolarmente visibile. Potremmo leggerlo come il diario di un individuo che osserva la propria interiorità e la trascrive. Ma l’io che emerge dalle sue pagine non è semplicemente un soggetto che guarda dentro di sé per scoprire che cosa “prova veramente”.
Favre osserva se stesso davanti a Dio.
Questo cambia la struttura dell’autoosservazione. Un desiderio può essere sentito da Favre senza essere per questo attribuito alla sua sola iniziativa. Una consolazione può accadere nella sua coscienza senza essere considerata un prodotto della coscienza. Ciò che accade deve essere distinto e la sua provenienza deve essere interpretata.
Quando Favre scrive mihi datum fuerit desiderium, «mi era stato dato il desiderio», il desiderio appartiene certamente alla sua esperienza. Ma la formulazione impedisce di identificarne semplicemente l’origine con l’io che lo prova. L’io diventa così un luogo nel quale possono accadere cose la cui provenienza non è immediatamente evidente.
Gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola formulano il problema con particolare chiarezza. Nel n. 32 Ignazio scrive:
«Presuppongo che vi siano in me tre pensieri: uno propriamente mio, che procede dalla mia libera volontà e dal mio volere; e altri due che vengono da fuori, l’uno dallo spirito buono e l’altro da quello cattivo.»
La formulazione merita attenzione. Tutti e tre i pensieri sono “in me”, ma non tutti vengono “da me”. La loro presenza nella coscienza non determina dunque automaticamente la loro origine. Essere in me non significa necessariamente provenire da me.
Per descrivere analiticamente questa differenza, la voce Experientia ricorre anche alla distinzione tra Erleben, che possiamo rendere qui con “esperire”, e Handeln, “agire”. La distinzione Erleben/Handeln riprende una teoria dell’attribuzione che ha in Fritz Heider (1896–1988) uno dei suoi principali antecedenti. La differenza non oppone semplicemente uno stato passivo a uno attivo. Riguarda piuttosto l’attribuzione di ciò che accade: parliamo di Handeln quando la selezione viene attribuita alla propria iniziativa; di Erleben quando viene attribuita a qualcosa che non dipende dalla propria iniziativa.
La distinzione non appartiene naturalmente al vocabolario di Sant’Ignazio o di Pierre Favre. È uno strumento analitico dell’osservatore contemporaneo. Permette però di porre ai testi una domanda molto semplice: a chi o a che cosa viene attribuito ciò che è accaduto?
Il passo degli Esercizi mostra bene perché la domanda sia utile. I tre pensieri sono tutti «in me», ma uno «sale de mi mera libertad y querer», mentre gli altri «vienen de fuera». Il luogo nel quale qualcosa viene esperito e l’origine alla quale viene attribuito non coincidono necessariamente.
Anche nel Memoriale di Favre l’attribuzione può spostarsi. Mihi datum fuerit desiderium presenta il desiderio come qualcosa che gli è dato. Altrove, invece, Favre può delimitare esplicitamente ciò che dipende da lui, come nell’espressione quantum in me erat, «per quanto dipendeva da me». Non si tratta di classificare meccanicamente ogni frase come Erleben o Handeln, ma di osservare come il testo distribuisca diversamente la provenienza di ciò che accade.
Lingua index cordis

In questo contesto acquista particolare interesse anche l’incisione Lingua index cordis. La formula sembra stabilire un rapporto semplice tra interiorità ed esteriorità: la lingua è l’indice del cuore. Ciò che si trova dentro può manifestarsi attraverso ciò che viene detto.
Ma index non significa identità.
La lingua non è il cuore. È un segno attraverso il quale il cuore può diventare osservabile. L’immagine offre così una rappresentazione storica di una questione fondamentale per Experientia: come diventa osservabile ciò che non può essere osservato direttamente?
Il cuore poteva essere considerato il luogo degli affetti, delle intenzioni o delle disposizioni spirituali. La parola poteva allora funzionare come indizio di ciò che vi accadeva. Ma il segno non coincide con ciò di cui è segno.
Questa distinzione diventa ancora più importante per lo storico. Noi non possediamo il cuore di Favre. Non possediamo la sua coscienza. Non possiamo riprodurre in noi l’esperienza che egli visse. Possediamo testi. Insieme ad altre tracce materiali, essi costituiscono il punto di partenza del lavoro storico.
Nei testi incontriamo parole attraverso le quali qualcosa viene distinto, attribuito e reso comunicabile. In questo senso, Lingua index cordis può essere quasi rovesciata metodologicamente: la lingua può essere un index del cuore, ma l’indice non ci consegna il cuore stesso.
Lo storico lavora precisamente nello spazio che separa il segno da ciò di cui esso è segno. Tutto questo modifica anche il modo in cui possiamo utilizzare i documenti.
Un testo spirituale non è una finestra trasparente attraverso la quale contemplare la coscienza di un individuo scomparso. Non possiamo attraversare le parole di Favre per raggiungere, dietro di esse, la sua esperienza così come fu originariamente vissuta. In questo senso, non vediamo l’esperienza di Favre. Vediamo come qualcosa viene comunicato come esperienza e quale funzione assume nel testo. Possiamo osservare come ciò che accade viene descritto, come viene attribuito e come diventa memoria. Possiamo seguire le differenze mediante le quali il testo rende intelligibile ciò che è accaduto.
La distanza che ci separa dagli uomini del passato non dipende quindi soltanto dal fatto che vivevano in un altro mondo. Dipende anche dal fatto che non possiamo dare per scontato che ciò che essi chiamavano experientia corrisponda a ciò che noi intendiamo oggi con la stessa parola. Ma questa distanza storica radicalizza una difficoltà che appartiene già al presente.
Esperienza, memoria, apprendimento
Il Memoriale permette di osservare anche un’altra dimensione di experientia. Favre utilizza, per esempio, la formula expertus fueram saepius, «avevo sperimentato spesso». Qui l’esperienza non indica semplicemente qualcosa che è accaduto. La ripetizione permette di riconoscere una regolarità. Ciò che è avvenuto viene ricordato e può diventare rilevante per interpretare ciò che accade in seguito.
È un problema che rinvia a una storia molto più lunga.
Già in Aristotele l’esperienza è strettamente connessa alla memoria e alla ripetizione. Da molte memorie relative a casi simili può stabilizzarsi una forma di sapere. Experientia non indica quindi soltanto il fatto di vivere qualcosa. Può indicare anche la possibilità di apprendere da ciò che è accaduto. Nella prima età moderna il termine entra però in configurazioni molto differenti.
In Roberto Bellarmino, l’esperienza può sostenere una valutazione pratica e diventare argomento di governo. In Montaigne, viene chiamata in causa quando la ragione mostra i propri limiti, senza trasformarsi per questo in una fonte infallibile di certezza. In Francis Bacon, diventa decisiva la differenza tra ciò che semplicemente accade e ciò che viene deliberatamente cercato: tra esperienza occasionale ed esperimento.
Mettere in relazione queste ricorrenze all’interno di GATE permette precisamente di vedere le differenze. Non esiste una sola storia dell’esperienza. E una parola non conserva necessariamente la stessa funzione perché conserva la stessa forma.
Quando qualcuno ci dice «so esattamente che cosa provi», possiamo riconoscerci nelle sue parole. Possiamo raccontare ciò che ci è accaduto e trovare somiglianze. Ma non possiamo verificare che due esperienze coincidano. La coscienza non passa da una persona all’altra. Passano parole. Possiamo comunicare le nostre esperienze, ma non possiamo scambiarle.
La nuova voce Experientia di GATE nasce precisamente da questa distanza: tra ciò che accade e ciò che può essere detto, tra il cuore e la lingua che pretende di esserne index, tra l’esperienza degli uomini del passato e le forme attraverso le quali noi, oggi, possiamo ancora osservarla.


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