Il titolo di questo post è una delle frasi più gentili e desiderate dei nostri tempi, visto che siamo tampinati da scadenze, consegne, decisioni, impegni e ansia da prestazione.

Si ripete da tempi remotissimi: la storia si fa con documenti. Vero è che la sentenza, nella sua apparente semplicità, nasconde una serie di trappole. Si presuppongono concetti complessi come ‘storia’ e ‘documento’. Senza avventurarsi per il momento in mare aperto, basterebbe ricordare al riguardo l’invito di Lucien Febvre:
La storia si fa con i documenti scritti, certamente. Quando esistono. Ma la si può fare, la si deve fare senza documenti scritti se non ce ne sono. Con tutto ciò che l’ingegnosità dello storico gli consente di utilizzare per produrre il suo miele se gli mancano i fiori consueti. Quindi con delle parole. Dei segni. Dei paesaggi e delle tegole. Con le forme del campo e delle erbacce. Con le eclissi di luna e gli attacchi dei cavalli da tiro. Con le perizie su pietre fatte dai geologi e con le analisi dei metalli fatte dai chimici. Insomma, con tutto ciò che, appartenendo all’uomo, dipende dall’uomo, serve all’uomo, esprime l’uomo, dimostra la presenza, l’attività, i gusti e i modi di essere dell’uomo. Forse che tutta una parte, e la più affascinante, del nostro lavoro di storici non consiste proprio nello sforzo continuo di far parlare le cose mute, di far dir loro ciò che da sole non dicono sugli uomini, sulle società che le hanno prodotte, e di costituire finalmente quella vasta rete di solidarietà e di aiuto reciproco che supplisce alla mancanza del documento scritto.
Probabilmente l’elenco prospettato da Febvre sia destinato ad aumentare.
Far parlare le cose mute. Ecco la fatica. Perché i documenti sono muti. Come ogni testo, come si ricorda nel Fedro: […] prevaricato ed offeso [il testo], esso ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto, perché esso da solo non può difendersi né aiutarsi.
Qualcuno ci ha provato. Georges Duby, per esempio, l’ha fatto con una battaglia del 1214. Non si limitò a narrare ancora una volta la celebre Battaglia di Bouvines del 27 luglio 1214, una vittoria decisiva del re di Francia Filippo Augusto sull’imperatore Ottone IV. Ci ha dimostrato come la memoria di questo evento sia stata costantemente manipolata e ricostruita nel corso dei secoli per servire diverse agende politiche e culturali.
Duby nelle ultime pagine del suo libro (si tenga presente che la prima edizione è del 1973) presenta ciò che lui chiama “Résurgences”. La sua prima “resurrezione” avvenne nel XVII secolo, quando fu rispolverata per esaltare il potere e la grandezza della monarchia francese. Successivamente, sotto la Monarchia di Luglio, storici liberali e borghesi come Guizot e Augustin Thierry le diedero un nuovo significato, vedendovi l’espressione di una benefica alleanza tra il re e il popolo. Questa narrazione cambiò ancora tra il 1871 e il 1914, quando, in un clima di forte nazionalismo, la battaglia fu presentata come la “prima vittoria dei francesi sui tedeschi”, un potente simbolo di rivincita. Tuttavia, dopo il 1945, con il tramonto delle ideologie nazionaliste che avevano alimentato i grandi conflitti mondiali, la gloriosa storia di Bouvines fu disprezzata e dimenticata. Il lavoro di Duby svela così la natura mutevole della storia, che non è solo una registrazione di fatti, ma un campo di battaglia per l’interpretazione e la costruzione del mito nazionale.
Alla fine del testo, sono state aggiunte un paio di pagine che, lette oggi, suonano inquietanti per svariate ragioni. L’autore scrive: “Il nostro tempo scaccia le battaglie dalla memoria, e a ragione. Oggi, infatti, non si vede più il potere affidarsi al caso delle armi, né cercare la propria legittimità in una vittoria. La guerra che si fa è oscura, non conosce il campo aperto, e usa mezzi più insidiosi ed efficaci, che mirano alla distruzione.”
Questo “pudore bellico” che Duby aveva notato, oggi non esiste più.
Ad ogni modo, tuttavia non mancano discorsi che, a conti fatti, evocano il “Dio delle battaglie”:
Esiste veramente, il Dio delle battaglie. Alle intenzioni e alla volontà degli uomini presiede sempre la volontà di Dio, che concede le vittorie e dà il via alle disfatte. Dio non ha l’abitudine di abbandonare le cause giuste, né coloro che in buona fede lo servono. Se noi cerchiamo di osservare in questo spirito teologico le vittorie militari che costituiscono i punti culminanti della storia del mondo, ritroviamo facilmente il segno delle mire della volontà divina. Vi è cosi poco spazio tra la vittoria e la disfatta, il caso e le sue circostanze sono così mutevoli, la battaglia, anche la meglio ingaggiata, può così facilmente essere perduta a causa di irrimediabili azioni: nessuno può esser sicuro che la volontà di Dio stia dalla sua parte.
Queste parole furono pronunciate da Francisco Franco nel 1964. E a conferma, Duby cita un altro episodio: durante una celebrazione a San Giacomo di Compostela (1971), il dittatore, inginocchiato ai piedi del patrono della Spagna e circondato dai suoi ministri e da una ventina di vescovi, disse:
Durante la nostra crociata di liberazione abbiamo constatato a varie riprese che le vittorie più decisive venivano riportate nei giorni corrispondenti alle grandi feste della Spagna. Cosi fu per la battaglia di Brunete in cui, dopo parecchi giorni di stasi, la vittoria ci arrise il giorno della festa del nostro santo patrono. Non può essere altrimenti quando si combatte per la fede, per la Spagna e per la giustizia. La guerra la si fa più facilmente quando si ha Dio come alleato».
Finora, queste due pagine non sono state incluse nella traduzione spagnola del libro di Duby che vide la luce nel 1988, ben dopo la morte di Franco.
Qualche anno fa l’Archivio della Pontificia Università Gregoriana ha messo ha disposizione migliaia di fogli relativi a Roberto Bellarmino, tremila lettere, opere edite e inedite (Monumenta Bellarmini). Non solo è possibile leggere questi documenti, ma la piattaforma nella quale sono presenti permette una quantità inquietante di operazioni: realizzare annotazioni, a nomi, oggetti, concetti, luoghi, fare commenti, aprire discussioni, considerare gli aspetti materiali dei codici dalla fascicolazione allo studio delle legature o alle analisi delle filigrane… Senza uscire dalla piattaforma è possibile portare un quaderno di notte con le proprie osservazioni, lasciare traccia delle proprie strade di ricerche, delle intuizioni, delle ipotesi. Sarebbe anche possibile scrivere saggi e contributi. Certo, il vortice di questa complessità va gestita.
Potremmo avere l’impressione che i nostri tempi non abbiano bisogno di tornare sugli scritti di Roberto Bellarmino. Sembrerebbe che non sia possibile aspettarsi, da essi, nessun tipo di “Résurgences”. Niente di “attuale” sembra emergere da quei testi. Una loro “risurrezione” si manifestò intorno agli anni della sua canonizzazione e della successiva dichiarazione del Cardinale a Dottore della Chiesa (1930-1931). Questo accadeva quasi un secolo fa. La Civiltà Cattolica celebrava così il nuovo dottore in un articolo intitolato “L’ultima glorificazione di S. Roberto Bellarmino. Dottore della Chiesa” (1931, IV, 200):
Un vento di persecuzione e di lotta soffia da popoli e nazioni contro la Chiesa e il suo Capo visibile, il Papa, contro di Dio e il suo Cristo […] Primi a sperimentare la ferocia dei nuovi persecutori si trovano quelli [i gesuiti] che alla Chiesa e al suo Capo si sono stretti, indissolubilmente, con un vincolo più forte della morte […] Bellarmino Dottore quindi speciale del Pontificato romano, quale «martello degli eretici» […] Dottore della Chiesa universale, per conseguenza il maestro sicuro in tutti tempi e guida bene accertata per tutta l’universalità del popolo cristiano.
I “venti di persecuzione” sono probabilmente un riferimento all’inizio della Seconda Repubblica spagnola, che porterà alla guerra civile. A Madrid, chiese e conventi furono dati alle fiamme. Tra gli edifici colpiti, la residenza dei gesuiti “de la Flor”, dove andarono in fumo anche 80.000 volumi.
Forse la difficoltà di tornare su questa documentazione è legata al fatto che anche queste fonti furono in qualche modo associate al “Dio delle battaglie” e alle “guerre di verità”.
Come diceva Febvre, la storia si fa con i documenti di ogni tipo. Ma, soprattutto, si fa con le domande. Finché una domanda non volteggi su quei poveri resti, tirati fuori dall’archivio ed esposti alla luce del sole, non sarà possibile scrivere storia. Nel frattempo, questi e altri documenti stanno lì e aspettano.
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