Una metafisica “accomodata ai tempi”


Tra le diverse tappe che la storia della filosofia assegna alla metafisica aristotelico-tomista per descrivere la sua permanenza nel tempo, se ne trova una che abita la particolare congiuntura temporale all’interno della quale prese corpo il periodo più fecondo della Compagnia di Gesù.

Dopo la nascita formale dell’Ordine nel 1540, in un tempo sorprendentemente breve (meno di 50 anni), ciò che si può chiamare la tradizione filosofica della Compagnia di Gesù si costituì come modello didattico nella Ratio studiorum e come paradigma metafisico nel cosiddetto “aristotelismo gesuita”.

L’ossatura di questo nuovo paradigma epistemico, prima ancora che Francisco Suárez lo sistematizzasse nella sua forma canonica, venne generata dalla riflessione filosofica e dall’insegnamento dei primi tre grandi filosofi della Compagnia: Francisco de Toledo, Benet Perera e Pedro da Fonseca; i primi due insegnanti al Collegio Romano, l’ultimo al Colégio das Artes di Coimbra. Questi tre gesuiti fornirono una declinazione nuova alla metafisica aristotelica commentando con spirito umanista, o meglio “accomodato ai tempi” come prescriveva Ignazio, le opere dello Stagirita.

Il carattere peculiare di questa nuova piega che la tradizione aristotelica stava assumendo non si ritrova tanto nell’univocità delle soluzioni ai problemi filosofici o alle questioni che spesso si arrestano in ambiguità, antinomie e soluzioni divergenti, quanto piuttosto in un profilo coerente delle tematiche metafisiche affrontate.

La portata teorica delle flessioni che la metafisica di Aristotele subì nelle metafisiche dei tre autori, non può essere pienamente tracciata se non si tiene conto anche dei presupposti e degli scopi in base ai quali i tre gesuiti operarono: insegnanti con una didattica ancora in divenire, docenti di un ordine nato nel periodo di maggiore crisi della coscienza europea e non ancora pienamente strutturato, che cooperavano ad un progetto comune che, malgrado tutto, avrebbe finito con il costituire un vero e proprio luogo identitario. Sperimentandosi come una parzialità dell’esperienza della storia e della cattolicità, Fonseca, Toledo e Pereira si trovarono nella necessità di dare seguito a nuove “pratiche” nel campo della filosofia, prima fra tutte quella dell’insegnamento e dei contenuti da trasmettere in un momento storico in cui la maggior parte degli umanisti e degli autori rinascimentali erano uomini di corte e non di aula. Inoltre, rispetto a queste nuove pratiche dovettero contestualmente avviare anche un processo di riflessione dal quale dedurre una concettualizzazione che rendesse tali pratiche ripetibili: cercavano un metodo. Il metodo che loro sperimentarono, prima ancora di essere codificato nella Ratio studiorum, era caratterizzato da una particolare tensione tra riferimento alle dottrine stabilite e nuove letture adeguate ai tempi recenti[1].

Ad oggi, i contenuti specifici delle metafisiche dei nostri tre autori non sono stati pienamente indagati, e non è sufficiente rivolgersi alle opere edite dei tre gesuiti[2]. Tra questi, infatti, solo Fonseca ha dato alle stampe un’opera propriamente metafisica: il Commento alla Metafisica di Aristotele. Per l’indagine sulla metafisica di Toledo e di Perera restano fonti imprescindibili le opere inedite manoscritte.

In particolare, nell’Archivio Storico della Pontificia Università Gregoriana si conservano due codici manoscritti, indispensabili per delineare il profilo metafisico dei due professori del Collegio Romano, Toledo e Perera.

APUG 375A

Il primo di essi, con segnatura APUG 375A, è datato 1563, e l’autore dichiarato è Roberto Bellarmino, allora studente di filosofia al Collegio Romano. Nella prima parte del volume si trova riportato un commento completo al De Anima di Aristotele svolto da P. Pietro Parra, nella seconda parte un più breve commento alla Metafisica intitolato In Metaphysica annotata et dubitata. Proprio questa seconda parte è quella che si rivela più interessante, perché oltre a riportare le annotazioni e le dubitazioni del padre Parra, che era titolare della cattedra di metafisica nell’anno 1562-1563, riporta anche delle «additionis ex Patre Toleto» che aveva tenuto il corso solamente l’anno precedente, nel 1561-1562[3], fornendoci così una delle fonti più dirette del pensiero metafisico del filosofo di Cordoba. Il testo, inoltre, ci testimonia il metodo didattico con il quale si affrontava lo studio della metafisica: per annotazioni e dubitazioni.

Il secondo codice, con segnatura FC 1024 A-B, è autografo di Perera e intitolato Enarratio in Summa Theologia.Si tratta di un commento alla Summa Theologiae di Tommaso dove, nel prologo, viene indagata la differenza tra teologia e metafisica.

Sempre per l’investigazione della metafisica di Perera, un’ulteriore fonte inedita di imprescindibile importanza è costituita dal volume, custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana con segnatura Urb. lat. 1308, intitolato Opus metaphysicum che, verosimilmente, dovette costituire la dispensa ufficiale per i corsi di metafisica tenuti dallo stesso Perera nelle aule del Collegio Romano.

Proprio da questi manoscritti si può ricostruire il movimento con il quale, nel corso del tempo, muta profondamente la fisionomia della metafisica aristotelica che fino ad allora era stata tramandata tramite le categorie dell’Aquinate. Da ognuno dei tre gesuiti nascono interpretazioni nuove e forme mai nominate, dalla loro metafisica sgorga una vitalità inaspettata che feconda i secoli a venire: connessioni complesse, elementi nuovi e slittamenti semantici sono le tracce di un pensiero che evolvendosi crea la propria durata, come ininterrottamente continua a fare il pensiero aristotelico.

Con le loro opere, Toledo, Perera e Fonseca furono i pionieri di una nuova metafisica: con loro inizia ad essere abbozzato il canone dell’aristotelismo gesuita. E siccome, almeno nelle prime mosse, tutto ciò che è pionieristico diventa inevitabilmente canonico – come riferimento per ogni successiva rielaborazione – è innanzitutto nei loro scritti che si dà nome ai problemi, si fissano le coordinate del pensiero, si apre un sentiero, si conia un linguaggio nuovo; lo stesso linguaggio che avrebbe reso “accomodata ai tempi”, e quindi autenticamente moderna, la tradizione aristotelica.


[1]Cf. P. Gilbert, «La preparazione della Ratio studiorume l’insegnamento di filosofia di Benet Perera», 3-30, in Lamanna, M. – Forlivesi, M.(ed.), Benet Perera (Pererius, 1535-1610): un Gesuita rinascimentale al crocevia della modernità, Quaestio XIV, Turnhout – Bari 2014. [2]Per le opere edite di ciascun autore Cf. C. Sommervogel, La Bibliothèque de la Compagnie de Jésus. [3]Cf. R. G. Villoslada, Storia del Collegio Romano, 327.

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