Fervet opus


Talvolta le pietre parlano

La facciata della Gregoriana riflessa nella vetrata della biblioteca del Pontificio Istituto Biblico, palazzo Muti Papazzurri

Il fondo Barluzzi conserva gran parte della documentazione riguardante la costruzione dell’Università Gregoriana: dal primo progetto del 1924, approvato da Pio XI e mai realizzato nella sua integrità, alle ulteriori modifiche che costituirono l’attuale edificio, progettato dall’ingegnere Giulio Barluzzi (1878-1953).  Foto delle diverse fasi costruttive, elenchi e costi dei materiali, prospetti, piante e sezioni illustrano i criteri, le scelte e i ripensamenti degli uomini. Nel 2015 il fondo è stato ordinato e inventariato grazie alla generosa collaborazione di Antonio Barluzzi, nipote di Giulio.

Statica e movimenti decisionali

L’apparente statica dell’edificio viene messa a dura prova dalla crescente pressione decisionale che devono sopportare le mura. A partire degli anni ’70 una serie di decisioni cominciano a farsi sentire. Ridimensionamenti di alcuni ambienti per ricavare nuovi spazi per uffici e servizi, ristrutturazioni di aule per favorire l’accoglienza di gruppi ridotti, più adatte per attività seminariali. In questa ridistribuzione e riassegnazione degli spazi, viene inaugurata la nuova sala di lettura della biblioteca corrispondente alla già Aula V con una capienza di 800 posti, corrispondente all’Aula Magna, in origine destinata all’insegnamento della teologia. Nel 1983 è stata modificata la cappella degli studenti riducendola di un terzo della sua lunghezza e dimezzando la sua altezza per realizzare il bookshop.

Spesso, di molti di questi cambiamenti, è difficile trovare una descrizione esaustiva nella documentazione di archivio. Potrebbe non sempre essere funzionale all’organizzazione serbare un dettagliato reso conto del perché si sia arrivati a prendere certe decisioni. Una quantità maggiore d’informazione costringerebbe a realizzare processi selettivi più lunghi e complessi e il tempo è sempre avaro quando si deve deliberare. Questa dinamica potrebbe ancora aggiungere maggiori aspetti di criticità a chi si preoccupa per il futuro degli archivi, della loro utilità e per il senso della loro consultazione. Il significato di archivio, che rimanda etimologicamente alle origini (ἀρχή) è anche vicino al termine governanti (ἄρχοντες) che lo utilizzano a secondo dell’esigenze del loro governo.

Tutto ciò che gravita intorno all’organizzazione (edifici, cose, uomini…) acquisisce senso nella misura in cui si prendono delle decisioni. L’organizzazione si genera e ricrea a partire dalle decisioni, perfino gli intenti e gli sforzi di sottrarsi al potere decisionale non sfuggono a questa regola.

Quando le alternative aumentano nell’orizzonte decisionale, l’organizzazione si vede costretta a prendere un maggior numero di deliberazioni per cercare di assorbire l’incertezza e trasformarla così in rischio. Il rischio, da parte sua, essenzialmente antropico a differenza del fato o della fortuna, richiederà nuove decisioni per calcolarlo o ridurlo.

Il passato e la finestra nera

Nella nostra modernità il futuro appare con il volto arcigno del rischio. Se anticamente il pericolo era qualcosa a cui andare incontro, dal presente al futuro, il rischio implicherebbe una specie di cammino inverso provocando un’accelerazione dei tempi. Ma la decisione deve fare anche i conti con il passato: non può accettare la sua determinatezza. Le decisioni che si prendono nel presente dovranno selezionare dal passato alcuni elementi per costruire la storia che permetta di fondare una nuova origine che autorizzi le scelte attuali.  La memoria è ancipite, come il Giano bifronte, non solo è ricordo, è anche simultaneamente dimenticanza. Questa selezione mnemonica permette di collegare un concetto di passato con una idea di futuro. La narrazione, frutto dell’operazione storiografica, deve essere funzionale per poter attutire i rischi previsti nel futuro.

A titolo di esempio vorrei portare all’attenzione un piccolo particolare che racchiude un grande significato e per il quale è stato possibile recuperare informazioni grazie alla documentazione fotografica del Fondo Barluzzi (Foto 1 e 2). Con occasione dell’inaugurazione della nuova sede dell’Università il 6 novembre 1930, vengono disposti due dipinti, di mediocre fattura, nella parte bassa dell’atrio (1). A sinistra Gregorio XIII, chiamato “Fundator et parens” dal Rettore P. Giuseppe Gianfranceschi nel discorso inaugurale, a destra Leone XII colui che riconsegnò il Collegio Romano ai gesuiti nel 1824. In un secondo momento i due dipinti furono ricollocati nella parte alta dell’atrio (2).

Il dipinto di papa Boncompagni racchiude una metafora di questa paradossale temporalizzazione. Il papa è seduto in un trono decorato con il drago mutilo di coda che campeggia nello stemma Boncompagni. È vestito con talare di seta bianca plissettata, mozzetta di velluto rosso con bordo di ermellino e in testa indossa il camauro. La mano destra alzata e benedicente ostenta l’anello papale, la sinistra afferra un fazzoletto bianco, simbolo della fatica e del dolore. Sul suo tavolo, una campanella, per chiamare servitori e cortigiani, un libro di fogli bianchi immacolati è aperto sul leggio. Fazzoletto e campanella sono elementi già presenti  nei celebri dipinti di Raffaello dedicati a Giulio II e a Leone X.

Un importante rettangolo nero incombe a lato della testa del papa. Malgrado le sue dimensioni non è raro che chi passa accanto al dipinto ogni giorno non abbia visto quella finestra nera. È la forza dell’ovvio, che etimologicamente significa “ciò che si trova sulla strada”, quella che impedisce di vedere e quindi di domandare. E’ allora che la domanda diventa ancora più urgente.  Basterebbe salire al primo piano per osservare detto rettangolo da vicino che tra l’altro è stato realizzato con un tratto frettoloso e impreciso.

Il dipinto prende spunto da un quadro del secolo XVII esistente nel Villino Boncompagni Ludovisi a Roma. In questo caso papa Gregorio XIII appare seduto sul suo trono e si trova nella biblioteca del Collegio Romano. Accanto alla sua testa, una finestra aperta lascia vedere il primo piano del grande cortile del Collegio ove alcuni gesuiti passeggiano e si affacciano. Il libro aperto sulla sua scrivania in questo caso non solo non è in bianco, ma si può riconoscere il trattato sul calendario gregoriano del gesuita Cristoforo Clavio (1603).

Ignoriamo il perché sia stato cancellato questo riferimento alla stretta continuità tra Collegio Romano e Università Gregoriana nel momento dell’inaugurazione di quest’ultima. Un pentimento di tale importanza poteva essere stato deciso solo dall’allora superiore generale dell’Ordine P. Włodzimierz Ledóchowski (1).  Che papa Gregorio apparisse, nel 1930, seduto nella sua biblioteca al Collegio Romano, quando quel complesso era diventato un liceo classico e sede della Biblioteca Nazionale di Roma, forse non era conveniente nel contesto dei complessi e stretti rapporti tra fascismo e Chiesa cattolica.  La continuità che oggi si dichiara senza difficoltà tra Collegio Romano e Pontificia Università Gregoriana  sarebbe allora apparsa come politicamente non conveniente. Comunque sia andata, una finestra nera ha oscurato per sempre questa motivazione. È precisamente il non sapere ciò che creerà lo spazio per poter innescare nuove decisioni.


1. Ringrazio per questa intuizione P. Marek Inglot SJ con il quale mi sono trovato a confrontarmi su questa e altre ipotesi.

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