La spada spirituale


La controversia sulla parola di Dio deve precedere come una grande introduzione tutte [le altre] questioni. Infatti non è possibile alcuna disputa se prima non si concorda con l’avversario su qualche principio comune: e la sola cosa sulla quale siamo d’accordo con tutti gli eretici è che la parola di Dio è la norma della fede sulla base della quale si giudicano i dogmi; il principio condiviso, ammesso da tutti, da cui trarre gli argomenti; la spada spirituale a cui, in questo duello, non si può rinunciare.
San Roberto Bellarmino, Praefatio in disputationes de controversiis (trad. F. Motta).

La trascrizione e le annotazioni delle Notae in Genesim di Roberto Bellarmino, sono state realizzate grazie all’impegno e perizia del Prof. Piet Van Boxel (Oxford Centre for Hebrew and Jewish Studies). Il manoscritto entrò a formar parte del patrimonio dell’Archivio grazie al P. Felice Grossi Gondi SJ (1860-1923), Professore di Archeologia all’Università Gregoriana (1914-1923). Grossi Gondi diede notizia del manoscritto a P. Alberto Vaccari SJ, del Pontificio Istituto Biblico, il quale scrisse una breve presentazione in Gregorianum, 1921 (Vol. 2, No. 4). Dopo questa breve apparizione, il manoscritto tornò al buio degli scaffali. Questa ecclissi, una tra le tante dell’archivio, può essere senz’altro oggetto di studio per la ricerca storica. Un fil rouge per entrare in questo labirinto potrebbe essere la riflessione di S. Freud riguardo il perturbante: […] il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare1. L’Archivio, per l’istituzione che lo conserva, si presenta con la inquietudine e la stranezza del rimosso, come locus sospectus, più che come un sereno “deposito della memoria”.

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La ricostruzione della figura di Roberto Bellarmino, che cominciò circolare a partire dal secolo XIX, è spesso contrapposta a quella di Galileo Galilei o a quella di Giordano Bruno. È il risultato di certe distinzioni come “conservatorismo” e “modernità”, o “clericalismo” e “laicità”, che grazie alla loro ingenuità e semplicità concettuale, sono molto funzionali dal punto di vista comunicativo. Ormai, nella nostra modernità, semplicità non si oppone più a complessità, ma ambedue concetti rimandano a diverse selezioni degli elementi e alle relazioni che tra di essi possono stabilirsi. Inoltre, la polemica e gli antagonismi che genera una comunicazione di questo tipo, riesce a dare una forza coesiva ai gruppi che vi partecipano. Le Notae in Genesim, così come altri manoscritti dell’Archivio, aspettano osservazioni più complesse e astratte.

La costruzione di un contesto

La produzione esegetica del Bellarmino si muoveva nello spazio della controversia.
Una lettera del gesuita Jacques Commelet (1549-1621) fa vedere come, per calvinisti e cattolici, l’interpretazione della parola di Dio era un arma al servizio delle “guerre di verità”2 di quel secolo. Commelet, in occasione della Conferenza di Nancy (1599), convocata per convincere Caterina di Borbone ad aderire alla fede cattolica, presenta le condizioni per partecipare alla discussione:

[…] dopo uno esordio breve dissi, che prima d’entrare nel fatto, desideravamo intendere chiaramente, quale armi si adopereranno d’una parte e d’altra. Il ministro [Jacques] Coüet rispose, che non intendeva, che altre armi ci fossero lecite, se non la pura e sola parola di Dio, e per dar colore alla sua fraudolenta proposizione, aggiunse uno panegirico delle lodi della detta parola di Dio. Io replicai sopra di ciò, dicendo, che in vero la parola d’Iddio è così degna et eccellente, che sarebbe impossibile a noi lodarla secondo li meriti suoi, et che l’animo nostro era di pigliare per fondamento primo e principale di tutta la dottrina.
Per poi aggiungere: […] che nella detta parola si trovava la scorza e la medolla, la lettera e l’intelligenza, et che non si doveva far capitale della parola di Dio, altra che bene e sanamente intesa; altrimenti avverrebbe ciò che non senza causa dice l’Apostolo: littera occidit. Et esplicandomi aggiunsi, che il sano senso della parola di Dio, non si poteva cavare d’altro, che dal consenso e determinazione della chiesa e dall’accordo comune di santi Padri […]3

Per Commelet, per Bellarmino e per gli stessi calvinisti, leggere un testo era saper distinguere tra la scorza e la midolla. Si partiva dal presupposto che in un testo c’era una “verità” da scoprire e quindi ci si doveva contare con uno o più interpreti autorizzati capaci di determinare il senso nascosto. Inoltre, la determinazione della veritas cristiana e della veritas ebraica si muovevano nel registro della verità morale. Come lo ricorda il salmo 45,5 che evoca le nozze dello sposo Re: “Avanza maestoso sul carro, per la causa della verità”. Al seguito della verità procedono la “clemenza” e la “giustizia”. La dimensione polemica dello sforzo esegetico, da parte del Bellarmino, è presente nella sua introduzione alle sue celebre Disputationes de Controversiis Christianae Fidei adversus hujus temporis haereticos (1581):

La controversia sulla parola di Dio deve precedere come una grande introduzione tutte [le altre] questioni. Infatti non è possibile alcuna disputa se prima non si concorda con l’avversario su qualche principio comune: e la sola cosa sulla quale siamo d’accordo con tutti gli eretici è che la parola di Dio è la norma della fede sulla base della quale si giudicano i dogmi; il principio condiviso, ammesso da tutti, da cui trarre gli argomenti; la spada spirituale a cui, in questo duello, non si può rinunciare. (Praefatio in disputationes de controversiis).

L’ars legendi

L’uso della spada, vale a dire la lettura e interpretazione del testo, era riservato a una élite che di volta in volta decideva la “giusta” interpretazione. Malgrado gli sforzi per assicurare la corretta “ricezione” del testo, appellandosi a diversi meccanismi come la censura e i richiami alle coscienze, diventerà sempre più improbabile controllare il “lettore solitario” che ormai non avrà più al suo fianco un maestro che possa orientare in modo certo l’interpretazione “ortodossa”. Lo stesso Bellarmino non potrà fare a meno di quella lettura solitaria, anzi, sarà un modo per assicurare il successo del suo metodo per imparare l’ebraico.

Nella nota al lettore dell’Institutiones Linguae Hebraicae (1580), Bellarmino ci tiene a chiarire che lo scopo e metodo del suo manuale è di permettere allo studente di acquisire, senza maestro, se non la perfetta conoscenza della lingua ebraica, certamente gli inizi, i rudimenti.

Da quel lettore obbediente e gerarchizzato, che leggeva a partire da una verità dichiarata dal vertice del sistema sociale, si arriverà a una appropriazione del testo che assomiglierà sempre più ad abitare una casa che non si ha costruito ma che può essere adattata e modificata a volontà.

Il testo delle Notae in Genesim può essere, tra tante altre cose, un’occasione per considerare la evoluzione di una delle pratiche più complesse come lo è l’appropriazione di un testo dalla parte di una comunità di lettori. Per arrivare ad altre distinzioni come quelle di Jacques Derrida nella sua Farmacia di PlatoneUn testo è un testo solo se nasconde al primo sguardo, al primo venuto, la legge della sua composizione e la regola del suo gioco. Un testo resta per sempre impercettibile. Oppure, come direbbe Michel de Certeau, arrivare alla l’apologia dell’impertinenza del lettore, che, come un bracconiere, lo porta ad adottare diverse posizioni davanti al testo e di usarlo per finalità forse non previste (Michel de Certeau; L’invenzione del quotidiano).

Le Notae in Genesim di Roberto Bellarmino sono i suoi appunti personali in preparazione delle sue lezioni sul libro della Genesi, che tenne tra il 1574 e il 1576 al Collegio dei gesuiti a Lovanio. Ci forniscono una finestra senza precedenti sul metodo di insegnamento di Bellarmino, sulle sue competenze linguistiche, teologiche ed esegetiche.

Di particolare interesse è l’uso di Bellarmino della Poliglotta di Anversa (Anversa, 1568-1572), che mette in luce il suo minuzioso confronto tra le varie interpretazioni della Scrittura, il ruolo primario attribuito al testo ebraico, al Targum e la sua posizione rispetto all’autorità della Vulgata.

Inoltre, questi suoi appunti rivelano la dipendenza da fonti ebraiche come il Sefer ha-shorashim di David Kimhi e i commenti biblici ebraici.
Dalle Notae in Genesim di Roberto Bellarmino si evince la sua crescente competenza della lingua ebraica, uno strumento fondamentale per stabilire il testo; uno sforzo che ha perseguito per tutta la sua vita come voce distintiva al seguito del Concilio di Trento ,


Note

  1. Freud, S., Il perturbante. 1919. ↩︎
  2. Questa denominazione in Herschel Baker, The Wars of Truth: Studies in the Decay of Christian Humanism in the Earlier Seventeenth Century, Cambridge, Mass., 1952, reimpresión: Gloucester, 1969. ↩︎
  3. La lettera appartiene alla Epistolae Bellarmini Cardinalis . ↩︎

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2 risposte a "La spada spirituale"

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