La Clavis prophetarum e i cigni bianchi


Una determinata costruzione retorica presenta l’archivio in quanto deposito di memoria. Sembrerebbe che questa definizione goda anche di una certa fortuna nel contesto delle industrie culturali così come tratteggiate da Adorno e Horkheimer nella Dialettica dell’Illuminismo (1947). L’archivio come deposito di memoria è funzionale alla creazione della fabbrica di consenso nella quale la cultura ha perso ogni istanza critica. Inoltre, questa concezione incappa in clamorose contraddizioni quando si dovrà spiegare, dal punto di vista operativo, come mai la memoria non sia sempre presente e, dal punto di vista gestionale, per quale motivo questi “depositi memoriali” debbano sopravvivere in un mare di difficoltà e di limitazioni.

Un passaggio dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto (canto 35) permette di considerare, invece, l’archivio non come un deposito di memoria ma come uno spazio in cui si realizza la dialettica tra la memoria e l’oblio. Il personaggio centrale, il duca Astolfo, contempla la visione di un anziano (il Tempo) che getta nel fiume Lete le piastre incise con i nomi di coloro ai quali le Parche hanno tagliato il filo della vita. Corvi e avvoltoi cercano di recuperarne alcune, ma solo due splendidi cigni bianchi possono ripescare qualche nome dall’oblio. Gli archivi, i suoi cataloghi, i suoi strumenti di indicizzazione servono per dimenticare e così liberare i sistemi psichici e il sistema sociale da una massa ingombrante di memoria che non permetterebbe di elaborare le informazioni. L’archivio è a disposizioni di quei rari cigni bianchi che, sorvolando il fiume Lete, sono costretti a selezionare qualche documento e a tralasciare il resto.

Gustave Doré (1832–1883)

Dodici anni fa, nell’incessante e ricorsivo lavoro di valorizzazione, un articolo di questo blog richiamava l’attenzione riguardo i quattro esemplari manoscritti della Clavis prophetarum del gesuita portoghese António Vieira (1608-1697). Tra questi, si trovava il codice FC 1165/1, testimone fondamentale della complessa storia redazionale della celebre opera del gesuita lusitano. Questo testo profetico si snoda da uno degli estremi del mondo allora conosciuto, il Maranhão (Brasile), al cuore dell’Europa, alla stregua della stessa vita del suo autore: da missionario in Brasile a predicatore di Cristina di Svezia.

L’interessamento dei professori Ana Valdez e Arnaldo do Spirito Santo della Faculdade de Letras Universidade de Lisboa ha permesso la diagnosi e il restauro di questo prezioso manoscritto.

FC 1165/1

Apresentação de um manuscrito original do P. António Vieira S.J. no dia 30 de Maio de 2022, no Anfiteatro I da Faculdade de Letras da Universidade de Lisboa.

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