Francisco Meda († 1723), copista al Collegio Romano – Maria Cardillo


 
Tra gli innumerevoli nomi sottratti all’oblio dall’attività di catalogazione, capita talvolta di imbattersi in personaggi di minor cabotaggio, come Francisco Meda. Marginale e anonima figura all’interno della Compagnia di Gesù, quasi un flatus vocis, Meda vive probabilmente a cavallo tra il XVII e XVIII secolo. Sono note di lui soltanto la data della professione, avvenuta a Roma il 15 agosto del 1718, e quella di morte, a Orte, nel 1723.
L’esiguità di notizie biografiche a nostra disposizione non consente di ricostruire la vicenda biografia del gesuita, tuttavia l’analisi codicologica e l’esame comparativo dei sei manoscritti a lui riconducibili (F.C. 57, F.C. 307A, F.C. 307B, F.C. 307C, F.C. 307D, F.C. 307E) permettono di circoscrivere meglio la sua attività intellettuale presso il Collegio Romano[1]. Sembrerebbe infatti che, nei primi due decenni del XVIII secolo, Meda affiancasse, in qualità di copista, alcuni docenti di teologia scolastica, vale a dire Dominico Antonio Briccialdi (1664-1773), Giovanni Giacomo Panici (1657-1716) e Ioseph Mathias Leris[2] (1661-1733).

Tale convinzione scaturisce non solo dall’analisi delle caratteristiche paleografiche dei suddetti manoscritti, che non lasciano dubbi circa la comune paternità, ma acquista consistenza dal fatto che il nome Francisco Meda venga esplicitamente citato nei titoli. Ad esempio a c. 2r del ms F.C. 307A  si legge:

Hæc Prima Pars Controversiarium dictata fuit Anno MDCCX à P. Dominico Antonio Briccialdi, et eodem anno scripta à Francisco Meda.”
Simili indicazioni si trovano anche a c. 2r del ms. F.C. 307E:
“Tractatus iste datus fuit Anno MDCCX à P. Ioanne Iacobo Panici, et eodem anno scriptus à Francisco Meda: sed Controversia Ultima, quæ habetur à num:° 545° data fuit per manus.”
Tutti i manoscritti riconducibili a Meda sono datati e si presentano in buono stato di conservazione, condividendo inoltre le stesse caratteristiche nella manifattura dei codici. Per quanto concerne infatti il supporto scrittorio, ciascun manoscritto presenta la stessa tipologia di carta, come si osserva dal confronto delle filigrane, mentre le guardie sono in carta marmorizzata. I piatti in cartone sono ricoperti in cuoio. Il dorso invece, suddiviso in sei caselle, presenta una decorazione in oro, che si ripete anche sull’unghiatura. In merito alla legatura però non si dispone di elementi certi per la datazione, appare pertanto assai ragionevole ipotizzare che essa sia successiva alla vergatura dei codici, verosimilmente a ridosso del XIX secolo.
Spostando invece l’asse dell’analisi alle caratteristiche intrinseche dei manoscritti si osserva innanzitutto una scrittura, posata, arrotondata e molto regolare nel modulo, che rivela una grande padronanza grafica e abilità dello scrivente. Lo specchio di scrittura si presenta molto compatto, in media 26 righe per carta, scarso è invece lo spazio interlineare e i margini, probabilmente perché non si riteneva necessario modificare o glossare il testo.
Inoltrandoci ancora nell’analisi delle peculiarità grafiche si osserva la tendenza di Meda ad accentuare la lunghezza delle aste discendenti nelle lettere q, g, p e f, che  terminano con uno svolazzo, mentre una sorta di occhiello caratterizza le aste verticali delle lettere h e l. Parco è l’impiego di abbreviazioni, soltanto il titulus in forma di linea orizzontale o leggermente incurvata, adoperato in sostituzione della nasale (m) nell’accusativo singolare e nel genitivo plurale delle parole poste a fine riga o nei titoli più estesi.
Proseguendo l’analisi della scrittura di Meda si evidenziano altri vezzi calligrafici; ad esempio si nota che la titolazione dei paragrafi è corredata di ghirigori, elementi esornativi che precedono e seguono il titolo. Il copista inoltre è solito ripassare più volte il mezzo scrittorio sul corpo della prima lettera di ogni capoverso, in modo da ispessirla e quindi evidenziarla. Meda poi si serve di righe verticali ad inchiostro per delimitare lo specchio di scrittura, le quali  si trovano talvolta anche nelle carte bianche.
Un altro elemento ricorrente nel modus operandi di Meda consiste nell’impiego di una numerazione progressiva in cifre arabe per indicare i capoversi. I numeri, apposti nella rientranza della prima riga, servono al copista per creare un variegato sistema di richiami intertestuali, di cui si riportano alcuni significativi esempi: Citatum eni(m) n°: 3°. Questo richiamo, presente a c. 10 r del ms F.C. 307A, va inteso come un rinvio a una parte precedente, ossia al terzo capoverso, che si trova alla c. 5v. Altre volte invece si rimanda a una parte successiva del testo, come in questo caso: vide in eo tractatu à n°: 477°:.Tale nota, contenuta a c. 39r del ms F.C. 307E, rimanda il lettore al capoverso n. 477, che si trova a c. 130v.
Più sporadici sono invece i casi di rinvii multipli come a c.130v del ms F.C. 307A, nella quale si trovano ben cinque richiami interni: de quibus n°: 183°:, et 4°:de quo em(in) n°: 331°:; de quo n°: 187°: viden: 331;  de quo n°: 188°:. Un altro caso simile si incontra a c. 10r del ms. 307B, dove si contano altri cinque rinvii: de quo 354°:; ex n°: 279°:; ex n°:282°:; ex n°: 283°:; ex n°: 286°:.
Infine un’altra tipologia di note molto interessante da notare è costituita da quelle che vengono poste in corrispondenza di alcune citazioni nei ms F.C. 57 e F.C. 307E, ma sono soprattutto quelle presenti nel ms F.C. 307E a suscitare un interesse maggiore. In esse il copista, parlando per conto dell’autore, in questo caso il gesuita Giovanni Giacomo Panici, spiega come le informazioni ricavate da altri autori interferiscono poco o per nulla con il contenuto dell’opera. Ad esempio, a c. 224v si legge: quem habui ab alio Authore qui non egit de re ista. Alla c. 234v si trova invece la seguente nota: quem h(ab)ui ab alio Auc(tore) qui nulla de hac re verba fecit nisi levis. Un altro caso notevole è quello contenuto a c. 299v, in cui si legge: seu de Actibus Hum: hui(ius) ab alio Authore, qui ibi non agit de hac re sed de ea agi in suo tract. De Incar.e. In questa nota, infatti, se da una parte Meda ribadisce che la fonte risulta estranea ai contenuti dell’opera stessa, dall’altra rimanda ad un altro trattato dell’autore sul tema dell’incarnazione, ossia il ms. F.C. 1183, che viceversa sembra avvalersi di questa fonte.
Sul versante dei contenuti, per i manoscritti F.C. 307A, F.C. 307B, F.C. 307C, F.C. 307D, contenenti un trattato inedito di Dominico Antonio Briccialdi intitolato Controversiae, più indizi ci inducono a ritenere che l’opera sia incompleta. Infatti nel ms F.C. 307A il testo si interrompe a c. 90v dopo il titolo Tertia Quæstio. Un ulteriore elemento del carattere in fieri dell’opera viene confermato dall’explicit del ms F.C. 307C, in cui si afferma l’intento di inserire una terza parte relativa ai sacramenti, che in verità non viene mantenuto[3]. Un altro dato a conferma della nostra ipotesi si ricava dalla formula conclusiva del ms F.C. 307B, che recita così: Et Hæc pro hoc anno dixisse suffixiat ad laudem Omnipotentis Dei, ac de Mariæ Virginis. In questo caso il riferimento temporale “hoc anno” si potrebbe intendere come un rimando all’anno accademico, l’opera pertanto potrebbe essere collegabile all’attività didattica svolta da   Briccialdi presso il Collegio Romano dal 1710 al 1718.
Per quanto riguarda invece il ms F.C. 307E, che contiene un trattato inedito di Panici sul tema della grazia divina, esso si trova anche tra gli autografi di Panici, vale a dire il ms F.C. 879, ma a differenza di quest’ultimo, il ms F.C. 307E contiene anche i titoli di varie Conclusiones Theologicæ.
Questo è tutto ciò che, allo stato attuale della ricerca, è stato possibile ricostruire sulla figura del gesuita Francesco Meda, forse copista casuale e non di professione, la cui perizia tecnica però fa di lui un personaggio comunque utile in una prospettiva storica di più ampio raggio mirante alla ricostruzione delle attività didattiche al Collegio Romano e del dibattito culturale all’interno della Compagnia di Gesù durante i primi due decenni del XVIII secolo.

[1] Per descrizione dettagliata dei mss. si veda il catalogo MANUS on line.
[2] Giovanni Giacomo Panici è titolare della cattedra di teologia scolastica dal 1706 al 1708, quindi dal 1708 al 1709 l’insegnamento passa a Dominico Antonio Briccialdi e infine dal 1710 al 1718 la docenza viene assunta da Ioseph Mathias Leris. Cfr. Villoslada Riccardo G., Storia del Collegio Romano dal suo inizio (1551) alla soppressione della Compagnia di Gesù (1773), Roma, Università Gregoriana, 1954.
[3] A c. 441v del ms F.C. 307C si legge: “Desiderat hæc Tertia Pars quæstionem agentem de Sacramentis in particulari, et in generali: sed forzasse habitur in finis partis quartæ.”

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