Usi e riusi


APUG_1792Il mio lavoro di tesi [1], risultato diretto del tirocinio svolto all’interno dell’Archivio Storico della Pontificia Università Gregoriana (d’ora in avanti APUG), si è focalizzato sul rilevamento, catalogazione e descrizione testuale dei frammenti manoscritti riutilizzati in fase di rilegatura (e ancora in loco), nei codici dei due fondi ospitati dall’Archivio (Curia e APUG). L’esigenza di elaborare un modello di descrizione che tenesse conto dell’attuale posizionamento e funzione dei frammenti stessi, è nata grazie all’interrogativo sulla possibilità (o necessità) di una nuova operazione di smembramento, e dei pro e contro[2] attribuibili a un intervento del genere dal punto di vista del reperimento d’informazioni. La preliminare operazione di censimento delle legature di riuso ha rivestito un’importanza fondamentale in molte delle scelte di metodo adottate, ed ha anch’essa generato alcune problematiche, in particolare per alcuni ambiti di riutilizzo. Il rilevamento dei frammenti manipolati per fungere da coperta a un nuovo codice è quello che ha causato meno difficoltà; per sua natura la coperta risulta facilmente visibile all’esterno e perciò, nella quasi totalità dei casi, è stata sufficiente un’occhiata a scaffale per notare la presenza di scrittura sul dorso del codice. Quando il posizionamento era all’interno del codice è stato meno agevole costatarne la presenza: si tratta dei casi nei quali il rilegatore ha collocato il ritaglio in modo da far coincidere l’intercolumnio (quindi bianco) con il dorso del nuovo codice, oppure dei quattro documenti diplomatici reimpiegati in modo da nascondere il recto e apparire all’esterno come non manoscritti.  Altre modalità di riutilizzo[3] non permettono invece un accertamento esterno della loro presenza ma richiedendo l’apertura e osservazione degli elementi interni del codice: è il caso ad esempio delle varie tipologie di rinforzi alla legatura, posizionati al di sotto della coperta, spesso anche nascosti dalle controguardie e quindi molto difficili da rilevare in presenza di una rilegatura salda e di una coperta ben ancorata al corpo del codice. Il loro rilievo è perciò strettamente legato allo stato di conservazione della legatura, e questo spiegherebbe le numerose attestazioni di tali tipologie all’interno del fondo Curia (quello che mostra maggiori problematiche di conservazione), a fronte della quasi totale assenza[4] delle stesse nel fondo APUG. Il censimento effettuato all’interno dell’Archivio ha evidenziato la presenza di materiale di riutilizzo in quarantacinque manoscritti quasi equamente divisi tra i due fondi (ventisei nel Curia, diciannove nell’APUG), databili tra XVI (venticinque casi, molti dei quali della fine del secolo), XVII (dieci) e XVIII secolo (sei). Come già visto svariate sono le modalità di riuso dei frammenti (e le manipolazioni che gli stessi hanno subito per essere adattati alla loro nuova funzione), e il quadro che viene fuori dalla descrizione codicologica degli stessi resta all’insegna della varietà. Dal punto di vista della datazione si spazia tra i secoli XI e XVII, con una prevalenza del XIV secolo, e in generale di quelli databili dallo stesso secolo in poi (trentadue), con i restanti tredici da spartire tra XI e XIII secolo.

Molto variegato è anche il panorama offerto dal contenuto testuale dei frammenti stessi, nonostante una netta prevalenza dei libri liturgici (in particolare messali): il riuso ha coinvolto Bibbie, codici giuridici (dal diritto civile al canonico), codici contenenti opere di carattere teologico (Tommaso d’Aquino, Sant’Agostino, fino a Umberto di Romans o Niccolò di Lira), opere di ambito storico, fino a documenti diplomatici di varia natura.

Mauro Lollobattista

[1] La distruzione del codice. I frammenti manoscritti dell’APUG, relatore prof. Francesca Santoni, correlatore dott. Renzo Iacobucci, Sapienza – Università di Roma, a.a. 2014-2015.

[2] La separazione dei frammenti dai nuovi codici, a fronte di una ulteriore e nuova perdita di informazioni, non garantirebbe, a mio parere, un recupero significativo di dati, tale da giustificare e rendere conveniente un’operazione così complessa.

[3] Ritagli di manoscritto incollati nei tasselli a rinforzo del dorso, controguardie, anima della coperta, addirittura nervi o rinforzi ai lacci della camicia. Il fondo Curia in particolare ha testimoniato inaspettate tipologie di riuso e suggerito alcune informazioni da inserire all’interno della scheda descrittiva.

[4] Il migliore stato di conservazione dei codici del fondo APUG ha sicuramente contribuito a nascondere molti casi di questo genere di riutilizzo. Credo infatti sia possibile ipotizzare una più alta concentrazione di tali tipologie, e parlare così, più che di un’assenza, di una impossibilità di rilevamento delle stesse.

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