La vita degli ombrelli – Martín M. Morales


In realtà mi sono distratto, come spesso mi capita.  Distrazione nel senso antico del XVII secolo, in quanto diversione del pensiero verso altri argomenti che poi tanto altri non sono.  Volevo segnalare il volume di Remo Bodei La vita delle cose, con degli spunti suggestivi per quelli che sono chiamati a conservare, quando sono venuto a conoscenza di un documento dell’archivio, grazie alla mia collaboratrice la Dottoressa Irene Pedretti.  Il documento in questione, databile in torno al 1832, è una risposta del P. Generale dei gesuiti, presumibilmente trattasi del P. Roothaan, a un quesito postogli dall’allora provinciale italiano riguardo l’uso degli ombrelli.
Gli ombrelli, dichiarò il P. generale, erano previsti per i padri graduati che ne avessero veramente bisogno a giudizio del superiore locale.  Con permesso sempre dei superiori lo potevano avere presso di sè come si fa dell’orologio o di altre cose non comuni a tutti. 

Per gli studenti e per i fratelli coadiutori dovevano esserci degli ombrelli a disposizione nella portineria di casa.
  La possibilità di portarsi, cambiando residenza, l’ombrello da una casa all’altra era arbitrio esclusivo dei superiori locali il permetterlo o meno: Con questo non s’introdurrà il diritto di proprietà, aggiunge il P. Roothaan. Conclude così il P. generale: Quanto desidererei ancora che presso ogni superiore locale, come si pratica in qualche Provincia, vi fossero alcuni buoni orologi da darsi ai loro sudditi a misura del loro bisogno, e così ciascuno nel partirsi dalla casa o collegio dov’è stato, deponesse l’orologio di cui l’uso eragli stato permesso.  Come sarebbe più integra la povertà! Perchè l’uso introduce a poco a poco l’attaccuccio, e insensibilmente entra il mio e il tuo, frigidum illud verbum.
Lasciando gli orologi per un prossimo post, ho voluto riflettere sul destino dei nostri ombrelli odierni e delle cose che abbiamo tra le mani e come le conserviamo. Mi sono venuti in mente quei venditori che, come angeli custodi, ci vengono incontro nelle giornate di pioggia con grappoli di ombrelli nelle mani che per un po’ ci salvano da acquazzoni ogni volta più frequenti e più tropicali. Ombrelli fragili, provvisori e non troppo economici, che si perdono con facilità, ai quali non ci leghiamo e che, come direbbe Bodei, non arrivano mai allo statuto di cosa ma rimangono sempre oggetti, privi di ogni carica emotiva o simbolica, un po’ come i nostri telefonini.  Forse moriranno per sempre gli ombrelli come sono praticamente morti nelle latitudini tropicali dove la pioggia torrenziale avvolge, investe, viene da sopra e da sotto e non c’è un’altra difesa che un tetto, o nel migliore dei casi una buona doccia calda.
Che differenza con quell’ombrello che il superiore locale concedeva ad uso personale! O con quell’altro che giaceva ubbidiente nella portineria e passava docile di mano in mano, desiderato forse ma mai di proprietà!
Il problema più grave non è perdere le cose,  il problema è perderle senza saperne il perché.  E mi sono distratto con una frase di Rilke: Morire è vivere senza saperlo.

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