L’archivio come macchina storica: selezione e informazione nei processi di catalogazione


Alberto Cevolini

 

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Quando si parla di memoria sociale, l’ipotesi avanzata dalla sociologia è che l’evoluzione favorisca la dimenticanza.1 Questa è una di quelle tipiche evidenze implausibili che si incontrano quando si lavora con la teoria della società. Ma è anche un modo per misurare la scientificità della spiegazione. Di primo acchito appare poco plausibile che la funzione della memoria consista nel dimenticare. Eppure basterebbe menzionare la celeberrima critica di Platone all’impiego della scrittura per avere una prova evidente di come i media che permettono di diffondere la comunicazione (non solo la scrittura ma anche, e in modo ancora più radicale, la stampa) rendano possibile sgravare la coscienza dal faticoso esercizio della memorizzazione affidando le cose degne di essere ricordate a dei supporti esterni, come la carta o i libri. Platone, come si sa, era molto spaventato dalle conseguenze di quella che oggi viene tranquillamente considerata una conquista evolutiva, in particolare dal fatto che la scrittura avrebbe rilassato le abitudini dei filosofi e incoraggiato una conoscenza apparente basata sull’accesso a fonti esterne, piuttosto che una sapienza autentica custodita all’interno dell’anima, ma implicitamente riconosceva come questo favoreggiamento della dimenticanza avrebbe aumentato la capacità ipomnematica della società, trasformando in modo irreversibile le forme di produzione e di amministrazione del sapere.2

La memoria sociale resta comunque una prestazione della comunicazione per la comunicazione. Quando si impara a leggere, oppure quando si apprende a usare uno schedario, la memoria non viene semplicemente esteriorizzata: nelle schede di un catalogo non si incontra la coscienza del catalogatore. E quando viene inventata la scrittura oppure la stampa, questi mezzi di comunicazione non vengono semplicemente interiorizzati dalla coscienza. Per descrivere in modo adeguato una transizione così complessa occorre una descrizione più astratta. Ci si può aiutare a questo scopo con la ricerca interdisciplinare. Un concetto mutuato dalla biologia teorica che sembra soddisfare questa esigenza è il concetto di accoppiamento strutturale.3 Esso indica, detto in modo molto astratto, le condizioni ambientali che rendono possibile l’autoriproduzione di informazioni da parte del sistema. Questo presuppone che non esistano rapporti transitivi fra sistema e ambiente: l’ambiente non contribuisce a riprodurre le operazioni del sistema, quindi non può nemmeno informarlo. La coscienza, per esempio, non può comunicare – se fosse in grado di farlo non sarebbe indispensabile la comunicazione – ma la presenza della coscienza è necessaria affinché si possa produrre un evento comunicativo, come quando si legge un libro. La struttura che rende possibile l’accoppiamento fra questi due sistemi autonomi è innanzi tutto il linguaggio.  Come ogni struttura, il linguaggio si fa notare soltanto quando non funziona, altrimenti il suo impiego operativo avviene senza far rumore. Se spingendo il pedale l’auto non si muove, il pilota non sospetta che ci sia qualcosa che non va nel piede, ma nell’auto. Questo è esattamente il problema che incontrano i bibliotecari quando devono confrontarsi con le resistenze che il catalogo oppone alla produzione di informazioni o di informazioni pertinenti rispetto al contenuto della biblioteca. L’uso di archivi o schedari presuppone non tanto una esteriorizzazione di ciò che prima era interiorizzato, quanto piuttosto uno spostamento dell’accoppiamento strutturale dalla coscienza alla memoria secondaria.

Finché l’oralità detiene il primato nella produzione e amministrazione del sapere, la continuazione della comunicazione dipende inevitabilmente dalla capacità di performance della coscienza, la quale proprio per questo deve essere addestrata in vista del suo impiego come contenitore transitorio di temi attualizzabili nuovamente a seconda dell’occorrenza.4 La differenza fra coscienza e comunicazione resta visibile nel fatto che, come ha detto Eric Havelock, la memoria è personale, ma il linguaggio è comunitario.5 Il risultato è che un’apparente naturalezza nel parlare è il risultato di un lungo e faticoso allenamento nel ricordare, è in altri termini qualcosa di artificiale, ovvero la conseguenza dell’impiego di una tecnica, quella della reminiscenza, che fino all’inizio della modernità resta una parte fondamentale della retorica. E nonostante nel tardo Medioevo si sviluppino procedure molto avanzate di riproduzione di testi manoscritti, di fascicoli universitari (pecia) acquistabili o noleggiabili separatamente e si sperimentino in modo corrispondente delle regole assai sofisticate di indicizzazione, il sapere continua a essere amministrato per lo più in modo orale, come dimostra anche solo il fatto che le enciclopedie teologiche siano di solito articolate in quæstiones.

La coscienza costituisce, per tutte queste ragioni, un requisito ambientale indispensabile per la comunicazione. E da essa dipende il modo in cui la comunicazione riesce a immaginare possibilità di amministrazione del sapere. Proprio in questo senso la comunicazione è accoppiata strutturalmente alla coscienza. Quando invece gli eruditi cominciano a familiarizzarsi con l’uso di memorie secondarie come archivi, schedari o biblioteche, la comunicazione sposta il proprio accoppiamento dalla coscienza alla macchina.6 La presenza operativa della coscienza resta ovviamente indispensabile, ma quello che adesso è possibile immaginare nella riproduzione del sapere dipende dalla messa in moto dello schedario e dal potenziale combinatorio che in questo modo è possibile sfruttare. Adesso non è più la coscienza che va allenata, ma lo schedario. E la tecnica da impiegare non è più la reminiscenza, ma una combinazione di scioglimento e ricombinazione del sapere in entrate omogenee dalla cui connessione reciproca dipende l’ordine del sistema.

L’effetto più appariscente di questa sostituzione di requisiti ambientali della comunicazione erudita è il fatto che all’improvviso si scopre che si può dimenticare praticamente tutto, con il risultato che diventa possibile ricordare immensamente più di prima. L’archivio e lo schedario funzionano come macchine di dimenticanza in linea di principio senza limiti. Tutti i giorni si può aggiungere qualcosa di nuovo senza che questo appesantisca o blocchi la memoria personale dell’utente.7 La carta, a differenza della coscienza, è un supporto al quale affidare i propri ricordi che non ha confini naturali al di fuori dei confini del contenitore nel quale essa viene conservata. E questo spinge molti eruditi, appena un secolo dopo l’invenzione della stampa, a progettare con grande entusiasmo macchine di erudizione e biblioteche universali.

Con l’accoppiamento strutturale cambiano però anche i problemi relativi al recupero del sapere. Si può ricordare tutto se tutto viene dimenticato, ma ciascuno sa per esperienza che di volta in volta serve soltanto qualcosa, in genere molto poco, e non tutto quello che è effettivamente disponibile. La selezione si trasforma da vincolo esterno in un vincolo interno: se prima a selezionare era inevitabilmente l’ambiente (di molte opere si sapeva che esistevano perché erano menzionate da qualche parte, ma non si sapeva se esistessero ancora ed eventualmente dove fossero conservate), ora a selezionare è l’osservatore.8 Rispetto al magazzino retorico dove l’oratore collocava le immagini agenti delle cose da ricordare, l’archivio impone delle procedure di recupero e genera dei problemi cognitivi più astratti. Nel magazzino l’oratore poteva aggirarsi come in uno spazio reale, alla ricerca delle icone alle quali erano agganciati i propri ricordi. Lo spazio rappresentava un criterio di coerenza sicuro e poteva essere esplorato in lungo e in largo, ammesso che fosse stato costruito bene e avesse dei confini ben precisi, fosse cioè uno spazio chiuso. L’archivio, invece, si presenta come uno spazio inesplorabile dall’interno: l’utente interagisce con l’archivio come se si trattasse di un sistema intrasparente, un black box come direbbe la cibernetica, che si lascia irritare in modo non arbitrario e dalle cui reazioni lo stesso utente può guadagnare in modo autoreferenziale delle informazioni. La struttura giusta per questo tipo di accoppiamento è il catalogo. Esso permette di combinare la selettività interna della macchina con le selezioni esterne dell’utente, cioè etero- e autoselezione, in vista della produzione di sorprese. Del resto aprire uno schedario per riattualizzare tutto il suo contenuto non avrebbe senso: riprodurrebbe il problema che l’uso dello schedario voleva risolvere.

Le tecnologie digitali hanno reso ancora più acuta questa esigenza. Da circa mezzo secolo esse offrono possibilità di immagazzinamento (e possibilità di miglioramento di queste possibilità) senza precedenti. Ma di pari passo diventa sempre più urgente il bisogno di trovare ciò che serve in fretta, senza fatica e senza ambiguità. Il veicolo e l’informazione sono i due lati di una medesima distinzione e crescono simultaneamente nel corso dell’evoluzione: il superamento dei limiti nello stoccaggio di contenuti crea problemi illimitati nella produzione di informazioni.9 Oggi si parla a questo proposito di web customization, un concetto con il quale si indica il modo migliore di adattare la memoria digitale alle esigenze personali degli utenti, sapendo che il problema non consiste nel selezionare ciò che va salvato, ma nel selezionare ciò che per l’utente ha di volta in volta valore di informazione. O detto in modo più grossolano: non tanto ciò che va messo dentro (alla memoria), quanto piuttosto ciò che va tirato fuori. È qui che bisogna evitare la frustrazione che insorge di solito o perché ci sono troppi risultati, o perché non c’è tempo per consultarli tutti, sapendo che sia il tempo che l’attenzione, come tutte le risorse cognitive, scarseggiano. Per avanzare nell’indagine di una questione così complicata bisogna considerare molto attentamente quello che già secondo Bush costituiva il cuore del problema: la selezione.

II

Prima di tutto occorre rinunciare a considerare l’informazione come qualcosa che si possa cedere o trasportare. Secondo il noto principio della cibernetica di secondo ordine, l’ambiente è quello che è: esso non contiene informazioni.10 Non è possibile quindi formulare un’ontologia dell’informazione; a sua volta una società dell’informazione è una società de-ontologizzata. In secondo luogo, per produrre un’informazione occorre disporre almeno di una differenza, altrimenti non si può concepire nulla come selezione, cioè appunto come informazione.11 Ogni selezione è informativa sullo sfondo di un orizzonte di possibilità ulteriori che vengono escluse. Questo implica che se aumentano le possibilità, vale a dire la varietà di riferimento, aumenta anche la selettività della selezione, cioè il suo valore di informazione. E il minimo di varietà è dato appunto da due possibilità. In questo senso indovinare il sesso di una per sona è più facile – ma anche meno informativo – che non indovinare il suo nome. Per la stessa ragione la teoria matematica della comunicazione ha adottato come criterio di misura dell’informazione il logaritmo in base due, cioè la potenza alla quale va elevato il numero due per ottenere la varietà di riferimento. 12 E il calcolo ha dimostrato che è assai più economico procedere per dicotomie, cioè per differenze, piuttosto che per unità, il che costituisce un vantaggio di importanza vitale quando la varietà raggiunge dimensioni astronomiche. Se si cerca per esempio un atomo nell’universo con un calcolatore elettronico capace di esaminare un milione di elementi al secondo, procedendo per unità si impiegherebbe un numero impressionante di secoli; procedendo per differenze (in questa metà o in quell’altra dell’universo?) si impiegano soltanto quattro minuti!13

Un punto decisivo è che la varietà non rappresenta una qualità ontologica e come tale non si lascia nemmeno oggettivare. La varietà non è situata nell’ambiente, ma nell’osservatore; è insomma una proprietà sistemica, non una proprietà ambientale.14 Un incremento della capacità di elaborare informazioni, a parità di condizioni, è il risultato dell’incremento della complessità del sistema. Non è allora soltanto l’osservatore che dipende dall’informazione, ma è anche e prima di tutto l’informazione che dipende dall’osservatore, il che lascia intravedere come il problema consista nella circolarità attraverso la quale l’osservatore costruisce in modo autoreferenziale le informazioni dalle quali dipendono le proprie decisioni. Per la stessa ragione la formulazione ancora dominante del problema relativo all’interazione con memorie secondarie, cioè information storage and retrieval, è fuorviante.15 L’informazione non si lascia né immagazzinare, né memorizzare. E non si recuperano informazioni da un contenitore esterno come oggetti da un cassetto. Nell’espressione si confonde l’informazione con il veicolo dell’informazione e si trascura la diversità dei problemi, tecnici, da un lato, cognitivi dall’altro, che essi comportano. Da un lato si tratta di aver cura, attraverso manutenzione, di quella parte dell’ambiente che costituisce una condizione indispensabile per la riproduzione della comunicazione quando essa è accoppiata a una macchina e non semplicemente a una coscienza (se salta la luce, il computer non funziona, i dati immagazzinati non sono recuperabili, il lavoro si ferma). Dall’altro lato si tratta di metodo, cioè di una soluzione comunicativa a un problema comunicativo. Nonostante la macchina (archivio o schedario) sia la stessa per tutti, ogni interazione con essa è diversamente informativa o non lo è affatto a se conda dell’utente che ne fa uso. Di questo in effetti erano già consapevoli gli istitutori delle prime biblioteche moderne.

Johann Heinrich Hottinger, per esempio, osservava che una biblioteca d’uso pubblico dovrebbe adattarsi al fatto che non tutti hanno gli stessi interessi e la stessa materia non è interessante per tutti nello stesso modo.16 Parafrasando la citazione, si potrebbe dire che la biblioteca pubblica deve contenere tutto proprio perché non a tutti piacciono le stesse cose, il che equivale ad ammettere che la selezione è possibile soltanto se si evita di selezionare il contenuto della biblioteca (il che non vuol dire che lo stesso contenuto possa essere messo dentro alla rinfusa). Molto diversa era la situazione dell’oratore che apprestava un magazzino (thesaurus) ad uso personale. Qui lo spazio era costruito sulla base dell’indole e delle esigenze dell’autore; la scelta delle immagini agenti e la loro disposizione erano altamente selettive, anche se le regole per la loro costruzione potevano essere insegnate come un’arte. Il magazzino era per questo fortemente personalizzato, il che non garantiva che il suo impiego a scopo mnemonico fosse privo di inconvenienti, come ammette Agostino quando si lamenta del fatto che non sempre le immagini delle cose da ricordare saltano fuori immediatamente, e non sempre quelle che si affacciano alla memoria sono le immagini giuste.17

La biblioteca pubblica deve rinunciare a queste forme di idiosincrasia e apprestare criteri altamente standardizzati di ordinamento del materiale in vista, paradossalmente, di un’interazione altamente personalizzata dell’utente con la memoria secondaria. L’aspetto apparentemente insolito di questa trasformazione è che ciascuno può ricavare le informazioni che cerca proprio perché la biblioteca in sé non contiene alcuna informazione. Da un lato cambia la forma di intrasparenza con la quale si ha a che fare, dall’altro cambia il modo di gestire operativamente questa intrasparenza. Per il retore l’intrasparenza è appunto un problema di agganci mnemonici e della loro coerente collocazione nel magazzino retorico; per l’utente della biblioteca l’intrasparenza è quella di una memoria secondaria che si lascia esplorare soltanto dall’esterno, attraverso un catalogo che non rispecchia l’ordine interno dell’archivio, né tanto meno l’ordine dell’universo, e che proprio per questo sposta il problema del recupero da un movimento locale a operazioni più astratte di tipo combinatorio.18

Affinché questo tipo di interazione sia possibile, bisogna che la memoria non sia concepita come un mero aggregato di ricordi. Ciò che è contenuto in essa deve essere collegato a un reticolo di rimandi autoreferenziali che renda possibile il recupero attraverso l’esecuzione delle regole di connessione, ben sapendo che quello che non è agganciato a questa rete di relazioni (come un libro non catalogato su uno scaffale della biblioteca o un’entrata non numerata dentro allo schedario) è inevitabilmente perduto e non può essere né cercato, né ritrovato volontariamente.19 La parola chiave che viene impiegata fin dall’inizio della modernità per indicare questo problema è: “ordine”.

Hottinger si chiede, per esempio, a che cosa serva la ricchezza se poi non la si può sfruttare; e non molto tempo dopo Daniel Georg Morhof ripete che non ha senso accumulare libri se non li si può usare come si deve. Gabriel Naudé, del resto, era stato uno dei primi ad osservare che un mucchio di libri non merita il nome di biblioteca più di quanto un mucchio di pietre meriti il nome di casa. Per tutti questo voleva dire, in definitiva, che l’ordine è l’anima della biblioteca, per usare un’espressione di Claude Clément, e che per la stessa ragione nessuna biblioteca dovrebbe essere priva di un ordine proprio.20 Il problema non è quindi quello che si mette dentro – se dentro ci può stare di tutto, tutto è ugualmente importante, cioè del tutto indifferente – ma come si costruisce la struttura di relazioni che permette di avere regole trasparenti per affrontare l’intrasparenza del sistema.

L’allestimento di un ordine interno non è comunque un lavoro facile e presenta dei problemi inediti con i quali, si potrebbe dire, i bibliotecari non hanno mai smesso di confrontarsi dal XVII secolo in poi. In un passaggio molto denso, Hottinger ammette che è molto più facile tirar fuori in modo metodico delle categorie da un libro, che non mettere i libri dentro a uno schema ordinato di categorie. Si tratta, per usare le parole di Hottinger, di una questione ostica (tractatio difficilis); la catalogazione (collocatio) non può essere soltanto un fattore di gusto, ma deve anche tener conto di un criterio di utilità, ben sapendo che a seconda del fatto che sia riuscita o meno, essa implica o un grande risparmio o un grande dispendio di memoria.21

Come preoccupazioni di questo tipo fanno capire, a metà del XVII secolo è chiaro ormai che “ordine” è sinonimo di “catalogo” e che catalogare è un modo di commemorare, come quasi un secolo prima aveva già suggerito Conrad Gesner.22 Ma ciò che rende così ostica la questione sollevata da Hottinger è che la struttura relazionale di connessioni semantiche dell’archivio e quella dell’utente non coincidono. Altrimenti non si spiegherebbe perché sia tanto faticoso trovare il posto giusto al quale assegnare un libro, se nel libro il lettore dotato di metodo può trovare facilmente i luoghi dai quali ricavare le notizie che pre-ferisce. Proprio come gli schedari, anche le biblioteche e gli archivi non sono dei meri duplicati della memoria personale di qualcuno. Essi non funzionano come memorie ausiliarie, ma come vere e proprie memorie secondarie.23 Sono appunto dei sistemi di osservazione con i quali ogni utente (ogni osservatore) si confronta come se avesse a che fare con una scatola nera che reagisce a ogni irritazione in modo selettivo, cioè vincolato dall’ordine interno (e intrasparente per l’utente) della scatola. Questa intrasparenza rappresenta il vero vantaggio cognitivo della memoria, non un ostacolo da eliminare. Essa garantisce che la memoria funzioni in modo sorprendente, che l’interazione sia per l’utente in qualche modo interessante, che dalla memoria, insomma, si possa ricavare qualche informazione. Ma per ottenere questo effetto, come dice Niklas Luhmann, bisogna attraversare un confine sistemico, quello che separa l’utente e la memoria secondaria in quanto autonomi sistemi di osservazione.24

Questo attraversamento presuppone una continua attività di astrazione e generalizzazione, e questo è probabilmente l’aspetto meno scontato dell’interazione. Non si tratta semplicemente di confrontarsi con il linguaggio della catalogazione o con i criteri di indicizzazione, i quali notoriamente sono piuttosto astrusi e non coincidono con il linguaggio quotidiano, ma in modo assai più radicale di tradurre in un orizzonte affatto differente di associazioni semantiche quello che si ricava dall’esperienza individuale. Così la mostra di Picasso appena visitata, piuttosto che coincidere con un’entrata che porta lo stesso nome dentro allo schedario, può suscitare una certa risonanza a partire da entrate come “arte”, oppure “museo/mostra”, e condurre per connessioni successive a categorie temporali come “transitorietà” (le mostre sono affollate mentre i musei restano vuoti perché nella società moderna c’è una certa preferenza per ciò che passa), oppure sociali, come “folla”, “imitazione” e così via.25 L’utente non fa che innescare il reticolo di rimandi interni dello schedario per vedere se e come esso reagisce. L’effetto è una sorta di sostituzione di orizzonti: lo stesso dato viene confrontato con una varietà differente rispetto a quella dell’utente e in questomodo apre percorsi di ricerca inattesi. L’interazione attiva, in altri termini, selezioni e collegamenti che non erano stati ancora o non erano stati affatto concepiti e ciò produce un effetto di sorpresa che l’esperienza personale non avrebbe mai prodotto da sola.26

Non appena viene messo in moto, lo schedario reagisce in effetti a se stesso. La reazione della macchina all’utente è mediata dalla reazione della macchina a se stessa, il che è coerente con il fatto che in ogni comunicazione l’eteroreferenza passa per l’autoreferenza del sistema. L’autoreazione è il risultato della combinazione di autoresistenza e di capacità di connessione. Da un lato lo schedario è inevitabilmente limitato da se stesso, da quello che c’è dentro ma anche da quello che manca; dall’altro lato una volta innescato lo schedario può creare non solo collegamenti, ma anche possibilità ulteriori di collegamento. In questo senso esso opera come un vero e proprio sistema autopoietico, capace di riprodurre collegabilità attraverso la riproduzione di collegamenti. Questo fa dello schedario una vera e propria macchina pensante. Ogni volta che l’utente affida una notizia allo schedario, essa non è più un pensiero dell’utente, ma dello schedario. La memoria secondaria funziona appunto non come un altro ego al quale chiedere aiuto quando il proprio ego, per così dire, si inceppa, ma come un alter ego. E l’interazione con esso non avviene come un soliloquio, ma come un vero e proprio processo di comunicazione.

III

Uno dei punti più delicati nell’interazione con memorie secondarie, come si è detto, è l’attraversamento del confine sistemico. La cura di questo confine implica diversi problemi, tutti in generale riferibili alle regole della catalogazione. Il bibliotecario deve prima di tutto discernere il titolo del libro dagli argomenti trattati, sapendo bene che essi non coincidono quasi mai: il titolo parla d’aglio, il libro di cipolle.27 La catalogazione è una questione di categorie e richiede per questo molta attenzione. Per aumentare le possibilità di recupero del libro, il suggerimento che si dà fin dal principio è quello di moltiplicare i cataloghi e allo stesso tempo connetterli tra loro. Il bibliotecario moderno deve essere capace di muo-versi agilmente fra la varietas catalogorum e la ratio contexendi catalogos. A questo si aggiunge il classico problema del multiple storage: lo stesso contenuto può essere catalogato sotto categorie differenti; non solo il nome, ma anche la materia trattata – come si dice a metà del XVI secolo – è comune a molti luoghi comuni, si lascia cioè assegnare a molti soggetti differenti. L’ira è un soggetto sia della teologia che della psicologia, sia della medicina che della morale. E dagli storici si possono ricavare molti episodi esemplari che riguardano gli effetti dell’ira sull’agire.28 Come è possibile condurre il ricercatore a ciò che serve, se non si può dare per scontato che sappia già dove trovarlo? La sola moltiplicazione dei cataloghi qui non basta: conviene piuttosto moltiplicare i rimandi in modo da rendere più fitta la rete di connessioni reciproche che formano la struttura della memoria secondaria. Il vantaggio è che in questo modo aumentano i percorsi di ricerca che possono condurre allo stesso contenuto partendo da ingressi differenti oppure, viceversa, si moltiplicano i percorsi di ricerca che sono in grado di generare contenuti differenti partendo dallo stesso ingresso.

Progetti di questo tipo risalgono alla metà del XX secolo e si basano sull’impiego di memorie digitali. Il programma Memex, per esempio, aveva come fine esplicito quello di superare i limiti tradizionali della ricerca d’archivio, in particolare l’artificiosità dei linguaggi di catalogazione e la necessità di seguire spesso percorsi vincolati per arrivare a determinati contenuti. L’idea era che se si fosse rinunciato a uno schema catalografico prestabilito e all’indice si fosse sostituita una griglia ampliabile a piacere di associazioni, si sarebbe aumentato enormemente il potenziale di esplorazione dell’archivio e con esso la memorabilità dei suoi contenuti. Per raggiungere questo risultato bisognava però rinunciare alla convinzione che il sapere fosse depositato in un oggetto compatto come il libro. Il passaggio dalla ricerca attraverso indici alla ricerca attraverso associazioni implicava, in altre parole, il passaggio dal testo all’ipertesto, dal recupero di un documento finito alla costruzione interattiva di un documento sempre aperto a nuove associazioni.29

Da Memex in poi si è ammesso che una memoria che anziché conservare documenti (cioè records) conserva relazioni, presenta molti vantaggi. Dal lato della macchina, è assai più economico costruire un sistema che lavora per combinazioni piuttosto che un sistema che conserva risultati, come si vede bene nella macchina calcolatrice. Inoltre le regole di connessione semantica possono essere eseguite in modo meccanico, attraverso algoritmi, sollevando l’utente dal faticoso training indispensabile per acquisire una certa familiarità con le regole combinatorie. Dal lato dell’utente, invece, il vantaggio sta prima di tutto nel fatto che non è più indispensabile apprendere il linguaggio di indicizzazione del programmatore del sistema. In secondo luogo, piuttosto che essere obbligato a seguire percorsi vincolati, l’utente può esplorare la memoria come se fosse un vero e proprio labirinto, coordinando di volta in volta le proprie selezioni con le selezioni della macchina e accettando o respingendo i risultati ottenuti a seconda delle proprie esigenze. Lavorando per associazioni, la macchina simula, per così dire, la memoria naturale e rende evidente il fatto ammesso anche dalla psicologia sperimentale che ricordare non significa recuperare un dato, ma ricostruire continuamente il passato in modo selettivo.30

Il potenziale delle memorie secondarie non si limita comunque a questo. L’interazione tra macchina e utente ha la forma di un vero e proprio circuito cibernetico, per cui non è solo l’utente che apprende dalla macchina, ma è anche la macchina che apprende dall’utente. L’interazione corrisponde insomma all’emergere di un sistema di apprendimento e ciò fa dell’archivio o schedario una macchina storica imprevedibile. La macchina è “storica” in due sensi: da un lato essa è ovviamente il prodotto cumulativo delle letture e degli interessi di ricerca dello scienziato che l’ha allevata (soprattutto se il sistema in questione è uno schedario). Dall’altro lato la macchina è costruita fin dal principio in modo da sfruttare i risultati delle irritazioni prodotte dall’utente per aggiornare e arricchire la propria capacità di reagire alle irritazioni successive. In termini cibernetici si potrebbe dire che gli output rientrano nella macchina come input, il che comporta non solo un aumento dei contenuti, quindi un’espansione del contenitore, ma anche e in modo assai più radicale un incremento delle associazioni, quindi un’espansione della struttura interna del sistema. La conseguenza è che la macchina non si comporta mai in modo triviale: allo stesso input (o irritazione) non corrisponde mai un identico output (o reazione), poiché nel frattempo il reticolo di associazioni interne al sistema è cambiato, si è arricchito, aprendo nuovi percorsi di ricerca e nuove possibilità di confronti e combinazioni. Per riprendere l’esempio già fatto: si riparte da Picasso e si arriva ad “arte”, “mostra” e “museo”, ma ora la connessione è con il “mercato” (le mostre servono a vendere opere, i musei a conservarle) e questo apre delle prospettive inattese, come il fatto curioso che le opere d’arte riuscite di solito costano molto ma non si può pretendere che un’opera d’arte sia riuscita solo per il fatto che c’è qualcuno disposto a pagare molto per averla. La macchina continua da parte sua a funzionare in modo deterministico, il che è evidente soprattutto quando le regole di connessione sono eseguite automaticamente attraverso algoritmi, ma il rapporto fra input e output non è più invariante, bensì variabile, e questo fa della macchina storica un partner imprevedibile, appunto perché le sue rea-zioni dipendono dal passato.31

IV

Il grande vantaggio di memorie secondarie capaci di riutilizzare il risultato delle deduzioni eseguite per dilatare la propria rete di rimandi e di connessioni interne, consiste nel fatto che il potenziale di riprodu-zione di induzioni aumenta. La memoria del resto serve proprio a questo: a produrre inferenze. Quasi mezzo secolo fa Heinz von Foerster profetizzava che le domande che gli utenti avrebbero rivolto alle biblioteche sarebbero state simili più che altro a degli indovinelli.32 E alla domanda, se la tecnologia fosse già in grado di produrre macchine capaci di risolvere indovinelli, la risposta di von Foerster era sì. Paul Weston, in effetti, aveva appena realizzato un programma capace, a partire da un numero limitato di informazioni (tutti gli indovinelli si basano sul presupposto che l’informazione fornita all’inizio sia incompleta) suddivise in classi di elementi e classi di relazioni, di eseguire deduzioni attivando le connessioni semantiche già presenti nella struttura del programma, oppure esplorando percorsi di ricerca inediti ed escludendo via via le conclusioni contraddittorie. I risultati di queste esplorazioni sarebbero stati fissati poi dalla macchina come nuove connessioni semantiche attivabili all’occorrenza, fino al completamento di tutte le deduzioni richieste dall’indovinello.

Generalizzando l’esperienza fatta con il programma HIRWON di Weston, si potrebbe dire che i principi ispiratori delle memorie cognitive siano essenzialmente due: la computazione semantica e l’adattabilità all’utente. Nel primo caso si tratta, come si è visto, di innescare attraverso irritazioni il reticolo di rimandi autoreferenziali che costituiscono la struttura del sistema e vedere come la macchina reagisce. Il rimando permette di risolvere in modo economico il problema del multiple storage, ma produce poi altri problemi, come l’ambiguità semantica (se si cerca “tigers”, si intende una classe di animali o una squadra sportiva?). Nel secondo caso si radicalizza invece l’idea che l’interazione tra macchina e utente sia informativa non solo per l’utente ma anche per la macchina, la quale può tener conto delle ricerche precedenti per fissare dei rimandi che assecondino il più possibile gli interessi e i criteri di rilevanza di chi interagisce con la memoria secondaria. Non è quindi l’utente che si adegua al web, ma è il web che si adegua all’utente.

Nella letteratura sull’impiego di memorie digitali si parla a questo proposito di user profile o user centered information retrieval.33 Ogni ricerca lascia una traccia che la memoria fissa come un’associazioneche può essere riattualizzata nelle ricerche successive per aumentare non soltanto le selezioni possibili, ma anche e soprattutto la selettività dei risultati. Il principio in un certo senso è: dimmi che ricerche fai e ti dirò chi sei. Da un lato si moltiplicano allora soluzioni informatiche per la produzione di quello che viene normalmente definito un ontology-based information retrieval: una definizione assai discutibile di una procedura che consiste nel creare una gerarchia di categorie controllate alle quali agganciare i contenuti che l’utente intende sfogliare e consultare, generando così percorsi privilegiati di associazioni semantiche che dovrebbero rendere più efficace la produzione di informazioni. Dall’altro si cerca di fare in modo che sia il comportamento stesso dell’utente, attraverso la sua navigazione, a generare queste griglie, dotando la macchina di regole per stimare in modo automatico l’interesse percepito dell’utente nei confronti del materiale consultato.34

L’impiego di algoritmi consente al sistema di fare a meno di una classificazione pre-ordinata di concetti dotati di qualche affinità semantica fra loro, limitandosi a registrare se e in che misura nel web esistano già connessioni precedenti. Queste saranno impiegate come vincoli (constraints) per la selezione di connessioni successive, rendendo la procedura di ricerca contingente ma non arbitraria.35 L’utente, in definitiva, non addestra soltanto la macchina a risolvere indovinelli, ma crea con il proprio comportamento di navigazione le informazioni indispensabili per produrre indovinelli. O detto in modo più radicale: il comportamento di ricerca dell’utente è l’indovinello che si chiede alla macchina di risolvere. In questo senso il requisito dell’adattabilità all’utente assume il primato sulla computazione semantica e ogni forma di classificazione finisce per essere il risultato a posteriori e non il requisito a priori della ricerca di informazioni. Da un punto di vista biblioteconomico l’esito più appariscente di queste innovazioni è che i risultati della ricerca non sono più il prodotto del catalogo, bensì il catalogo è il prodottodei risultati della ricerca. Se l’interazione continua, il rapporto diventa circolare, come in tutte le relazioni di tipo cibernetico, e l’utente si trova ad osservare non tanto un sapere oggettivamente disponibile, quanto piuttosto il modo in cui gli osservatori che hanno accesso alla macchina (fra i quali l’utente stesso) osservano il sapere disponibile. Il vincolo, in altri termini, non è imposto dalla realtà, ma dalle osservazioni degli osservatori. Il paradosso è che la selezione governata da algoritmi riproduce la varietà che la selezione intendeva eliminare. La soluzione, in altri termini, rigenera il problema che la soluzione voleva risolvere.

Se si torna al principio della differenza da cui dipende la possibilità che una selezione abbia valore di informazione, si potrebbe suggerire un modo più economico di interagire con memorie secondarie. Anche ammesso che la varietà con la quale ci si deve confrontare avesse assunto nel frattempo dimensioni astronomiche, come nel caso della ricerca di un atomo nell’universo, una macchina abbastanza potente potrebbe individuare facilmente un elemento sezionando l’universo in questione in modo dicotomico. La storiografia, del resto, ha dimostrato da tempo che le idee non evolvono mai in modo isolato e separatamente, ma per controconcetti, ovvero per antinomie.36 Quando cambia o viene sostituito un contro-concetto, non cambia soltanto ciò che si trova dall’altro lato della distinzione, ma cambia pure l’orizzonte di rimandi della distinzione intesa come unità di una differenza. In modo un po’ stringato si potrebbe dire che quando cambia la soluzione, cambia pure il problema di riferimento. Così mentre la differenza tra virtù e fortuna connota la necessità morale della nobiltà di distinguersi dal popolo immaginando possibilità di agire che siano un segno della propria magnificenza, la differenza tra rischio e fortuna connota le preoccupazioni dello strato mercantile di fronte all’incertezza che accompagna i processi decisionali. Un catalogo che tenesse conto di queste differenze potrebbe evitare all’utente di cercare, per così dire, nella metà sbagliata dell’universo le informazioni di cui ha bisogno, senza comunque rinunciare a suggerire percorsi inediti di ricerca, come per esempio il fatto che la parola risicum sia un neologismo tardo-medievale che compete per un certo periodo con la virtù del nobile come contro-concetto di fortuna, ma che, rispetto alla seconda, avrà in seguito un successo evolutivo che deve essere ancora adeguatamente spiegato dalle scienze storico-sociali. Se l’accoppiamento strutturale fra utente e macchina riuscisse a creare le condizioni per la riproduzione di irritazioni di questo tipo, si potrebbe aumentare il potenziale cognitivo della ricerca interattiva senza rinunciare al potenziale delle memorie digitali.

8

Note

1  Luhmann 1997, p. 216. Sulla fenomenologia della dimenticanza si veda il fondamentale saggio di von Foerster 1948. Per una trattazione sistematica della memoria sociale si veda Esposito 2002.
2  Platone, Fedro, 274 C-E.
3  Cfr. Maturana/Varela 1984/1999. Sui possibili impieghi sociologici del concetto si veda Corsi 2001.
4  Il concetto di contenitore transitorio (Zwischenspeicher ) è ripreso da Luhmann 1997, p. 217.
5  Havelock 1986/1995, p. 90.
6  Il concetto di “macchina” viene inteso qui nel senso cibernetico di sistema cognitivo. Il termine ha persino una legittimazione storica. Per Morhof (17474 , L. III, Cap. XIII, § 53, p. 713) lo schedario è una «ad excerpendum et colligendum machina» (una macchina per produrre e raccogliere estratti). Cfr. su questo Cevolini 2006, in part. p. 61.
7  Così Drexel 1638, p. 100, il quale ammette con entusiasmo che grazie allo schedario gli scrittori che si leggono e dai quali si fanno estratti «in infinitum augeri possunt».
8  Anche nella prima modernità non manca comunque chi non rinunci a selezioni eterodirette. Emblematico è il confronto tra la Bibliotheca Selecta del Possevino e la Bibliotheca Universalis  del Gesner – entrambi, oggi si può dire, progetti falliti.
9  Storicamente questo diventa chiaro a partire dal progetto Memex di Vannevar Bush 1945/1992; 1969/1987, in part. p. 179 sgg.
10  Cfr. von Foerster 1981, p. 257 sgg.
11  Cfr. Luhmann 2008, in part. p. 116. Questa probabilmente è anche la ragione del successo dei codici binari nel corso dell’evoluzione: il vantaggio consiste nel fatto che, attraverso il codice, un sistema può strutturare l’autoriproduzione di informazioni senza bisogno di duplicare per questo il proprio rapporto con l’ambiente. Non è l’ambiente che deve essere differenziato, ma è il sistema che osserva l’ambiente attraverso una differenza.
12  Shannon/Weaver 1949/1971, p. 9 sgg. e p. 34 sgg.
13  Cfr. Ashby 1956/1971, § 13/20, pp. 325-326. Probabilmente non è un caso che quando in seguito all’invenzione della stampa la complessità diventa incontrollabile, l’ordine e la gestione del sapere vengano affidati a distinzioni dicotomiche, come nella dialettica di Pietro Ramo.
14  Cfr. su questo Luhmann 2005, p. 38, a partire dal noto principio della requisite variety  formulato da Ashby.
15  Lo aveva già osservato Heinz von Foerster (1970, pp. 25-38; 1971, p. 788/ 2008 , p. 84) all’inizio degli anno ’70, ma a quanto pare l’obiezione è rimasta inascoltata.
16  «Qui Bibliothecas usui publico vult inservire, multis se debet accomodare ingenijs. Ut enim aliud placet alij, ita ne Iupiter quidem omnibus» (Hottinger 1664, Pars I, Cap. V, p. 79).
17  Agostino, Conf ., X, VIII.
18  Sul passaggio dal modello mnemonico del magazzino al modello mnemonico dell’archivio si veda Esposito 2002, p. 161 sgg. e p. 239 sgg.
19  Cfr. Krippendorff 1975, in part. p. 17.
20  Cfr. Hottinger 1664, Pars I, p. 3: «Quod enim fortuna juvat, si non conceditur usus?»; Morhof 17474 , T. I, L. 1, Cap. V, p.
34: «Non juvat Thesaurus temere congestus […]. Non prodest libros cumulare, si illis idonee uti non possumus»; Naudé 1627/1994, p. 93; Clément 1635, L. II, Sectio I, p. 286: «Est autem ordo in primis necessarius in Bibliotheca […], quod ipsa quodammodo Bibliothecæ anima  sit, ordo , & conveniens collocatio singularum rerum, quæ sunt huius loci propriæ»; Morhof 1747, T. I, L. 1, Cap. V, p. 34: «Nulla sine ordine Bibliotheca est, aut esse debet».
21  «Facilius enim est ex libris suo loco constitutis, quod placet methodicè eruere, quam unicuique locum suum, ut placeat et prosit etiam (collocatio enim memoriæ magnum est vel compendium vel dispendium ) ordinare» (Hottinger 1664, Pars I, Cap. V, p. 79, enfasi aggiunta).
22  «Nullus à me scriptor contemptus est, non tam quod omnes catalogo aut memoria dignos existimarem, quam ut instituto meo satisfacerem, quo mihi imperaveram sine delectu simpliciter omnia quæ incidissent commemorare» (Gesner 1545, Epistola nuncupatoria, s.n. sed 3v).
23  Sulla distinzione fra memoria ausiliaria e memoria secondaria si veda Luhmann 1992b, in part. p. 66.
24  Luhmann 1992a/2006, p. 422.
25  L’esempio è ripreso da Luhmann 1992a/2006, pp. 422-423.
26  Questo del resto lo sanno già i primi autori moderni delle regole di schedatura e di costruzione di schedari. Per Meiners (1791, pp. 91-92), per esempio, la connessione delle entrate consente di creare delle combinazioni e delle prospettive alle quali altrimenti non si sarebbe mai arrivati da soli («Selbst die Vereinigung von so vielen Factis und Gedanken, als man in vollständigen Excerpten zusammengebracht hat, veranlaßt eine Menge von Combinationen und Aussichten, die man sonstniemahls gemacht, oder erhalten hätte»).
 27  Così Hottinger 1664, Pars I, Cap. VII, p. 118. Heinz von Foerster (1971/2008, p. 81) solleva un problema analogo quando osserva che il termine quantum  non si trova né nel titolo, né nel testo delle pubblicazioni di Max Planck, nonostante il fisico tedesco sia universalmente riconosciuto come il padre della teoria quantistica.
28  Cfr. Gesner 1548, L. I, Tit. XIII, § 4, col. 23c: «[…] Non solum nomen  diversis communibus locis commune [est], sed etiam subjectum » (enfasi aggiunta).
29  Già Bush (1969/1987, p. 180) aveva parlato della necessità di preferire una selection by association  piuttosto che una selection by indexing. L’idea è stata poi ripresa e approfondita nei progetti di costruzione di memorie strutturali e di produzione di ipertesti. Cfr. Krippendorff 1975, p. 28 sgg.; Landow 1994/1998; Esposito 2001, pp. 224-225.
30  Cfr. anche solo Staub 2006, con ampia rassegna bibliografica.
31  Sulla distinzione fra macchina storica e macchina triviale cfr. von Foerster 1971, in part. p. 793; 1985, in part. p. 131.
32  Cfr. von Foerster 1971/2008, pp. 87-89 per una breve e lucida descrizione del programma HIRWON di Paul Weston 1970, pp. 77-89. Sull’attualità del testo di Heinz von Foerster si veda anche Cevolini 2008, pp. 73-79.
33  Cfr. per esempio Gauch et al. 2003; Ranwez et al. 2012, con ampia rassegna bibliografica.
34  Cfr. Gauch et al. 2003, in part. p. 222 sgg.
35  Cfr. Esposito 2014, in part. p. 240.
36  Cfr. Koselleck 1979/1986, p. 181 sgg.

 

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