Un museo per gli sguardi smarriti


Le stanze di Sant’Ignazio al Gesù di Roma richiamavano, fino alla fine del XX secolo, uno spazio nobiliare. In quegli appartamenti si conservavano una serie di oggetti che erano appartenuti, oltre che al fondatore dei gesuiti, a San Francesco Borgia (1510-1572) e a San Giuseppe Pignatelli (1737-1811). In questo modo si volevano evocare non solo le origini, ma anche la continuità tra vecchia e nuova Compagnia. C’era anche un armadio che conteneva le “reliquie del Venerabile Cardinale Bellarmino […] la berretta, la mitra, il calice, la corona del rosario, il messale, gli strumenti di penitenza.”1 Di molti di questi oggetti si sono perse le tracce. Uno sguardo nostalgico, che non dovrebbe essere quello dello storico, potrebbe evocare i mala tempora currunt.

A. Fiocchi, S. Roberto Bellarmino della Compagnia di Gesù. Cardinale di S. Romana Chiesa. Isola del Liri, 1930.

Potremmo andare a caccia di vecchi manoscritti, di anfore, di resti di muro o di fondamenta, di oggetti di devozione, di chiavi e orologi, o magari ritrovare alcune delle reliquie che si ostentavano nelle camerette. Ma sarebbe sempre una scoperta a metà se non recuperassimo lo sguardo che avvolgeva quelle cose.

Remo Bodei ha stabilito 2 una serie di distinzioni sulle cose e sugli oggetti. «L’italiano cosa -ricorda Bodei- è la contrazione del latino causa, ossia di ciò che riteniamo talmente importante e coinvolgente da mobilitarci in sua difesa (come mostra l’espressione “combattere per la causa”). Per lo storico è più interessante decifrare il cambiamento di statuto, secondo le categorie di Bodei, in virtù del quale le cose sono diventate oggetti, per poi essere considerate roba persa, perché un determinato sguardo si era smarrito ancora prima. Le rappresentazioni che una società fa di sé si scrivono a partire da ciò che sta perdendo. Il monumentale altare di Sant’Ignazio, nella Chiesa del Gesù di Roma, ne è un esempio: si celebra nel marmo il trionfo sull’Eresia quando ormai l’unità religiosa dell’Europa era irrimediabilmente frammentata. A partire dagli anni ’50 del XX secolo si formalizzeranno una serie di pratiche dello scarto e dell’oblio che conformano l’invisibile unità della differenza con le politiche della memoria. Queste pratiche dovrebbero essere considerate insieme ai discorsi teorici o ufficiali per poterne stabilire rapporti e distanza, per poter così tratteggiare gli aspetti evolutivi di una società.

L’alluvione del Tevere, nel Natale del 1598, che portò il livello delle acque oltre sette metri il Ponte di Ripetta, provocò nelle stanze danni irreparabili. L’esondazione sembra coincidere con un momento di profonda crisi dell’ordine gesuitico verso la fine del secolo XVI. Il desiderio di costruire una nuova casa professa appare come segno di una nuova fondazione. Grazie alla munificenza del cardinale Odoardo Farnese, pronipote del cardinale Alessandro, fondatore della chiesa del Gesù, si mise in piedi la nuova residenza. La tenace decisione dell’allora superiore generale Claudio Acquaviva, smorzò le resistenze di quei gesuiti che suggerivano di demolire, insieme con l’antica casa, anche gli appartamenti del Fondatore. Lo stesso Acquaviva inaugurò le stanze celebrando una messa il 31 luglio di 1605, nel 49° anniversario della morte di Sant’Ignazio di Loyola. L’unico cambiamento che si registra all’epoca è la sistemazioni di alcuni altari e il damasco rosso per ricoprire i muri. La fabbrica di tutta la residenza finì nel 1623, con una spesa di oltre centomila scudi, mentre per la chiesa se ne erano impiegati solo settantamila.

In seguito alla Legge sulla soppressione delle corporazioni religiose e sull’asse ecclesiastico (1866) la casa professa e la Chiesa del Gesù divennero proprietà dello stato Italiano. Alcuni sacerdoti della diocesi di Roma si fecero carico della custodia della Chiesa e delle stanze di Sant’Ignazio. Sotto la rettoria di p. Saverio Bacchi una pubblicazione ritrae lo stato delle camerette. Nel 1934 i gesuiti prendono il completo possesso dell’intera casa Professa. P. Tacchi Venturi SJ, che aveva ottenuto dal Demanio dello Stato la possibilità di acquistare la residenza, realizzò una serie di modifiche per recuperare gli effetti della devastazione avvenuta all’epoca della Repubblica franco-romana: cercò di riportare le stanze all’epoca dell’Acquaviva, rimise il damasco rosso sui muri della cappella privata del Santo, rifece con marmo pregiato gli altari delle due cappelle e aggiunse dei bronzi in stile barocco.

Gli spazi angusti non permisero che gli oggetti fossero disposti in vetrine espositive o su grandi tavoli in modo da poterli allestire, classificare e in qualche maniera isolare. La loro contiguità poteva far pensare a una specie di disegno. Le nicchie e i mobili antichi della “casa” raccoglievano man mano gli oggetti che avevano usato alcuni dei suoi santi inquilini. Così come nelle case c’era sempre uno spazio per accogliere un nuovo dono o il ricordo di un viaggio, tra gli oggetti un po’ accatastati delle stanze del Fondatore si poteva presumere che sempre fosse possibile trovare un luogo per accogliere qualche nuova reliquia. Proprio un certo disordine indicava la possibilità che un nuovo santo, prima o poi, abitasse quelle mura e lasciasse qualche ricordo per le generazioni future. La contiguità delle cose manifestava un desiderio di continuità non solo nello spazio ma anche nel tempo.

Le camere di sant’Ignazio di Loyola nel Gesù di Roma. Roma, 1889.

Le camerette, sin dalla loro costituzione e originaria conservazione, così come le loro successive ristrutturazioni e accomodamenti, rappresentano i caratteri o i costumi di questo secolo, come direbbe Jean de La Bruyère (1645-1696), più che il potere decisionale dei singoli individui. Proprio come ricorda un antico proverbio arabo: “gli uomini assomigliano più ai loro tempi che ai loro genitori”.

L’ultima ristrutturazione delle camerette segue i canoni di molti restauri effettuati nella Roma barocca a partire dagli anni ’90 del XX secolo. Pareti bianche e spoglie fanno pensare a uno stato primigenio, ma tuttavia lasciano sospettare più un inganno che uno sforzo filologico. Nessuna stoffa sui muri. Se ieri il damasco rosso esaltava la nobiltà di un luogo, oggi lo si vedrebbe come qualcosa di artificioso, di inutile sfarzo, un vecchiume in contrasto con la semplicità che si vorrebbe trovare nelle origini. Il pavimento di cotto e il soffitto con le travi a vista, che evocano il “fascino dell’antico”, si contrappongono ai muri bianchi senza tempo. Lo splendore esasperato della luce alogena tutto illumina. Più che far pensare alle penombre delle chiese, dove si bisbiglia il mistero, la chiarezza che riempie ogni angolo non permette né d’immaginare né d’intravedere. Nessun soprammobile. I pochi oggetti rimasti sono collocati in apposite teche di vetro, apparentemente al sicuro, visibili ma irraggiungibili, confinati nel passato contrastano con il presente del visitatore. La misurata esposizione non fa pensare alla possibilità di incorporare nuovi oggetti. Contro ogni regola di buona conservazione, libri antichi e documenti sono esibiti inevitabilmente aperti sempre sulla stessa pagina, negando così la loro più essenziale funzione. Più che un invito alla lettura sembrerebbe come l’appropriazione di questi testi sia ormai preclusa. La vetrinetta esalta il paradossale rapporto tra custodia e oggetto custodito: la durabilità e resistenza dei materiali antichi, carta e pergamena, discordano con la fragilità della teca sulla quale nessuno scommetterebbe una sopravvivenza di quattrocento anni.

Lo sforzo dell’Archivio storico della Pontificia Università Gregoriana di stabilire uno spazio come il Museion muove dal desiderio di poter fare collezione degli sguardi che di volta in volta si gettano sulle cose. Le testimonianze che si espongono in questo spazio sono intese non come la realtà di ciò che è stato bensì come le tante forme in cui la realtà è stata osservata. Il Mouseion si propone come un ambito per la discussione e la ricerca ed è un invito a diventare osservatori moderni. 

Note

1. “Le camere di Sant’Ignazio di Loyola nel Gesù di Roma”, Roma, 1899, p. 26. Ringrazio la dottoressa Maria Macchi per questa informazione.
2. Bodei, R., “La vita delle cose”. Laterza, 2011.

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2 risposte a "Un museo per gli sguardi smarriti"

  1. Articolo molto bello e interessante. Sono stata diverse volte nelle camerette ma quanto spiega l’articolo non lo avevo mai sentito. Grazie mille.

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