Dal quaderno all’archivio: archeologia di una scrittura spirituale



Qu’est-ce donc qu’une spiritualité? Prise en son principe, comme le terme d’un «retour», elle serait un «esprit» originel, déjà trahi par tout son langage initial et compromis par ses interprétations ultérieures, de sorte que, n’étant jamais là où elle est dite, elle serait l’insaisissable et l’évanescent.

Michel de Certeau

La piattaforma GATE raccoglie una serie di codici sotto il titolo Varia Spiritualia. Secondo alcune tassonomie tradizionali potrebbero essere classificati come “Avvisi”, “Regole”, “Directoria”, “Esercizi Spirituali”, “Ascetica” e così via. Nel XVIII secolo, riconoscendo implicitamente il limite del proprio tentativo classificatorio, alcuni di questi manoscritti sono catalogati come Miscellanea ascetica.

Queste etichette funzionano — e creano un certo consenso — soltanto finché non si osservano i materiali da vicino, cioè finché non li si storicizza. Si tratta infatti di testi d’uso personale e quotidiano, prodotti all’interno della pratica gesuitica e non pensati per essere conservati come unità documentarie. Per ragioni non del tutto chiare, a un certo punto la Compagnia di Gesù smise di considerare questi quaderni come strumenti operativi e iniziò a trattarli come documenti da archiviare.

Dal gesto produttore — radicato in una scrittura pratica, situata, individuale — si passò progressivamente al gesto instauratore che collocò questi codici all’interno di una collezione. Oggi, tuttavia, si è progressivamente offuscata la doppia cifra della loro esistenza: tanto la logica originaria della loro creazione quanto le ragioni della loro conservazione successiva. In definitiva è proprio questo il compito della ricerca: rompere il silenzio che avvolge questi materiali, restituire voce alla loro materia muta e, attraverso nuove distinzioni, renderli nuovamente utilizzabili, ma in un modo altro.

L’osservazione di questi materiali si situa entro una precisa temporalità. Considerare un oggetto proveniente dal passato significa sempre farlo a partire da un presente determinato, con le sue categorie interpretative e le sue distinzioni operative. Così come un testo esiste soltanto nella misura in cui viene ricevuto da un lettore, allo stesso modo l’esistenza materiale degli enunciati diviene osservabile solo entro un sistema sociale che è in grado di tematizzarla. La materialità non è mai un dato immediato: è un effetto dell’osservazione, e quindi della semantica che consente di distinguere che cosa, in un determinato momento storico, possa valere come “documento”, “testo”, “testimonianza”, “memoria”.

L’inclusione contemporanea di questi codici sotto la categoria di spiritualità può offrire, a sua volta, l’occasione per riflettere sull’ambiguità funzionale di questo concetto. Le differenze che emergono dal confronto tra i Varia spiritualia e i discorsi odierni sulla spiritualità permettono di descrivere l’evoluzione del rapporto con il sacro, i processi di individualizzazione nella comunicazione religiosa e le trasformazioni della distinzione tra religione e spiritualità.

È in questo quadro che si comprende la complessità della riconoscibilità dei Varia spiritualia sottoposti al nostro sguardo. Identificarne la forma significa ricostruire i criteri secondo cui il materiale è stato composto e selezionato, i destinatari impliciti e le loro aspettative, le distinzioni formali che orientavano la loro produzione, gli usi concreti cui erano destinati, nonché le ragioni della loro conservazione nei secoli. Si tratta di oggetti la cui identità non è data ma negoziata: stratificata in diverse fasi di ricezione, reinterpretazione, riclassificazione.

In questo senso, la storia della catalogazione di questi manoscritti — segnata da periodi di intensa valorizzazione e da lunghe fasi di oblio — diventa essa stessa un capitolo della storia della semantica religiosa. Il modo in cui tali codici sono stati tematizzati nel tempo permette di comprendere non solo come essi siano stati ricevuti e utilizzati, ma anche perché oggi risulti difficile attribuire loro una funzione semiofora o riconoscerne un’utilità concreta. Fino alla metà del secolo scorso, alcuni di questi manoscritti furono impiegati per ricostruire le origini della Compagnia di Gesù e delinearne le radici spirituali. Tale operazione s’inscrive in un movimento più ampio, sviluppatosi attorno al Concilio Vaticano II, comunemente denominato “ritorno alle fonti”, volto a rivisitare criticamente le tradizioni spirituali per ridefinire la propria identità.

Di conseguenza, comprendere questi materiali non significa semplicemente “leggerli”, ma ricostruire l’insieme delle storicizzazioni che li hanno resi ciò che sono: oggetti conservati, classificati, talvolta dimenticati, e nuovamente riconsiderati alla luce delle nostre distinzioni contemporanee. La loro analisi consente di osservare, attraverso una lente privilegiata, l’evoluzione di una semantica religiosa e la trasformazione delle forme attraverso cui una società orienta e seleziona senso.

Tutto succede nella simultaneità del presente, così anche la lettura di questi codici. Simultaneità è caos. Distaccarsi dal caos significa introdurre distinzioni che generano distanza: temporale (prima/dopo) e spaziale (qui/là). Solo attraverso queste distanze il sistema può costruire continuità e senso, cioè il proprio mondo operativo. La simultaneità è il caos originario; la temporalizzazione e la spazializzazione sono le forme che lo rendono osservabile e sopportabile.

Il prossimo 26 novembre, alle 17:30, si terrà Mondi in tasca, una giornata di studi dedicata a questi piccoli codici manoscritti, nell’ambito della quale sarà allestita anche una mostra nel Quadriportico dell’Università con una selezione di esemplari. In questo contesto verrà presentato il prossimo seminario dedicato al Memoriale di Pierre Favre, che inizierà nel mese di dicembre. Chi fosse interessato a partecipare può registrarsi a questo link: https://bit.ly/4hQKL9a



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