A chi andranno le cose che hai raccolto?


Centinaia di lastre di vetro alla gelatina di bromuro di argento. Qualcuno, tra la fine del XIX secolo e inizio del XX, le ha fatte per qualche scopo, altre mani le hanno saputo conservare fino al momento in cui altre, che non sono riuscite a ritrovare il senso della loro conservazione, le hanno abbandonate in uno scantinato. La catena conservativa ha ripreso a funzionare quando, qualche mese fa, sono state riportate in archivio.

Non ho potuto fare a meno che ricordare la poesia di Jorge Luis Borges Las cosas:

El bastón, las monedas, el llavero,
la dócil cerradura, las tardías
notas que no leerán los pocos días
que me quedan, los naipes y el tablero,
un libro y en sus páginas la ajada
violeta, monumento de una tarde
sin duda inolvidable y ya olvidada,
el rojo espejo occidental en que arde
una ilusoria aurora. ¿Cuántas cosas,
limas, umbrales, atlas, copas, clavos,
nos sirven como tácitos esclavos,
ciegas y extrañamente sigilosas!
Durarán más allá de nuestro olvido;
no sabrán nunca que nos hemos ido.

Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da gioco e la scacchiera,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d’una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un’aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno più in là del nostro oblio;
non sapran mai che ce ne siamo andati.
(Trad. di Francesco Tentori Montalto)
Della historia naturale di Ferrante Imperato napolitano. Napoli, 1599

Penso che Borges abbia scritto questi versi in un suo raro momento di ottimismo. Probabilmente saranno molte le cose che non dureranno più in là del nostro oblio. Questo senso di smarrimento non radica né in noi né tanto meno nelle cose, ma nel rapporto che possiamo stabilire con esse. In questo senso potrebbe dirsi che il rapporto che si determinava all’interno della struttura sociale della modernità incipiente non ha molto a che fare con noi. Semplificando in modo estremo potremmo dire che l’uomo rinascimentale e barocco era circondato da cose, noi lo siamo di oggetti.

Alcuni di quegli uomini facevano raccolte di pezzi di vario tipo per fondare una collezione. Quando la moneta, la conchiglia, la lettera, il libro, l’animale essiccato, la perla rara, l’idolo o il cammeo entravano in quello spazio smettevano di essere oggetti per diventare cose. Si potrebbe stabilire una distinzione tra l’oggetto e la cosa. L’oggetto (obicĕre), per definizione, è ciò che “mi è posto innanzi”. Remo Bodei in La vita delle cose (2009), ci ricorda che il termine cosa proviene della contrazione latina di causa, vale a dire, fa riferimento a tutto ciò per cui ci mobilitiamo, sia in sua difesa sia per combatterlo. Equivarrebbe al pragma greco, alla res latina e al sache (suchen=cercare) tedesco. In questo senso, la cosa presuppone, o meglio, sorge da uno sguardo, necessita di un osservatore. La cosa è sempre in rapporto.

Per quella società la collezione voleva costituire non semplicemente un insieme qualsiasi, ma il mondo, o per meglio dire, dispiegava il theatrum mundi. In quello spazio abitavano i mirabilia.  Occhi e bocca si spalancavano all’unisono e si destava, al dire del Cusano, la tristis sensatio, equivalente alla sensazione che sperimentiamo nello stomaco quando sentiamo la pulsione della fame. Si destava la curiositas, equivalente all’appetito: “Le cose rare, infatti, si trattasse anche di mostri, eccitano di solito la curiosità.” [Niccolò Cusano, De docta ignorantia, prol.]. Man mano si assottiglierà la linea che separava la studiositas dalla curiositas, per così convertirsi, quest’ultima, in una specie di lasciapassare per la novitas, in un sistema in cui la repetitio e la auctoritas erano ancora garanzia di un sapere certo. Questa sensatio è quindi legata a un’assenza, a un vuoto. Per continuare con la metafora del Cusano, il cibo che si desidera è la spiegazione.

Ma quello spazio che si apriva alla curiositas diveniva anche gabinetto scientifico, nel quale, come ricordava Bacone, la meraviglia era la frontiera tra la ignoranza e la conoscenza. Come passare a una conoscenza che non si frantumi in mille pezzi tanti quanti appaiono dispersi nella collezione? Ecco la sfida: nella misura in cui quell’insieme di mirabilia diventerà gabinetto scientifico e la nuova scienza decomporrà la conoscenza attraverso l’osservazione diretta, si vorrà cercare l’origine della sensatio nel vuoto inosservabile del mistero. 

Omnia nodis arcanis connexa quiescunt, farà incidere Athanasius Kircher nel frontespizio del suo Magnes, sive de arte magnetica opus tripartitum (1641). Precisamente il linguaggio ermetico sarà funzionale a questo sforzo di mantenere la interconnessione tra tutti i nodi dell’unico mistero. Non per niente la scrittura geroglifica, così come allora la si concepiva, svegliava così grande interesse.  Secondo il glottologo Carl Abel (1837-1906) in questo linguaggio molte parole sono composte di opposti: delizie per la comunicazione paradossale di quei tempi, ma anche per i nostri, davanti all’inafferrabile complessità. Fenomeno di enantiosemia, notato da Sigmund Freud nel Significato opposto delle parole primordiali (1910), utile per spiegare il lavoro onirico.

Il Museo Kircheriano è un magnifico esempio di questa evoluzione dei saperi ed è anche il frutto di una paziente raccolta. Gli oggetti della collezione, così predisposti, diventano semiofori, secondo le categorie di Krzysztof Pomian: hanno, cioè, la funzione di essere mediatori tra il visibile e l’invisibile. Il semioforo esiste nella misura in cui è guardato, inoltre, è sempre presente pur provenendo da un lontano passato. La collezione è questo insieme di cose esposte allo sguardo, ma allo sguardo di chi? Di colui che sa guardare. La collezione, in un sistema sociale come quello della modernità incipiente, con una distinzione gerarchica al suo interno, questo “gioco di sguardi”, di mostrare ed essere guardato, era uno dei tanti indicatori sociali per indicare chi era chi. La comunicazione, in una società stratificata, era anche un modo per riconoscere la comune appartenenza. Nella descrizione del Romani Collegii Societatis Jesu Musaeum Celeberrimum di Giorgio de Sepi (1678) si può leggere la preoccupazione per la sua dispersione o peggio ancora, diremmo con parole nostre, la sua perdita di senso: il rischio che quelle cose possano essere non solo non osservate ma osservate in un modo altro. Se il libro, esempio chiaro di semioforo in quanto portatore dell’opera letteraria, dei significati e aspettative, è adoperato semplicemente per dare colore a una libreria o per livellare la zampa di un letto claudicante, è osservato nella sua pura utilità, perde la sua funzione originaria. In questo caso, da cosa passerebbe a essere un oggetto, e col passare del tempo e il logorio di questo uso arriverebbe all’ultimo stadio: trasformarsi in un rifiuto. Tutto è sottomesso, indica il testo, alla implacabile “ruota della fortuna”: “L’incerta vicenda delle cose umane, come non ci garantisce nulla di saldo, stabile e duraturo, così pure secondo il suo costume riduce a poco a poco al nulla ogni cosa che, appena sorta, col tempo soggiace alla mutevole ruota della fortuna […]” Oggetti, cose, gli uomini e i suoi progetti, ricchezze e palazzi, tutto sarà travolto dalla ruota. Da questo tempo che si volge verso un fine e verso una fine, Kircher, dice il testo, avendo innanzi a sé la dispersione di alcune importanti collezioni romane della sua epoca, riflette: “E a chi andranno le cose che hai raccolto?” Questa osservazione del tempo implicava ammettere l’altra faccia grazie alla quale il tempus si sosteneva: l’aeternitas. Per Kircher, conservare la collezione non aveva niente a che fare con le nostre attuali preoccupazioni per la conservazione del patrimonio. Conservare era testimoniare l’invisibilità nella visibilità di quelle cose scelte che, nella sua varietà, parlavano dell’Uno.

Per attuare questa conservazione, continua il testo, Kircher volle che tutto il Museo “fosse ordinatamente descritto e dato alla stampa”.  La stampa potenzia ancora di più quello che già faceva la scrittura: supera il tempo e lo spazio e, come diceva Antonio Pérez del Hierro (1540-1611), segretario di Filippo II, è “l’alito degli assenti”. Il presagio del Kircher riguardo la dispersione del suo Museo si avverò pochi anni dopo la sua morte. Il Museo diventa un museo di carta e così arriverà a molti destinatari sincronicamente a lui e giungerà diacronicamente fino a noi. Grazie alla stampa se qualcuno dice di non sapere la responsabilità sarà sua per non aver letto. Le lastre di vetro che entrano in Archivio formeranno parte del suo catalogo, questo è il primo gesto di responsabilità istituzionale e il primo passo affinché da rifiuto possano diventare nuovamente semiofore, vale a dire, portatrici di significato e motivo di studio. È doveroso, quindi, ringraziare Daniele Arcieri per averle “trovate” e portate in archivio e con lui siamo riconoscenti a tutto l’Ufficio Tecnico dell’Università per il suo costante servizio al nostro lavoro.


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