Vado di fretta, ti leggo dopo…


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Fondo Barluzzi

In una foto del Fondo Barluzzi si vede una potente gru, della ditta che Filippo Fiorentini aveva fondato a Roma nel 1919, che solleva una delle colonne destinate all’atrio della Pontificia Università Gregoriana. La data recita: “28-III-1928”.

La foto proviene dal passato ma ha una poderosa carica di futuro.  Spesso si segnala il periodo 1750-1850 come una “soglia epocale” a partire dalla quale il tempo ha cominciato ad accelerare. Il tempo della rivoluzione prometteva la realizzazione di un futuro che dipendeva dall’agire rivoluzionario dell’uomo.  La storia sembrava perdere la dimensione magistrale che la qualificava, a partire dal celebre testo ciceroniano: Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis (Cicerone, De Oratore, II, 9, 36).  Scriveva Joseph Görres nel 1819: La storia può insegnarvi poco. Se tutti volete andare alla sua scuola, prendete a maestra la Rivoluzione; il corso di molti secoli pigri si è in essa accelerato nel giro di pochi anni.

L’accelerazione del tempo comportò un mutamento dello “spazio di esperienza”, secondo la categorizzazione di Reinhart Koselleck. Se lo spazio dell’esperienza si ritraeva, incalzato da novità che – rovistando tra i vecchi concetti – non trovavano parole per essere assimilate, cresceva l'”orizzonte di aspettativa”. Un orizzonte carico di tensione verso un futuro portatore di novità dirompenti, nel quale l’esperienze passate facevano fatica a renderle comprensibili tramite l’analogia del “questo è come quello”.  La struttura temporale nella quale si inserivano i fatti si accorciava e si smarriva. Quella colonna sospesa tra cielo e terra racconta questa tensione tra “spazio dell’esperienza” e “orizzonte di aspettativa”.  Quella gru era ancora carica di futuro.

Ma tanti segni sembrano indicare che altre mutazioni di tempo si affacciano sui nostri orizzonti.  La semantica del nostro tempo è segnata dalla fretta. Questa parola evoca una serie di azioni che hanno a che fare con il frictare: strofinare, soffregare, fregare. Il vocabolo coniuga la pressione con l’urgenza. Potremmo dire che letteralmente siamo fregati. Viviamo col fiato sul collo. In questo senso l’immagine dell’inferno dantesco del mastino che insegue il ladro è più che adeguata: «…e mai non fu mastino sciolto con tanta fretta a seguitar lo furo» (Inf. XXI, 44). Il mastino della fretta che ci insegue ci abbaia in faccia la colpa di non rispettare mai il tempo delle nostre consegne, non ci fa dormire sogni tranquilli. E se per caso avvertiamo un “tempo morto” lo viviamo, per l’appunto, come un funereo presagio.

La nostra accelerazione non sembra gravida di futuro.  La fretta stilla su di noi ansia, il presente è un disagio e non si accetta volentieri l’attesa che implica il futuro. Un presente, che talvolta si manifesta con fosche luci apocalittiche, è ormai il nostro unico orizzonte temporale. L’accelerazione nata sotto il segno della Rivoluzione subisce una velocizzazione tale da restringere l’orizzonte del futuro. Potendo acquistare l’ultima espressione dell’innovazione tecnologica vediamo come l’oggetto invecchia nelle nostre mani poco dopo di essercene impossessati.  Più che una accelerazione dei tempi, noi stiamo vivendo una velocizzazione. La velocità delle nostre risposte, la lestezza con cui gestiamo le nostre agende o consumiamo i nostri rapporti ci appare come una virtù dei tempi nostri. È virtuoso colui che riesce a prendere decisioni in tempi brevi, alla stregua di Google capace di darci delle risposte in millesimi di secondi.

In molte lettere dei gesuiti di metà del secolo XVII i superiori generali, pressati dalle decisioni da prendere riguardo a situazioni che si trovavano a miglia di chilometri da Roma, ripetono spesso un topos, come una rasserenante salmodia: “Con il tempo si vedrà…” Il tempo aveva un potere fattivo, e per loro, era carico di Provvidenza.

Nel nostro sistema altamente complesso il tempo è percepito come scarso. Il tempo di per sé non è scarso, il senso di scarsità dipende solo dalle costruzioni delle aspettative. E se provassimo a modificarle?

Oggi cominciamo un altro anno di lavoro, e penso allo spazio dell’archivio. L’archivio, al meno come alcuni di noi lo concepiamo, implica tempi lunghi: per conoscerlo, per catalogarlo, per fare ricerca, per elaborare l’informazione, per leggere le carte imbrunite e il più delle volte non trovare ciò che si cercava e quindi ricominciare altrove. È lenta la manipolazione dei codici, lo sfogliare, l’osservazione materiale, sono lentissime le strategie di conservazione. In questi tempi lunghi, si potrebbe perfino provare l’efficacia della rapidità del pensiero che matura nel tempo non risparmiato, che lega il paradosso del festina lente. La rapidità che si augurava Italo Calvino per il nostro millennio non è l’elogio della tartaruga, non implica precipitarsi, ma è un invito ad essere preciso, attento, ad esercitare l’epimeleia, la cura di sè, indispensabile per prendersi cura degli altri e delle cose. Per questo una gru, trovata in uno dei nostri codici, campeggia, attenta e vigilante, nel nostro blog.  Il risultato che ottiene questa rapidità è frutto di un tempo vissuto pienamente. Così la lezione di Calvino:

“Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno di un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e di una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. Ho bisogno di altri cinque anni, disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò il più perfetto granchio che si fosse mai visto”.

 

16 thoughts on “Vado di fretta, ti leggo dopo…

  1. … e, invece, nonostante la fretta, ti ho letto subito. E non mi rimane che ringraziare Padre Morales per questo nuovo testo. Tutti dovrebbero affrettarsi a leggerlo!

  2. Egregio Padre Morales, grazie del bellissimo articolo sulla fretta e sul tempo. Ma mi dica se può da dove viene la citazione di Calvino. Un caldo  e riconoscente saluto, MARIA Fancelli 

    Inviato da smartphone Samsung Galaxy.

  3. La fretta garante della mancanza di relazioni stabili e durature, quella che Zygmunt Bauman, nel suo “Amore liquido”, ci descrive: “Ci vuole tempo, (un tempo insostenibilmente lungo per gli standard di una cultura che aborre la procrastinazione e postula invece il soddisfacimento immediato) per seminare, coltivare, nutrire, il desiderio.
    Il desiderio ha bisogno di tempo per germogliare, crescere e maturare. Via via che il “lungo termine” diventa sempre più breve, la velocità con cui il desiderio giunge a maturazione resiste ostinatamente all’accelerazione; il tempo occorrente per ottenere il ritorno dell’investimento della coltivazione del desiderio appare sempre più lungo, lo si avverte esasperante e insopportabile»

  4. Grazie per la riflessione quanto mai opportuna, per non rimanere soffocati dalla logica della performance tempo-dipendente dei buoni propositi.

  5. Caro Pare, Grazie. I suoi commenti me hanno vivamente interessato. Auguri Joblin

    Il giorno 5 settembre 2017 09:32, Archives of Pontifical Gregorian

  6. Splendida riflessione, chiedo al prof. Morales se può indicare il riferimento esatto a Gorres. In qualità di ricercatori e scienziati, farei notare anche che facciamo esperienza – nella modernità – della fretta e della scarsità costruita del tempo nella forma a noi ben nota del PROGETTO: ogni pensatore serio, alla domanda: “Quando finirai?”, dovrebbe rispondere: “Non lo so!”. Nessuno però oggi sarebbe finanziato per questo. Il progetto ci obbliga a “chiudere” e finire la ricerca, nonstante la ricerca sia infinita. Un bel paradosso (temporale)!

    1. Grazie Alberto per arricchire la mia riflessione con il tuo commento. La citazione di Görres è tratta da R. Koselleck “Storia. La formazione del concetto moderno” p. 66

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