Nicolás Martínez S.J. (1617-1676): analisi codicologica – Carla D’Agata


Gli undici manoscritti del Fondo Curia (F.C.) catalogati appartengono al gesuita spagnolo Nicolás Martínez, di cui è testimoniata l’attività di insegnamento di Theologia Scholastica presso il Collegio Romano (oltre l’insegnamento di retorica e filosofia) dal 1659 al 1675, anno precedente alla sua morte. Dalle fonti bibliografiche ed on line scopriamo quali furono le opere del Martínez pubblicate, e ciò che emerge in modo inequivocabile è che i manoscritti presi in considerazione, siano tutti inediti. Non compaiono infatti l’Oracion Panegirica de la Beata Rosa de Santa Maria Virgen de Lima pubblicata nel 1668, né il Deus sciens sive de Scientia Dei Controversiae Quatuor Scholasticae, opera edita nel 1678. A tale proposito basti un rapido excursus sui titoli dei manoscritti esaminati che rivelerà anche come uno stesso argomento sia stato ripreso ed affrontato più volte, in più manoscritti. Fatta eccezione per i manoscritti con segnatura F.C. 882 e F.C. 1393, tutti gli altri presentano contenuto teologico; i manoscritti F.C. 215 e F.C. 332 sono incentrati sul tema delle virtù teologiche, in particolare sulla fede, e corrispondono perfettamente tra di loro, eccetto nella parte finale di F.C. 332 dove è introdotto il tema della speranza, assente invece in F.C. 215.
Da un’analisi paleografica dei due testi, nonostante la somiglianza di scrittura, i due manoscritti sono da attribuirsi a mani diverse. La triade di testi con segnatura F.C. 83, F.C. 803 e F.C. 479 è accomunata dalla trattazione del tema sulla Gratia auxiliante et sanctificante: il manoscritto F.C. 803 presenta forma più sintetica rispetto agli altri due e si presenta privo delle ultime due sezioni che invece concludono i manoscritti F.C. 83 e F.C. 479. Il manoscritto F.C. 83 presenta uno stato di conservazione pessimo, mentre il manoscritto F.C. 479 è caratterizzato da una legatura praticamente perfetta, in ottime condizioni e presenta inoltre una scrittura estremamente accurata, elegante, impreziosita da svolazzi e da bellissime decorazioni che arricchiscono alcune carte: si potrebbe forse pensare ad un testo destinato alla stampa, alla luce della ricercatezza estetica che lo contraddistingue. Due i manoscritti che affrontano il tema dei Sacramenti, come già anticipato, e cioè i manoscritti F.C. 785 sulla Penitenza, e il F.C. 277 sull’Eucarestia: vano qualunque tentativo di ricondurre la scrittura alla stessa mano. Nel manoscritto F.C. 785 è contenuto, ripetuto più volte, il riferimento ad un altro gesuita, cioè Giuseppe Pini (1643-1720), la cui mano potrebbe essere responsabile della trascrizione dell’opera del Martínez, dal momento che la scrittura del manoscritto in questione presenta peculiarità che rinviano alla fine del ‘600 o all’inizio del ‘700 e soprattutto se si interpreta l’espressione exceptae (collocata sul foglio di guardia anteriore) con il significato di “trascritte”. Anche il manoscritto F.C. 277, costituito di due unità, contiene un secondo nome, oltre quello di Martínez, e cioè quello di Silvestro Mauro (1619-1687): come Martínez, eccellente teologo scolastico e soprattutto filosofo aristotelico (curò l’edizione dell’opera omnia dello Stagirita), la cui opera sull’Eucarestia è confluita nell’opera a stampa in tre volumi Opus Theologicum pubblicata nel 1687 (nel manoscritto F.C. 277 però il testo si interrompe alla questione LXXII relativa al De causalitate et effectibus sacramentorum, come si è potuto evincere dal confronto con il terzo volume dell’opera edita).

Proseguendo il rapido excursus sull’analogia contenutistica dei manoscritti esaminati, rimangono da considerare i manoscritti 633 e 548, entrambi incentrati sul tema De ultimo fine hominis) in questo caso la coincidenza non è assoluta, come nei testi precedenti, poiché i titoli (ed il relativo contenuto, naturalmente) combaciano tra loro solo in alcuni casi, differendo nella maggior parte delle volte (inutile ribadire come anche in questo caso la scrittura sia da ricondurre a mani diverse tra loro).
Gli unici due manoscritti con contenuto diverso, cioè non teologico, da quello dei testi suddetti sono i manoscritti F.C. 882 e F.C. 1393, il primo sulla Logica, il secondo sulla Giustizia. Una considerazione in più merita il manoscritto F.C. 882: esso si distingue completamente da tutti gli altri manoscritti, non solo sul piano contenutistico, ma anche sul piano codicologico; il manoscritto infatti presenta formato in folio, legatura in carta, laddove nella maggior parte dei casi si trova la pergamena, scrittura con numerose macchie di inchiostro e correzioni, il dettaglio dei manicula (rinvenuti solo in questo manoscritto) e soprattutto data espressa all’anno 1643: cioè data precedente all’insegnamento presso il Collegio Romano e alla professione dei quattro voti del gesuita. Sarebbe dunque il manoscritto più antico del Martínez (ma l’autografia di tutti i manoscritti considerati è dubbia e discutibile, come si dirà più avanti), incentrato su un tema non ancora concentrato sull’esclusivo interesse del gesuita nei confronti della teologia scolastica, scritto prima dell’arrivo a Roma. Questa ipotesi potrebbe reggere se la questione dell’autografia del manoscritto fosse certa, ma così non è: quindi l’ipotesi resta tale e la questione sulla “unicità” di questo testo ancora aperta.
Dai dettagli fin qui evidenziati emerge un quadro abbastanza singolare, in cui le mani esaminate risultano tra loro tutte diverse e sul piano contenutistico nessuna opera sembra essere confluita nell’edizione del Deus sciens. Da questa premessa è possibile fare qualche considerazione: ammettendo la natura inedita dei manoscritti, è possibile, forse, considerarli come un lavoro preliminare alla riflessione teologica del Martínez, maturata poi nell’opera edita (quindi i manoscritti costituirebbero le tessere di un mosaico che si ricompone nel Deus sciens); per quanto riguarda la diversità delle mani riscontrata in tutti i manoscritti, purtroppo non è possibile ricondurre nessuna di questa a Martínez con assoluta e provata certezza; un’ipotesi verosimile indurrebbe ad attribuirli a suoi copisti che trascrivevano o scrivevano sotto dettatura, opere che quindi nella veste autografa non si sarebbero conservate (almeno allo stato attuale della ricerca e presso APUG).
Il quadro appena delineato sembra per altro confermato da altri manoscritti, attributi al Martínez e appartenenti al fondo APUG; si tratta dei manoscritti con segnatura APUG 309, APUG 310, APUG 733, APUG 2392, APUG 2393, APUG 2394, APUG 2395, non catalogati in modo esteso, ma esaminati rapidamente nel tentativo di far luce sulla questione delle diverse mani intervenute nei manoscritti del Fondo Curia. Dalla valutazione di tali manoscritti sono emersi alcuni dati degni di essere presi in considerazione: presentano tutti identiche caratteristiche codicologiche (stessa coperta e legatura, stesso formato), ma scritture diverse tra loro; tutti contengono, incollata all’ultimo fascicolo, la tesi a stampa di grande formato (come anche i manoscritti del fondo Curia F.C: 277, F.C. 803, F.C. 633). Dai titoli si evince una stretta corrispondenza con gli argomenti dei manoscritti del Fondo Curia catalogati, con in quali quindi condividono il contenuto, fatta eccezione per il solo manoscritto APUG 310, incentrato sul dogma della Trinità di Dio, datato 1671 da mano moderna.
Questo il quadro, denso più di interrogativi che di certezze, emerso dallo studio di una parte dei manoscritti del Martínez, contenuti presso l’Archivio storico dell’Università Gregoriana: ai più appassionati la sfida sulla genesi dei manoscritti del Martínez è ormai lanciata.

 

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