
I am a poure dyuel, and my name ys Tytyvyllus… I muste eche day… brynge my master a thousande pokes full of faylynges, and of neglygences in syllable and wordes.
(Sono un povero diavolo, e il mio nome è Titivillus… Devo ogni giorno… portare al mio padrone un migliaio di borse piene di errori, e di negligenze nelle sillabe e nelle parole). (Myroure of Oure Ladye. XV sec.)
Molti autori medievali davano un posto centrale alla scrittura e alla grammatica. Isidoro di Siviglia († 636), che affronta la questione della grammatica nel libro I delle sue Etimologie, la colloca fra la prima delle sette arti liberali. Le lettere dell’alfabeto sono i “segni delle cose”, hanno per lui “una tale forza che portano alle nostre orecchie i discorsi degli assenti senza l’aiuto della voce”. Per alcuni, aggiunge, hanno perfino un significato mistico.
Per la letteratura carolingia, lo scriptorium monastico era un luogo sacro, dove la santità dei libri da copiare richiedeva una grande dignità e la più pura attenzione. Per Alcuino (735-804), Dio è il dictator, sotto il cui governo gli uomini santi scrivono. In un luogo talmente sacro non poteva mancare il Tentatore, un demone ingannevole ed empio di nome Titivillus che tentava di ostacolare il santo lavoro della scrittura. Era lui il responsabile delle chiacchiere inutili, delle distrazioni del monaco nel coro o nello scriptorium, delle parole mal pronunciate oppure omesse durante l’ufficio divino e i sacri riti.

Secondo alcune varianti iconografiche Titivillus si presenterà, il giorno del giudizio finale, con il suo carico di parole inutili, omesse o errate, per accusare gli uomini innanzi a Dio.
Questa concezione medievale potrebbe essere una metafora per seguire l’evoluzione della scrittura nella modernità: sempre orfana, opaca, bisognosa di una e mille interpretazioni, arte del nascondimento, disciplinata selezione di memoria. Questa costrizione alla selezione, che impone la scrittura, costituirà il documento. Un ulteriore processo di selezione costituirà l’archivio.
Le diable archiviste introduce un seminario sulla natura paradossale dell’archivio: frammento che evoca assenza, sistema che organizza l’oblio. Michel de Certeau, nei suoi scritti, rivela un rapporto traumatico con queste istituzioni della memoria. La sua Possession de Loudun evitò al lettore una discesa diretta agli inferi, mentre l’edizione della corrispondenza di Jean-Joseph Surin (1600-1665) divenne un itinerario attraverso quella «città morta» che sono gli archivi.
L’archivio si svela come metafora di un sistema complesso: può essere letto come ordine razionale o come groviglio caotico, ma ogni classificazione reprime alternative possibili. Seleziona per dimenticare, e questo processo si raddoppia quando il ricercatore applica ulteriori filtri.
Se il tempo viene concepito come simultaneità, occorre allora un’osservazione di secondo ordine: individuare le latenze e i punti ciechi nel discorso di Certeau per decifrare il suo concetto operante di temporalizzazione storica.
Oggetto di questa riflessione è lo sguardo che Michel de Certeau posa sul Memoriale di Pierre Favre (1506-1546), un testo che a sua volta prende forma in un’Europa lacerata nelle sue fondamenta, con una Chiesa spesso percepita come rovina. Per Favre, il mondo è precipitato nella miscredenza: le parole e le ragioni umane hanno fallito, lasciando spazio solo alla testimonianza radicale del martire. Nato come diario spirituale, il Memoriale si trasforma nel tempo in una dimora che, passando di mano in mano, i suoi lettori-inquilini la arredano secondo i propri gusti e bisogni e vi imprimono le proprie interpretazioni.


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