Sant’Irene: la guerra delle reliquie


Le Epistolae Bellarmini Cardinalis, potrebbero essere un valido appoggio per la ricerca storica.  Vista la quantità e varietà d’informazione lo storico rischia di perdersi e di non tornare più a casa qualora non avesse una teoria generale capace di orientare il suo lavoro. È nelle intenzioni del portale GATE (Gregorian Archives Texts Editing), nel quale si realizza l’edizione di queste lettere, fornire al ricercatore anche degli strumenti concettuali per navigare in questo mare.

Uno scambio di lettere tra Bernardino Realino e Roberto Bellarmino potrebbe contribuire allo studio della conflittualità nel XVII secolo. Lo scontro non solo si limitava al confronto tra eretici e ortodossi, per esempio attorno al tema delle reliquie, ma si verificava anche all’interno del campo cattolico. L’occasione di questo scambio epistolare è una “indisposizione all’udito” del cardinale Bellarmino per la quale Bernardino Realino raccomanda l’intercessione di Sant’Irene. Le reliquie di Irene saranno, in quegli anni, al centro di una “guerra delle reliquie” che rispecchia la più vasta “guerra delle verità” che si sviluppò a partire dal XVI secolo. In questo caso i contendenti sono Teatini e Gesuiti, il campo la città di Lecce.

Le lotte per l’egemonia del sacro mettono al centro la questione dell’autenticità delle reliquie di Irene che manderanno in soffitta le altre devozioni medievali che avevano segnato epoche precedenti. Gesuiti e Teatini hanno bisogno di fondarsi in una nuova origine che sostenga il loro presente e li faccia apparire radicati, di buon diritto, nel territorio salentino. Riformatori e controriformatori hanno bisogno di trovare nel sottosuolo catacombale le loro radici fondanti, non solo per validarsi gli uni contro gli altri ma soprattutto per costituirsi. La sfida è dissotterrare qualcosa di nascosto, il segreto del presente, che possa dare autorevolezza alle azioni e agli uomini che, innovando, si sentono sempre un po’ traditori rispetto agli antichi. Le reliquie sono simbolo e sintomo di questa incessante ricerca.

Aggiunge la consolazione quel che V.S. Ill.ma non dirò comanda, potendolo fare, ma propone, e è che, tenendo l’orecchie assai indisposte all’udito e avendo inteso che in tal bisogno si prova molto propizia l’intercessione della gloriosa santa Irene vergine martire, le cui odorifere reliquie in chiesa nostra solennemente si custodiscono e onorano, l’è venuta speranza d’avere la grazia da questa santa, se qui se ne facciano orazioni per impetrarla. Lettera di Bernardino Realino a Roberto Bellarmino. Lecce, 21 dicembre 1605; in : Monumenta Bellarmini.

Il culto gesuitico di Sant’Irene a Lecce nasce dopo quello dei Teatini che già nel 1587 avevano dedicato la loro chiesa alla martire di Tessalonica. Solo nel 1605, anno in cui Bernardino Realino scrive al Bellarmino, si riconosce ufficialmente una cappella dedicata alla santa nella loro chiesa del Gesù, dove si conservano alcune reliquie provenienti delle catacombe romane. Le guarigioni che provocano le reliquie di Irene, in possesso dei gesuiti, preoccupano i Teatini. La sorte sembra rovesciarsi in favore di questi ultimi quando nello stesso 1605 si verifica un fatto nuovo: la scoperta a Roma del cimitero di San Sebastiano ove viene ritrovato il corpo di Irene che sarà portato solennemente nella chiesa dei Teatini di Lecce. Quattro anni più tardi, i gesuiti realizzano la traslazione di un corpo “abbrugiato” di un’altra Santa Irene che è indicata come la “vera” patrona dei leccesi.  Sempre nel 1609 il padre gesuita Antonio Beatillo userà la stampa per cercare di fare luce nel bosco fitto delle “sante Irene”.  Nuove complessità sull’orizzonte: […] si anco acciò non venghi qualcuno per la somiglianza del nome a confondere insieme gli atti di una con quei dell’altre […] undeci sono in tutto le sante, e le beate c’hanno il nome d’Irene. Dico d’Irene, perche dell’Erene, Erenie, e somiglianti di nome africano più tosto, che greco, per non fare al nostro proposito, non penso dirne parola. Non solo i nomi si possono confondere, anche le ossa ritrovate a Roma potrebbero essere di quella Irene vedova romana che curò le ferite di San Sebastiano. Questa agiologia parla anche di mutazioni epocali: segna il passaggio della leggenda dei santi, ciò che deve essere letto, alla critica che vedrà nella distruzione delle leggende lo smascheramento del falso più che la scoperta di una verità. Sorge la realtà in quanto osservazione, in quanto distinzione di un’altra cosa: la finzione, che d’ora in poi sarà la sua sorella gemella. Malgrado questi sforzi per fare luce, il mondo apparirà ancora più opaco. Si annuncia una sovrapposizione tra una semantica erudita e un’altra devota e quotidiana, popolare, che continua a alimentarsi dell’emozioni e del miracoloso. A Lecce i gesuiti guadagnarono consensi negli strati superiori della società, mentre i Teatini sapranno convincere quelli del basso.

La scelta da parte gesuitica di avviare la canonizzazione di Bernardino Realino, ancora in vita (1615), per poi farlo diventare patrono della città, è da leggersi come un inutile tentativo di ricuperare gli strati sociali per i quali il Realino era un “santo vivente”.

L’identità di Irene è contesa tra Gesuiti e Teatini, spacca la città che si trova con due patrone. All’incertezza epocale si aggiunge quella di non sapere a quale santo votarsi. La canonizzazione di Ignazio di Loyola, Francesco Saverio e Teresa d’Avila (1630), tre santi spagnoli, di cui i due primi saranno nominati anche patroni di Lecce, riaccende le polemiche.

Nel frattempo il cardinale Bellarmino continua con il suo male di udito; le reliquie della Sant’Irene gesuitica si mettono in viaggio. Bambagie toccate sulle ossa sante viaggiano con le lettere di Bernardino Realino per essere appoggiate sulla parte malata:

Ma per compimento, non devo lasciar di dirle, che, come con le reliquie non si può toccare facilmente il luogo mez’affetto, usiamo noi qui bombace stato sopra le reliquie, pieno di quel sacro odore, toccando la parte inferma col segno della santa croce e le seguenti parole: Dominus Iesus, Salvator noster, per suam piissimam misericordiam, intercedente beata Irene virgine et martyre, det huic famulo suo salutem mentis et corporis. In nomine Patris etc. Ma prima, inginocchiati tutti quelli che presenti vi si trovano e detti da ciascuno segretamente un Pater et Avemaria, dice il padre la detta orazione Indulgentiam, poi tocca la parte col bombace e nel fine dice l’orazione della Madonna SS.ma : Concede nos, e ripiglia il bombace o un poco si lascia alla sua devozione per tenerla sopra. E è verissimo che diversi effetti ne seguono, i quali i stessi medici confessano che avanzano la natura. Gloria Patri etc.  […] L’applicherà dunque ella all’orecchio, vel per se, vel per alium sacerdotem, si placet, ex nostris, al modo sopraddetto o migliore che le piacesse, lasciandolo dentro un poco, almeno per continuare più nell’attuale devozione. Lettera di Bernardino Realino a Roberto Bellarmino. Lecce, 21 dicembre 1605; in Monumenta Bellarmini.

Dopo due anni il Bellarmino continua a non guarire. Bernardino Realino continua a pregare: E sappia che continuavo l’orazione per l’udito suo alla gloriosa santa Irene, verso le cui sante reliquie è notabile devozione in nostra chiesa. (Lettera 1; Lettera 2). Una guerra vera seguirà a questa “guerra delle reliquie”. Una crisi economica sarà il prodromo di una insurrezione popolare (1647) alla quale poi si aggiungerà una peste che flagellò tutto il Regno di Napoli (1656). Fu in questa drammatica congiuntura che il vescovo di Lecce Luigi Pappacoda (1595-1670) proclamò Sant’Oronzo patrono della città.  Nuovi santi per nuovi inizi.

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